ISLAM/ Come si fa a dialogare con chi può solo obbedire?

- Pietro Davoli

I musulmani rifiutano il confronto con la realtà. L’unica strada è paragonarsi su temi minori, difendere la nostra identità e ricominciare dall’esperienza. L’analisi di PIETRO DAVOLI

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Piazza Tahrir (InfoPhoto)

Caro direttore,

a noi occidentali risulta difficile capire le ragioni profonde di una rivolta che non può essere certo spiegata con episodi del tutto estemporanei. Le ragioni sono legate alla distanza che separa il mondo islamico dai popoli più ricchi ed evoluti, alle cause che hanno generato tale divario e alle modalità per superarlo. Nel corso dei secoli questo divario si è dilatato ed anche oggi tende ad ampliarsi. Le vie possibili per colmarlo sono due.

La prima è quella evolutiva dove, giorno per giorno, si acquisiscono nuove conoscenze, si intraprendono nuove attività e si fa tesoro di quanto di buono e di valido compare all’orizzonte. Questo implica un avvicinamento, non solo economico ma anche di natura antropologica, ai modelli occidentali. Le “primavere” seguivano questo approccio. 

La seconda via è quella rivoluzionaria. In questo scenario l’arretramento del mondo islamico è colpa dell’occidente sfruttatore e prevaricatore e il divario può e deve essere colmato abbattendo l’infedele. Questo modello si basa su due postulati: a) non è giusto che gli islamici vivano in condizioni di inferiorità. Se questo è avvenuto negli ultimi secoli è tempo di ribaltare la situazione; b) la via per il cambiamento è fare, in modo totale e indiscriminato, la volontà di Allah. Ma in questo modo si esclude qualunque verifica con la realtà. Un musulmano non deve capire, deve obbedire. Un cristiano partecipa all’opera del Creatore, essendo fatto a Sua immagine e somiglianza, ed è quindi pronto ad accogliere tutta la realtà e le possibilità che questa offre. Un musulmano deve rispettare la volontà assoluta di Allah e quindi nega ogni possibile cambiamento rispetto a quanto fissato, una volta per tutte, dal Profeta.

Non c’è dunque da stupirsi se il metodo scientifico e il progresso economico siano nati in un contesto cristiano e il divario tenda, nel tempo, ad ampliarsi. Per ridurlo gli integralisti islamici propongono la Jihad cioè l’abbattimento rivoluzionario del diverso, dell’infedele. Il mondo musulmano è incapace di una vera proposta perché non si confronta con il reale, fonte di ogni possibile progresso, ma si rifugia in un dogmatismo che promette la liberazione se si farà la volontà di Allah. Se si esaminano le varie componenti del mondo islamico si trovano all’interno numerose e profonde diversità. L’unico elemento unificante è il ricorso al Corano ed alla figura di Maometto. Non importa che all’interno del Corano stesso vi siano molte contraddizioni e che nella vita del Profeta vi siano molti episodi discutibili. Al grido di “Allah lo vuole” il nemico diventa l’occasione di riscatto e di redenzione. Se non c’è un nemico occorre inventarlo, se il nemico mi dà ragione su cento punti devo coglierlo in fallo sul centounesimo. Non importa qual è il fattore scatenante. Il nemico è comunque colpevole e facendo la volontà di Allah posso trascurare tutti i guai attuali, gli errori del governo, le scelte errate in campo economico, evitare qualunque verifica con le difficoltà attuali e proiettarmi dentro una promessa di liberazione.

Questa assenza di proposte è una grave debolezza e l’utilizzo di un comune nemico per unificare ciò che unito non è, è molto comodo e permette di evitare l’affronto dei veri problemi. È quanto anche in Italia la sinistra ha fatto usando l’antiberlusconismo come unico collante tra le varie componenti.

Quali sono le prospettive future? Un dialogo è impossibile. I musulmani rifiutano il confronto con la realtà. Lo splendido discorso di Benedetto XVI a Ratisbona (12 settembre 2006) lo ha chiarito molto bene. I più radicali non accettano neppure il progresso scientifico perché Allah potrebbe cambiare anche le leggi che hanno governato il mondo fino ad oggi. All’uomo non è dato di partecipare e comprendere: deve solo obbedire. Di fronte a questa posizione sono necessari due atteggiamenti. Primo: la consapevolezza della nostra storia e della nostra dignità. Non possiamo e non dobbiamo negare nulla della nostra identità. Loro pretendono rispetto e dignità. Dobbiamo pretendere anche noi la stessa cosa. Secondo: occorre spostare il confronto dai grandi temi alle piccole verifiche quotidiane. Non il paragone fra religioni o sui temi etici ma sul modo di vivere, di vestire, di studiare, di viaggiare, di giocare, di fare musica, pittura… Su questi temi abbiamo una ricchezza enorme accumulata nel corso dei secoli e che alla lunga potrà fare la differenza.

La primavera è bella e tutti la desiderano. Non dobbiamo imporre nulla ma proporre un modello di cui siamo orgogliosi, lasciando alla loro libertà il giudizio e la scelta. Il futuro del mondo islamico risiede anche nella consapevolezza di tutti noi e nella capacità di testimoniare, senza arroganza ma senza alcun cedimento, quanto di vero, bello e buono abbiamo incontrato. Alla fine non sarà la violenza a prevalere ma l’amore. A noi tocca il compito di renderlo presente e sperimentabile.

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