LIBIA/ Varvelli (Ispi): il caos del dopo-Gheddafi è una nuova minaccia per l’Italia

Milizie anti governative hanno tentato di occupare l’aeroporto di Tripoli. Per ARTURO VARVELLI la Libia, abbandonata dall’Europa, sprofonda sempre di più nel caos

05.06.2012 - int. Arturo Varvelli
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Gheddafi (Infophoto)

Il tentativo di occupazione dell’aeroporto della capitale libica effettuato oggi da una milizia proveniente da uno dei tanti villaggi un tempo roccaforti gheddafiane, dimostra tutta l’instabilità in cui versa il Paese. L’episodio si è chiuso fortunatamente in poche ore e senza spargimenti di sangue, ma è solo un nuovo campanello di allarme di una Libia che dopo la caduta di Gheddafi si trova nel caos. Uomini armati appartenenti alla brigata al-Awfiya avevano infatti occupato la pista principale dell’aeroporto costringendo a spostare tutti i voli in partenza in altra sede. Il motivo dell’eclatante gesto era la richiesta di liberazione del loro leader, secondo i miliziani arrestato dalle forze del governo qualche giorno fa mentre si recava a un incontro ufficiale a Tripoli. Il governo ha smentito tale ipotesi, sostenendo che l’uomo fosse stato invece rapito da altri miliziani sconosciuti.

Secondo Arturo Varvelli, ricercatore dell’Ispi, contattato da IlSussidiario.net, “l’episodio di oggi si inquadra in una lunga serie di episodi analoghi che la dicono lunga dell’instabilità che si vive in Libia dalla caduta di Gheddafi”. Secondo Varvelli, “sono in circolazione ancora moltissimi ex sostenitori di Gheddafi che hanno a disposizione ingenti somme di denaro che permettono loro di armarsi. In questo modo si sono formate delle autentiche città stato che non riconoscono l’autorità centrale, e che anzi la ricattano e minacciano di continuo”. La responsabilità di questa situazione, per Varvelli, sta nello stato di abbandono totale in cui l’Occidente e in particolare l’Unione europea hanno lasciato la Libia dopo la fine della guerra: “L’instabilità in cui versa la Libia è un pericolo molto forte per tutta l’Europa”.

Varvelli, che cosa ci dice l’episodio all’aeroporto di Tripoli?

Ci dice come il problema principale oggi del governo transitorio sia il controllo delle milizie. Non esiste oggi in Libia uno Stato come noi lo conosciamo, ma esistono delle città stato a volte coalizzate fra loro che riconoscono, ma non sempre, l’autorità centrale e che anzi la ricattano. Questo comporta ogni volta una sorta di richiesta di partecipazione al potere nelle forme che si sono viste oggi, con l’occupazione di un nodo strategico, oppure con la minaccia armata, come successo altre volte con milizie che hanno circondato il palazzo del governo o compiuto intimidazioni di ogni tipo. 

Una situazione dunque precaria e ingestibile.

Ogni piccola milizia che ha un seppur piccola capacità di controllo territoriale può di fatto porre un problema di sicurezza al governo centrale. E’ quello che è successo oggi.

Il governo ha smentito che il leader di questa milizia sia stato catturato daforze governative, piuttosto da altri miliziani.

Siamo in un Paese che è preda di vendette trasversali, e quindi può essere successa qualsiasi cosa. Bisogna anche considerare che gli ex gheddafiani costituiscono ancora una minaccia per la stabilità del Paese non tanto per il consenso di cui godono, ma soprattutto per la quantità di denaro di cui ancora dispongono. Sono una realtà ancora capace di incidere, comprandosi il consenso come fece Gheddafi per tanto tempo.

Ma queste milizie, queste brigate, corrispondono alle famose tribù di cui è costituita la Libia?

No, non sono direttamente identificabili. Le tribù non corrispondono attualmente alle milizie armate. Di fatto la frammentazione del Paese anche dal punto di vista sociale lo ha trasformato in una sorta di campanilismo dove ogni piccola cittadina si è armata. Queste di fatto occupano dei territori e non mollano la presa. In pratica l’aspetto tribale si è trasformato in qualcosa di più moderno, ma altrettanto pericoloso.

 

La vita civile, la vita quotidiana dei libici, ha fatto progressi in termini di diritti umani dopo la caduta di Gheddafi?

 

Sicuramente dal punto di vista teorico c’è un tentativo di sviluppo di società civile, di una trasformazione, di dare vita a una nuova Costituzione e, tramite il consiglio nazionale transitorio, di imporre regole più precise e trasparenti. Ma nella realtà la situazione della vita civile di ogni libico è perlomeno uguale, se non peggiore a quella di prima. Non esistendo un organismo di governo centrale, seppure dittatoriale, come era quello di Gheddafi, la giustizia, il rispetto della legge sono inesistenti: siamo in preda ai soprusi di ogni tipo.

 

I Paesi occidentali che tanto si sono prodigati nella guerra contro Gheddafi dove sono?

 

Sono spariti a livello ufficiale, e vediamo uno scarso e preoccupante interesse  verso il caso libico anche da parte dell’Onu. Il disinteresse poi dell’Unione europea è ancor più preoccupante. La Libia è alle porte di casa nostra, abbiamo visto quanto questo incida per aspetti come le forniture energetiche o le migrazioni verso l’Italia e l’Europa. Vediamo di fatto un’assenza totale dell’Europa, che certo ha altre faccende e questioni economiche importanti di cui preoccuparsi, ma quelle libiche non sono certo meno importanti. 

 

Non esiste alcun tipo di aiuto  o intervento comunitario?

 

No, la Libia viene lasciata alla gestione nazionale, cioè ogni Paese fa una politica estera diversa. Col risultato altamente probabile di peggiorare la situazione, perché ogni Paese rischia di appoggiare un gruppo piuttosto che un altro.

 

La Francia è poi riuscita a mettere le mani sul petrolio libico, come si diceva all’inizio della guerra contro Gheddafi?

 

Di fatto per adesso non ci sono riusciti perché il governo transitorio è poco legittimato e di fatto non ha applicato alcun cambiamento. Sul futuro bisogna vedere. Io credo però che l’interesse della Francia non fosse soprattutto economico, ma dettato da ragioni di politica interna: Sarkozy doveva far vedere di puntare ad un’area precisa del Mediterraneo. Anche se adesso la questione economica potrebbe diventare molto interessante.

 

Esiste infine il pericolo di una presa di potere da parte dei fondamentalisti islamici?

 

Non penso che il fondamentalismo sia il rischio maggiore. Vedo invece un paese ingestibile che non ha organizzazione statale, che non ha una leadership, che è preda di disordini e di un caos continuo. Il vero pericolo sia per i libici che per noi europei è l’instabilità del Paese. Le elezioni vengono posticipate continuamente. Sarebbe importante che le elezioni fossero credibili soprattuto per i libici, per dare legittimità forte a un nuovo congresso e poi a un nuovo governo.

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