11 SETTEMBRE/ Il nostro destino è quello di dimenticare?

- Riro Maniscalco

Ecco come gli americani vivono la ricorrenza dell’11 settembre. Con gesti di solidarietà, preghiere, concerti. Ma si incomincia a dimenticare. Da New York, RIRO MANISCALCO

ground_zero439
Il Memorial di Ground Zero (Infophoto)

Si ricorda solo quel che tocca il cuore. Che sia una carezza tenera o una frustata che lo fa sanguinare, quel che lascia il segno nella memoria è solo quel che tocca il cuore. Qua si dice “Remember best what we love most”, si ricorda veramente quel che amiamo di più.

L’11 settembre l’America ricorda quella giornata di undici anni fa che ha portato via la vita a tanti e cambiato quella di tutti. Come? Qui a New York City attraverso tanti gesti: una cerimonia a Ground Zero, oltre cento concerti (sì, oltre cento concerti solo in questa città, da Central Park a St. Patrick’s, dal Rockefeller Center a Washington Square Park) fino a chiudere la giornata con quelle immense torri di luci che si conficcano per quattro miglia nel buio del cielo e si fanno vedere nel raggio di trenta, quasi cinquanta chilometri. Dal 2009, l’11 settembre, per decisione del Congresso, è anche stato eletto a Day of Service and Remembrance, giornata di servizio e ricordo. Migliaia di volontari dedicheranno la giornata a gesti caritativi, aiutando chi ha bisogno di risistemare case cadenti, portando cibo a chi non ne ha, ripulendo scuole e quartieri malconci, onorando i Veterani, coloro che hanno servito il Paese combattendo in Paesi lontani. Perché anche per chi non ricordasse (o non volesse ricordare) quel che è successo undici anni fa, restano sempre due guerre come pesantissima eredità di quella giornata.

Siamo anche in piena campagna elettorale e questa ricorrenza – e le sue conseguenze – non possono certo essere lasciate cadere dai candidati. Sabato 8 il presidente Obama, nel ricordare a tutti che l’America continua la sua battaglia contro Al Qaeda e compagni di disgrazia, e nel ribadire che mai e poi mai questa sarà una lotta contro l’islam, ha anche eletto l’11 settembre a “Patriot Day”, Giornata del Patriota. La retorica patriottica, così la si vede dall’Europa, è in verità una continua dichiarazione d’amore verso una terra, una nazione, fatta di immigrati che sono sempre arrivati fin qui (e continuano a farlo) affamati di “vita”, “libertà” e “ricerca della felicità”. Senza patriottismo non ci sarebbe America.

Eppure, pur con tanti gesti e tante parole, ogni ricordo, inevitabilmente, tende ad affievolirsi. Ieri la cosa mi ha colpito in maniera particolare. Ero allo stadio, cominciava la stagione di football. Come sempre prima della partita – prima di qualsiasi partita di qualsiasi sport – l’America si alza in piedi, si toglie il cappello, si mette la mano sul cuore e ascolta l’inno nazionale. Ed ogni volta, nell’annunciare chi lo eseguirà, dagli altoparlanti arriva anche un invito, qualcosa o qualcuno a cui rivolgere il pensiero mentre ci si raccoglie ad onorare il proprio Paese. 

Così è stato anche domenica. Entrano marciando rappresentanti di tutte le forze armate, e una marea di soldati stende un’enorme bandiera americana a coprire tutto il campo da gioco. Ed arrivano le parole. Le prime sono state per l’11 settembre. Siamo a New York, come avrebbe potuto essere altrimenti? E mentre ascoltavo – e in cuor mio mi chiedevo se non si sarebbe potuto dire qualcosa di più o di più significativo – ecco che lo speaker ci ricorda anche che settimana scorsa è morto un tale, il proprietario di una squadra di football, che tanto bene ha fatto alla NFL, la National Football League.

Non so che effetto la cosa abbia fatto agli altri 50mila e più, ma a me ha lasciato l’amaro in bocca. È vero, la vita va avanti, la città e tutto il Paese pagano il loro tributo alle vittime degli attacchi terroristici, la Freedom Tower – in quello che era diventato il buco nero di Ground Zero – continua a salire come l’ennesimo e sempre più grandioso tentativo di costruire un ponte verso l’infinito, il Memorial con la sua acqua che scorre perennemente su pareti in cui sono incisi tutti i nomi delle vittime è sempre affollato.

Eppure… eppure la verità è che un poco alla volta ci si dimentica. La Memoria, la vivezza nel presente di qualcosa che ci ha presi al cuore, sembra dover lasciare il passo al devoto ricordo. La Memoria tiene desta la coscienza di quel che si è, il devoto ricordo no. Vale per l’11 settembre, ma vale anche per tutte le cose della vita.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori