ATTENTATO NIGERIA/ Padre Longs: gli islamisti non riusciranno a uccidere la nostra fede

- int. Alexander Longs

Padre ALEXANDER LONG, dopo l’ennesimo attentato terrorista di matrice islamica che ha sconvolto la Nigeria, spiega come la comunità cristiana viva queste drammatiche circostanze

crocepietreR439
(InfoPhoto)

Uccidono nella maniera più vigliacca possibile. Attendono che i loro bersagli inermi siano riuniti sotto lo stesso tetto, nell’atto di pregare. Quindi, in pratica, quando sono ancora più indifesi; e così, in Nigeria, il fondamentalismo ha fatto una nuova strage di cristiani. E’ accaduto a Jos, capitale dello stato centrale, e a Biu, nello stato di Borno; nel primo caso, un kamikaze si è fatto esplodere di fronte ad una chiesa; nel secondo, dei miliziani hanno aperto il fuoco sui fedeli che si trovavano a messa, uccidendo almeno cinque persone. Per ora non c’è alcuna rivendicazione. Ma, come sempre, si sospetta dei Boko Haram. Disprezzano la vita altrui, vivono la loro fede islamica secondo la più estremista della interpretazioni, e agiscono, in fondo, senza una vera e propria ragione. Padre Alexander Longs, priore del convento dei padri bianchi di Jos, racconta a ilSussidiario.net come la comunità cristiana sta vivendo questi drammatici momenti. A partire dallo spiegarci cos’è accaduto. «Come sempre, per il momento, la confusione è tale che è ancora presto per capire cosa sia effettivamente successo. Quel che è certo è che, ancora una volta, i terroristi ci hanno attaccato. Mentre stava venendo celebrata la messa, un kamikaze si è fatto esplodere, nella chiesa evangelica Winning All». E, come sempre, il passo successivo è il triste rito della conta delle vittime. «Per ora, sappiamo solamente che sono tante. Da un primo conteggio temo che non siano meno di dieci».

C’è una domanda che ci poniamo in Italia e che si pongono anche i cristiani in Nigeria. In maniera, però, molto più insistente e drammatica: «Perché? Perché ci attaccano? Non gli abbiamo fatto niente. Non capiamo il senso di tutto questo. Sappiamo bene che si tratta di fondamentalisti. E che, in ogni caso, le loro ragioni hanno ben poco di ragionevole. Resta il fatto che non ci capacitiamo di quanto stia succedendo. Si tratta di una vera e propria persecuzione. Senza un vero e proprio motivo, uno solo, anche apparente, di facciata». Il priore non nasconde i sentimenti del suo popolo. «Abbiamo paura. La notte, spesso, non dormiamo. Qualcuno veglia sempre, perché gli altri non siano attaccati e uccisi nel sonno». Quando capitano episodi del genere, la vita, inevitabilmente, cambia. «Cerchiamo di fare quello che facciamo tutti i giorni. Tuttavia, i giorni immediatamente successivi agli attentati sono quelli in cui il rischio di nuovi attacchi è più elevata. La nostra gente, quindi, per uno, due, anche tre giorni, cerca di stare chiusa in casa, riduce le proprie attività al minimo indispensabile. Perché non sa, se dovesse uscire, cosa potrebbe capitare». Potenzialmente, ogni persona che si incontra per le strade della Nigeria potrebbe essere un terrorista. 

«Con la maggior parte degli islamici, noi cristiani abbiamo sempre vissuto in pace. Il problema è che, i terroristi, non sappiamo chi siano. Si nascondono tra le gente. Stanno in mezzo ai nostri confratelli musulmani. Chiunque potrebbe essere uno di loro». C’è una cosa che, tuttavia, in questo momento padre Alexander teme ancora di più. «Sempre più cristiani, soprattutto tra i giovani, stanno iniziando a pensare che sia il caso di reagire. Di imbracciare i fucili e rispondere alle violenza con altra violenza. Ma la nostra fede cattolica non ce lo permette». 

A proposito: «l’unica cosa che ci consente di sopravvivere in queste tristi circostanze, che ci sostiene e ci dà coraggio, è la fede stessa. Senza di essa, probabilmente, avremmo già abbandonato. E, soprattutto, anche noi cristiani avremmo già risposto alle aggressioni con brutalità. Invece, nonostante tutto, ancora oggi tentiamo di interloquire con coloro che ci attaccano. Anche se, come ho già detto,  comprendere chi ci sia dietro e parlare con i loro rappresentanti è impresa estremamente complicata». Per tutte queste ragioni, può anche interrompersi il flusso della quotidianità, la normalità di tutti i giorni. Ma c’è qualcosa a cui la comunità cristiana non può rinunciare: «continueremo, noi e gli altri sacerdoti di Jos, a celebrare la messa. Si tratta di un’esigenza di tutto il popolo cristiano. Non è un caso che anche oggi, dopo l’attentato, la Chiese erano gremite». 

 

(Paolo Nessi)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori