SIRIA/ Padre Abou-Khazen (Aleppo): noi cristiani viviamo in uno stato di guerra

Minoranza delle minoranze, i cristiani vivono con il timore che le rassicurazioni delle parti combattenti siano solo parole. Intervista al vicario generale latino, p. GIORGIO ABOU-KHAZEN

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La chiesa dedicata a San Francesco d'Assisi ad Aleppo, in Siria

Dopo alcuni giorni di black-out, i telefoni tornano a squillare ad Aleppo. IlSussidiario.net è riuscito così a raggiungere padre Giorgio Abou-Khazen, francescano della Custodia della Terrasanta, libanese, vicario generale della diocesi latina di Aleppo e parroco della chiesa di San Francesco. In sottofondo, ad un tratto, un leggero suono di campana: è il richiamo alla messa che da lì a poco padre Giorgio celebrerà per i suoi parrocchiani. Non risuonano altri rumori, qui in centro gli scontri non sono – “per ora” – ancora arrivati, “ma in altri quartieri mi dicono che si combatte casa per casa”.

Padre, i suoi parrocchiani, gli altri cristiani di Aleppo, come stanno? Come vivono questi giorni di scontri sempre più cruenti?
Guardi, i cristiani sono come tutti gli altri cittadini, non sono presi di mira in quanto cristiani. Ma viviamo in uno stato di guerra, e quando arriva una granata, non guarda in faccia a nessuno…

Qui in Italia, però, alcuni osservatori sostengono che i cristiani, essendo la minoranza tra le minoranze, siano in una situazione oltremodo difficile…
Certo, qui tutte e due le parti continuano a rassicurarci sul nostro futuro, vogliono convincerci che non ci accadrà niente, ma la storia deve insegnare. Se guardiamo cosa è successo nei paesi qui intorno, i risultati non ci incoraggiano. Il guaio è che le parole alla fine non valgono..

E allora i cristiani cosa fanno, si sono schierati o sono rimasti neutrali?
Come detto, anche i cristiani sono cittadini, hanno le loro convinzioni politiche, ma non si sono armati. La violenza non è il nostro metodo, sarebbe un suicidio. Non possiamo usare la violenza per accusare gli altri di usare violenza. No, non è il metodo cristiano.

Lei è un frate cattolico, latino come dite voi, ma in Siria sono presenti anche altre confessioni cristiane: riuscite a superare le divisioni e a trovare una maggiore unità in questi tragici momenti?
Sì, ma qui ad Aleppo viviamo già in una situazione privilegiata in quanto ad ecumenismo. La collaborazione tra le diverse denominazioni era già una realtà, avevamo già un appuntamento fisso mensile per organizzare momenti di preghiera e gesti comuni, ma tanto più adesso si cerca l’unità. Tutto questo sta aiutando, anche perché il popolo si sente cristiano e basta, senza altre definizioni.

Quanti sono i cristiani ad Aleppo?

Il numero in questi anni è oscillato, ora si calcola che siano 130mila su una popolazione di circa 4 milioni di abitanti. Comunque in questa zona, sono concentrati tutti in città, non ci sono cristiani nelle campagne qui attorno.

Noi cristiani d’Occidente come possiamo aiutarvi?
Noi crediamo nella forza della preghiera, per cui pregate. Pregate perché si possa spingere avanti questa idea della pace e della riconciliazione. Senza una riconciliazione tra le parti, tra gli uomini, non ci sarà vera pace. Se tutto finirà così, con la guerra ma senza riconciliazione, quella che si raggiungerà non sarà una pace duratura: tra 20/30 anni torniamo come ora, tutto avrà inizio di nuovo.

Padre Giorgio, lei è anche il superiore dei francescani qui ad Aleppo. In quanti siete?
Siamo rimasti in cinque, in due case. E rimarremo. Siamo qui dal 1238…

(Daniela Romanello)

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