IL CASO/ Il (difficile) cammino della Serbia verso l’Europa

- Renato Farina

Secondo RENATO FARINA la Serbia si sta spostando inesorabilmente ad Est. Il cammino verso l’Unione Europea, che pure formalmente non è interrotto, si è però in qualche modo incrinato

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La Serbia si sta spostando inesorabilmente ad Est. Guarda la Russia. E’ li che la indirizza la sua storia e dove è attratta dall’attenzione che ad essa riserba la grande sorella slava. Il cammino verso l’Unione Europea, che pure formalmente non è interrotto, ed anzi è ribadito da tutti, sia dai nuovi governanti sia dai leader Ue (Monti compreso), si è però incrinato nell’animo dei serbi, delusi dalla nostra avarizia mentale. Non è per forza un male, dal punto di vista dei destini del mondo. La Russia oggi è più attaccata alle proprie radici cristiane (nonostante tutto, nonostante la mafia, gli oligarchi, la corruzione) dell’Occidente nichilista. Chi scrive lo vede ogni volta che in Consiglio d’Europa si tratta di esprimere la rilevanza pubblica del cristianesimo, l’esposizione del crocifisso o la tutela famiglia: Francia, Spagna, Germania e Regno Unito, Svizzera e Svezia, scelgono la frantumazione della persona e della tradizione; invece la Russia, per tanti versi in deficit di democrazia, però sulla concezione dell’uomo, c’è.

Di certo questo allontanamento vorrei dire spirituale (ed economico e strategico) della Serbia da Ovest è un peccato per l’Italia, ed è un peccato per l’Europa. Non solo dal punto di vista del mercato, ma proprio perché segnala una sorta di nostra rinuncia ad attingere nell’amicizia alla ricchezza morale che sta in cuore a questo popolo slavo che nella sua storia ha versato molto sangue, e quasi sempre per la causa della libertà, venendo ogni volta sconfitto. Tranne che nella battaglia di Belgrado del 1456. Per cui Belgrado è la memoria di una benedizione. Maometto II dopo aver conquistato Costantinopoli cercò coi suoi saraceni di risalire in Europa attraverso i Balcani. Cristiani e turchi si batterono a Belgrado e la vittoria, il 6 agosto, fu, contro ogni speranza, degli assediati. Il Papa Callisto III istituì, in memoria, la festa della Trasfigurazione, a simboleggiare la letizia che trasfigurò l’Europa. 

Ho cominciato così, senza nemmeno nominarlo, questo commento alla nomina di Ivica Dacic a primo ministro. La scelta è per evitare a me stesso e ai lettori una trappola: essa consiste nel discettare sulla pulizia morale di quest’uomo e sulle sue responsabilità nelle nefandezze del vecchio dittatore Milosevic morto in prigionia all’Aja, e di cui Dacic fu stretto collaboratore anche durante la guerra del 1999. Insistere su un esame del sangue e dell’anima di Dacic non  fa altro che spingere la Serbia ancora più lontana da noi, che non abbiamo mai capito questo Paese e questo popolo, nelle sofferenze del dopo Tito e in quelle della guerra di Bosnia e del Kosovo (due sconfitte).

Dacic, socialista, alleato di nazionalisti, non è stato accusato di alcun delitto all’Aja. Non sappiamo quanto condividesse della dittatura. I serbi hanno scelto la strada nazionalista a causa dell’umiliazione subita per la perdita del Kosovo, la cui autodeterminazione è tutta a spese della minoranza serba,che vive nel terrore. Il Kosovo e la Bosnia sono diventati, in nome dei diritti umani da difendere contro i serbi, degli stati semi totalitari-islamici nel cuore dell’Europa, con forti basi mafiose di narcotraffico e di schiavismo. E l’Europa, in particolare le potenze nordiche, hanno sempre visto male che i Balcani diventassero il cortile di casa dell’Italia, terra di commercio e di facile passaggio. Per questo i conflitti si alimentano, e non sono estranei a questo gli interessi e le intelligence britanniche e americane. Non è dietrologia, è una banale constatazione. Belgrado vorrebbe guardare all’Italia (la capitale è un inno al nostro Paese, nei negozi e nei circoli intellettuali), ma poi noi siamo stati capaci solo di delocalizzare grandi e soprattutto piccole imprese, con la segreta speranza che la Serbia non si avvicinasse troppo all’Europa o addirittura ci entrasse: altrimenti addio convenienza nell’esportare da lì in Russia (un mercato di quasi 200 milioni di consumatori). Corto respiro. La mediocrità si paga.

Il 30 luglio il ministro Terzi è a Belgrado. Il nostro governo, come il precedente Berlusconi-Frattini e a differenza di quello di Prodi-D’Alema) è amico della Serbia, la vuole in Europa, senza che questo pregiudichi i buoni rapporti con la Russia. Speriamo bene, speriamo in una fraternità dove non si scambiano solamente merci. 

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