J’ACCUSE/ Weiler: per Obama e Romney la fede è un vanto, per l’Ue una vergogna

- Joseph Weiler

Per JOSEPH WEILER, la doppia intervista ai candidati Usa sul rapporto tra religione e politica rivela come negli USA la relazione tra fede e sfera pubblica sia più onesta rispetto all’Europa

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Barack Obama durante una visita in una chiesa

La rivista Cathedral Age ha pubblicato una doppia intervista al presidente Usa, Barack Obama, e al candidato repubblicano, Mitt Romney, sul ruolo della fede religiosa nella loro attività politica. Ilsussidiario.net ha chiesto a Joseph Weiler, professore alla New York University, di commentare le dichiarazioni dei due concorrenti per la Casa Bianca.

Ci sono molte cose che disturberanno e lasceranno sotto shock l’europeo che leggerà queste interviste. Non si potrebbe neanche immaginare un’intervista di questo tipo in uno qualsiasi dei principali Stati dell’Europa Occidentale (la Polonia potrebbe essere differente). Nella maggior parte dei nostri Paesi rilasciare un’intervista come questa vorrebbe dire la fine della carriera politica. Lo stesso risultato che porterebbe negli USA rifiutare questa intervista e trincerarsi dietro la “privacy”.

Di fronte a certe domande il lettore europeo, quasi come se si stesse parlando della vita sessuale di una persona, si rannicchia in un’area privata. Non vedo alcun motivo per cui la religione dei politici non dovrebbe essere oggetto di discussioni e interviste, come del resto le loro caratteristiche morali, specialmente se non facciamo l’errore di mettere sullo stesso piano la professione di fede di una persona con la sua buona fede, la realtà di questa fede o la sua rettitudine morale.

Credo fermamente che un politico non debba nascondere la sua fede e il suo impegno religioso. Da questo punto di vista trovo gli USA più “onesti”, mentre conosco diverse figure pubbliche in Europa che per scelta o per una sottile costrizione vivono la vita dei Marrani o dei falsi conversi (cioè dei figli di ebrei battezzati sospettati di aderire segretamente all’Ebraismo, Ndr), nascondendo la loro fede dalla sfera pubblica. D’altra parte c’è qualcosa di scoraggiante in questo tipo di confronti americani all’insegna del “vediamo quale dei due politici ha più fede”. Io stesso mi sono trovato a disagio nei confronti della cura artigianale e minuziosamente soppesata dei termini relativi alla “fede”, in modo da rassicurare i credenti – dei quali io faccio parte – senza offendere nessun altro.

Pur essendo io stesso una persona religiosa, la mia sensazione è stata che ciascuno dei due candidati cercasse di accaparrarsi il monopolio sull’etica e sulla moralità. Uno potrebbe essere ateo, ma risultare una persona perfettamente morale e retta. Pretendere che le cose stiano in un altro modo è un’arroganza insopportabile che noi, persone religiose, spesso ci permettiamo di avere. Ci sono due caratteristiche evidenti in queste interviste. Leggete attentamente le risposte di entrambi sull’importanza della fede nelle loro funzioni di presidente.

 

Le loro affermazioni sul “prendersi cura e condividere” sarebbero state fornite anche da un ateo nella stessa posizione. E’ proprio vero che, come afferma Romney, soltanto una persona religiosa può dedicarsi all’“uguaglianza dell’umanità, agli obblighi di servirsi gli uni gli altri e al costante impegno per la libertà” o, come aggiunge Obama, è l’unico che “può farsi carico degli altri”? In secondo luogo, se l’editore avesse giocato un brutto tiro ai lettori, e invertito i nomi di Romney e Obama in alcune risposte, sarebbe stato possibile rendersene conto soltanto dal contenuto? (A parte il fatto ovviamente che non ci sono dubbi sullo stile di Obama).

 

Le rispettive risposte sono così ben calibrate da non offendere nessuno. Romney non è esplicito per quanto riguarda la sua posizione contraria all’aborto, e per una buona ragione: è stato infatti a favore dell’interruzione di gravidanza quando correva per la carica di governatore del Massachusetts e i sostenitori dell’aborto erano decisivi nel determinare chi sarebbe stato il vincitore. I suoi avversari oggi alimentano la sua reputazione di opportunista sui temi etici. Lo stesso Obama, costeggiando il tema esplosivo dei matrimoni omosessuali, ha dimostrato di avere cambiato la sua posizione.

