EGITTO/ Farouq: senza educazione torneremo a essere “schiavi”

- Wael Farouq

Ospite oggi del Meeting di Rimini, WAEL FAROUQ parla dell’importanza dell’educazione, soprattutto per un popolo che ha da poco combattuto per la libertà

Egitto_Tahrir_Bandiera_NotteR439
Piazza Tahrir (InfoPhoto)

Non c’è educazione senza libertà e non c’è libertà senza educazione. La vittoria nella lotta per la libertà intrapresa dall’Egitto postrivoluzionario dipende dall’educazione, perché senza educazione una “società libera” diventa sterile, riciclando il passato senza raggiungere gli stessi risultati, vivendo il presente senza realizzarne il potenziale e aspettando un futuro senza contenuti.

Questo Meeting non intende proporre un trattamento teorico del tema educazione in una società moderna, ma cerca piuttosto di ristabilire la perduta armonia tra le condizioni e le richieste della società contemporanea e i bisogni spirituali degli uomini e delle donne del nostro tempo. La sfida che affrontiamo oggi è come assicurare che la conoscenza offerta dalla scuola sia inserita nel tessuto spirituale e culturale della società, senza escludere il lessico della realtà, sia essa spirituale o materiale, né chi ci vive, qualunque sia il suo credo religioso o politico.

In arabo la parola “educazione” (tarbiyya) deriva dalla radice r.b.w., che ha il significato di “aumento” e “crescita, sviluppo”. Il processo educativo non consiste solo nella trasmissione di valori, idee e convinzioni da una generazione all’altra; la vera educazione consiste nell’incrementare e sviluppare questi valori, caricandoli di nuovo contenuto umano, e ciò avviene mettendo in pratica questi valori nella nostra vita quotidiana, cosicché diventino oggetto di riflessione e di comunicazione. In questo senso, conservare valori e tradizioni non significa congelarli, ma anzi svilupparli, facendo assumere loro nuove forme che diano espressione alla nuova realtà.

La relazione con il passato diventa, in questo modo, fruttuosa. Il passato dovrebbe essere presentato solo come viva esperienza e realtà vissuta. Ciò rende possibile un approccio critico al passato, perché una critica costruttiva e proficua non separa la astratta conoscenza teoretica dalla vera esperienza umana. Questo è il solo tipo di critica in grado di ridare vita a valori e tradizioni e di accrescerli.

I pericoli maggiori che il processo educativo deve affrontare sono l’imitazione e la limitazione della creatività. Infatti, cos’altro è l’educazione se non un processo di stimolazione della curiosità, della domanda, della ricerca e della conoscenza, sviluppando la personale consapevolezza e comprensione del mondo, rendendo così la persona capace di assumere un atteggiamento positivo verso tutto ciò che la circonda? Educare non è altro che costruire la capacità di una persona di stabilire un rapporto positivo con se stesso, gli altri e il mondo intero.

Le tradizioni non sono fatte per essere “conservate”, sono fatte per essere vissute e vivere le tradizioni vuol dire riprodurle in un modo creativo. Come ha detto Goethe: “Ciò che avete ereditato dai vostri padri, dovete riacquisirlo di nuovo, se volete possederlo realmente”. L’educazione non è, quindi, “la conservazione delle tradizioni”, ma “l’interazione con le tradizioni”, che implica la scoperta dell’identità e la costruzione di una personalità. Una coscienza di sé e del mondo critica è ciò che preserva le tradizioni dal diventare cliché, modelli svuotati di significato, od ostacolo alle novità portate dalla vita di una nuova generazione. In questo senso, le tradizioni diventano l’apporto a questi valori di una nuova generazione che, mettendoli in pratica, vive le esperienze delle generazioni precedenti.

È l’azione creativa in relazione con le tradizioni, con la realtà e con l’altro, che dà forma all’identità umana e recupera l’armonia perduta tra “ l’ora” e la sua storia, tra il “qui” e ciò che lo circonda. Ecco perché sviluppare la capacità di agire e interagire dovrebbe essere il più alto scopo di ogni processo educativo.

Il processo educativo non è un semplice rituale al quale la società, a ogni nuova generazione di giovani, dà vita per vivere un’eterna primavera. È un processo di sviluppo che assomiglia alla crescita di un albero, la cui chioma non può alzarsi verso il cielo senza che le sue radici siano profondamente piantate dentro la terra.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori