GIORNALISTA UCCISA IN SIRIA/ Biloslavo: dopo l’11 settembre la scritta “press” è un “bersaglio”

Durante i conflitti, dice FAUSTO BILOSLAVO, si crea fra colleghi un sentimento di estrema fratellanza, una sorta di “band of brother”, legata dal rischio che si sta correndo 

22.08.2012 - int. Fausto Biloslavo
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Immagine d'archivio

Sono due i reporter uccisi durante i duri scontri ad Aleppo. Si tratta di un reporter turco e l’inviata della piccola agenzia di stampa indipendente “Japan Press” Mika Yamamoto. La giornalista quarantacinquenne era una reporter esperta già presente sul fronte afghano e iracheno, dove riuscì a scampare miracolosamente al bombardamento dell’Hotel Palestine, sede della stampa estera inviata nel paese, nel 2003. Quel reportage le valse un prestigioso premio giornalistico in patria. Secondo un collega che l’accompagnava nella missione, la donna è stata colpita da una pallottola vagante durante un conflitto a fuoco fra soldati e ribelli. La dinamica, però, non è ancora del tutto chiara. “La Siria rappresenta il tipo di conflitto peggiore, la guerra civile. Come è stato per certi versi in Bosnia, in Iraq e in parte in Afghanistan, si tratta di lotte tutti contro tutti in cui i livelli di rischio per la stampa sono altissimi” dice a ilsussidiario.net Fausto Biloslavo, giornalista e inviato di guerra in moltissimi fronti caldi come Afghanistan, Iraq, Bosnia e Kosovo.

Crede che il grado di pericolosità sia destinato a crescere?

Certo, aumenterà sempre di più. Soprattutto dopo i fatti dell’11 settembre, i giornalisti sono stati sempre più considerati amici da alcune parti che partecipano al conflitto e nemici da altre. In Iraq era considerato nemico l’inviato che aveva in tasca un passaporto della Nato: a testimoniare tutto ciò i frequenti rapimenti di occidentali che hanno seguito quella guerra. In Siria è il contrario. I giornalisti sono considerati nemici dal regime di Bashar Al Assad ma non dai ribelli.

Il fatto che si combatta in grandi città come, ad esempio, Aleppo rende più pericoloso il fronte?

Aleppo può essere considerata la “Milano siriana” e si combatte una guerra senza quartiere “casa per casa”. Ho parlato con un fotografo italiano, che è stato il primo ad entrare proprio ad Aleppo, nel quartiere di Salah ad Din teatro degli scontri più sanguinosi, e mi ha riferito che non esiste in città un posto sicuro. Il livello di pericolosità era talmente elevato che si contavano quante granate piombavano ogni minuto. E’ chiaro che in una situazione del genere, anche se sei esperto come poteva essere la giornalista giapponese uccisa, il rischio è altissimo. Purtroppo, anche se nessun pezzo vale la tua vita, puoi restarci.

A proposito di questo: sembra che gli spari che hanno colpito la reporter giapponese siano avvenuti ad una distanza molto ravvicinata, 20 o 30 metri. Perché rischiare così tanto?

Non penso che un’inviata così esperta si sia volontariamente avvicinata, anche se tutto è possibile in circostanze simili. E’ il tipo di combattimento che si sta consumando sul territorio siriano: ho visto alcune immagini degli scontri a Salah ad Din e ci si confronta non dico all’arma bianca, ma con le bombe a mano e, quindi, a distanza molto ravvicinata. Addirittura, i ribelli perforano i muri delle abitazioni per passare da una casa all’altra per evitare di passare per strade e vicoli dove sarebbe inevitabile essere uccisi a bruciapelo dai cecchini appostati ovunque. In un caso del genere, è molto difficile stabilire se chi ha sparato si sia reso conto che il bersaglio era un reporter: in questo tipo di combattimenti, prima si spara al bersaglio e solo dopo si verifica chi si è centrato. In ogni caso, anche la scritta “press” sul giubbotto anti-proiettile non è un deterrente per i cecchini. Anzi.

 

E’ in circolazione un video in cui viene mostrato un collega della giornalista uccisa che abbraccia la salma della collega in un pianto disperato. Qual è l’empatia che si crea fra inviati di guerra impegnati su uno stesso fronte?

 

Pare che il collega fosse della stessa nazionalità della Yamamoto se non addirittura della stessa agenzia. Anche se devo dire che durante i conflitti vengono abbattuti i confini di nazionalità o di appartenenza a diverse testate: si crea una sorta di fratellanza, di “band of brothers” anche se ci si è conosciuti sul posto. Si rischia insieme la vita ogni giorno: gomito a gomito con altri colleghi, si sentono fischiare i proiettili o il sibilo delle granate o, ancora, il calore incandescente dei colpi di mortaio mentre scoppiano. E’ inevitabile diventare fratelli e una perdita di un collega così vicino può segnare per tutta la vita. Probabilmente quel collega si è posto un milione di “se” e di “ma” che avrebbero potuto impedire la tragedia: un senso di responsabilità che aggredisce chi lavora fianco a fianco e rischia la vita ogni minuto.

 

Un avvertimento di un collega avrebbe davvero potuto cambiare il destino di quella giornalista?

 

In realtà, non è così. Solitamente, quando capitano queste disgrazie, c’è sempre un errore. Uno solo che può risultare fatale. Anche per il più esperto degli inviati. Ad esempio, ho visto nel video che citavamo prima che la reporter indossava pantaloni mimetici, il che a mio parere non è una grande idea. Significa trasformarsi in una specie di donna in uniforme e mi stupisce che ciò sia stato fatto da un’inviata tutt’altro che alle prime armi: è sempre meglio distinguersi e mai camuffarsi. D’altra parte, non è nemmeno il caso di indossare indumenti marchiati con la scritta “press”.

 

Qual è stato il momento più tragico nella sua esperienza di inviato di guerra?

Sono stati moltissimi. In Afghanistan, io e alcuni colleghi siamo finiti nella mani dei talebani, e in un’occasione un muretto di fango mi ha salvato dallo scoppio di una granata. Fortunatamente, ho sentito solo il propagarsi di un fortissimo calore dovuto all’esplosione. Oppure, durante le tante battaglie in Iraq o in Africa, in Rwanda, quando ho percepito l’inconfondibile sibilo dei proiettili che ti passano a pochi centimetri. In questi casi, la prima cosa che pensi è che il pezzo migliore è quello di portare la pelle a casa.

 

Attualmente, su quale fronte vorrebbe lavorare?

 

In Siria, naturalmente. Spero di andarci il prima possibile, anche se non so se in questo contesto di estremo rischio, sia davvero possibile raccontare cosa accade: la situazione è talmente pericolosa che devi prima badare a portare a casa la pelle piuttosto che pensare a scrivere. Sarebbe interessante, soprattutto raccontare Aleppo da un punto di vista inedito, quello del regime di Al Assad che ha tutto l’interesse a non far entrare alcun giornalista nella parte difesa dai governativi.

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