 

In generale dovendo scegliere tra due politici tenderei a preferire un ateo retto e morale, piuttosto che una persona di fede ma ipocrita e squallida. Queste interviste non dovrebbero quindi essere prese come una seria riflessione sulla Chiesa e lo Stato, né come uno spaccato reale sui due candidati, quanto piuttosto sulle attuali regole d’ingaggio nella politica americana.

Quella che ne risulta è un’esperienza non particolarmente edificante. Tuttavia, al di sotto di queste banalità possiamo trovare uno strato che dovrebbe fornirci un qualche conforto.

 

Ilsussidiario mi ha posto la seguente domanda: “Entrambi i candidati sono credenti, ma Obama ha dichiarato di essere a favore dei matrimoni gay, e Romney di esserlo per le adozioni da parte dei gay. Ciò è coerente con la loro fede?”. La domanda non supera però il test del discorso di Ratzinger al Bundstag. Perché dico così? Il Papa ha coraggiosamente ridefinito – o riaffermato – la corretta relazione tra la norma religiosa e la sfera pubblica.

 

Noi credenti cerchiamo (pur sbagliando ogni volta) di camminare sulla via del Signore, basata sulla verità rivelata che si può ritrovare sulle scritture. Ma, come insegna il Papa, questa verità rivelata non può essere la base per l’azione negli spazi pubblici. Solo quelle verità rivelate che possono essere articolate e difese nel vocabolario della ragione generale, possono essere usate in modo coercitivo dalle istituzioni dello Stato. Romney ha ragione quando sottolinea che la libertà religiosa viene al primo posto nella Carta dei Diritti USA.

 

Avrebbe dovuto andare oltre e affermare che è il più fondamentale dei diritti, in qualsiasi luogo (per ragioni che non starò a spiegare qui). Ma libertà di religione significa anche libertà dalla religione. Proprio trattandosi di una proposta religiosa, nessuno dovrebbe essere obbligato a osservare una norma sulla base della rivelazione fino a quando quella stessa persona accetti liberamente la Sovranità del Signore.

 

Quindi essendo una questione di politica pubblica e di relazione corretta tra la Chiesa e lo Stato, tra un politico e la sfera pubblica, una posizione che io prendo nei confronti di ciò che è pubblico (in quanto distinta da me) non dovrebbe dipendere dalla mia fede, ma dalla mia capacità di articolare quell’aspetto della fede in materia di politica pubblica radicata in motivazioni di carattere generale.

Sono un ebreo osservante che si astiene dal mangiare carne di maiale. Se fossi un politico sosterrei certamente la libertà dei ristoranti di servire prosciutto a chiunque desidera mangiarlo, inclusi gli ebrei non osservanti. Non mangio carne di maiale sulla base di quanto afferma la parola rivelata di Dio nelle scritture così come è stata interpretata dalla Tradizione. E mi sento di esortare tutti gli altri fratelli ebrei a obbedire a questa proibizione. Ma dal momento che non sono in grado di articolarla in motivazioni di carattere generale, sarebbe sbagliato se io la imponessi agli ebrei non credenti o ai gentili con il potere coercitivo dello Stato.

 

Obama è un protestante. Non so esattamente che cosa insegni la sua Chiesa nei confronti delle nozze gay, ma alcune chiese protestanti le consentono. Romney è un mormone, e ancora una volta non so che cosa affermi la sua chiesa per quanto riguarda le adozioni delle coppie omosessuali. Non posso quindi rispondere alla domanda relativa al fatto che le loro posizioni siano o meno in conflitto con la loro fede. Ma la domanda, come ho spiegato, è sbagliata. Ciò che è incoraggiante è il fatto che entrambi i candidati, pur affermando con fermezza il loro credo religioso, sembrano seguire la linea di Ratzinger nel non credere che le loro convinzioni religiose debbano essere tradotte in politiche pubbliche coercitive, fatta eccezione per i casi in cui possano essere difese dalla ragione pubblica.

 

Un cattolico potrebbe obiettare più seriamente a un politico che sostiene la possibilità di scegliere l’aborto, non in quanto l’aborto sia un peccato agli occhi di Dio così come rivelato dalle Sacre Scritture, quanto piuttosto perché quel particolare peccato è anche una grave trasgressione morale che può essere spiegata attraverso la ragione pubblica e che può essere combattuta su questo terreno anche nei confronti dei non credenti. Sulla strada tra Regensburg e il Bundestag abbiamo trovato nuova chiarezza su questi problemi. Questa dovrebbe diventare la nostra pietra di paragone nel valutare tali questioni.

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