ARGENTINA/ Quella protesta via internet che per gli italiani non c’è stata

- Arturo Illia

Assordante silenzio dei media nazionali sul Cacerolazo anti-Kirchner. Il “potere K” alla gente non piace più. E sognano una loro “primavera araba”. Il racconto dei fatti di ARTURO ILLIA

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E’ davvero singolare come quasi nessun media italiano abbia dato risalto a un avvenimento accaduto giovedì sera in Argentina: l’autoconvocazione, attraverso Internet, di centinaia di migliaia di persone che hanno riempito le strade delle principali città dell’Argentina per protestare fortemente contro l’attuale politica del Governo e pretendere il ritorno a una vera vita democratica.

Una delle caratteristiche della crisi che l’Argentina visse nel 2001 fu la massiccia protesta (detta Cacerolazo) della gente che si autoconvocò ai quattro angoli del Paese armata di pentole e cucchiai per protestare contro un sistema politico che li aveva ridotti all’indigenza e dal quale erano stati letteralmente saccheggiati a causa del crollo del sistema bancario.

Stavolta gli argentini hanno rivolto pentole e cucchiai contro Cristina Fernandez de Kirchner e il suo entourage, accusati di aver portato il paese sull’orlo di una crisi gravissima instaurando un vero e proprio regime che il Presidente dell’Uruguay, “Pepe” Mujica, ha definito senza mezzi termini un’autarchia.

La situazione, come già abbiamo ampiamente denunciato su queste pagine, è ormai insostenibile sia per l’inflazione, che ormai ha raggiunto il 25%, sia per il blocco delle importazioni che provoca una mancanza di generi e manufatti di prima necessità (non stiamo parlando di iPod o tablets ma, per esempio, di stent per operazioni al cuore o farmaci per anestesia  che bloccano spesso operazioni chirurgiuche importanti). A questo si unisce una violenza ed una insicurezza che ormai si estende in tutto il Paese, dove, specie nelle città, i furti e le aggressioni sono all’ordine del giorno,  mettendo a repentaglio la vita stessa dei cittadini, visto che la cronaca è piena di omicidi commessi durante furti per strada o in appartamenti.

Pare veramente una storia senza fine, ma sopratutto è incredibile come un Paese, grande 38 volte l’Italia, dotato di immense risorse e scarsamente popolato (che in teoria dovrebbe disporre di un pil da emirato arabo) abbia la capacità ormai atavica di distruggersi e non poter vivere degnamente , tranne brevi periodi, una vera democrazia.

La sostanziale incapacità politica e conseguentemente la sua debolezza, hanno portato la signora Kirchner e il suo entourage ad intraprendere una politica che, pena la perdita del potere, raggiungesse il controllo di tutti i settori del Paese, attraverso uno statalismo esasperato e utilizzato in forma coercitiva. In questo sistema l’appartenenza al potere K (come viene ormai definito) è essenziale se si vuole ottenere un lavoro o mantenerlo. Chi pensa diversamente viene spesso minacciato se non emarginato e distrutto economicamente.

Il potere sui mezzi di informazione è ormai quasi totale, l’economia è al collasso, i cambi in valuta, specie dollari, sono strettamente controllati ed impediti anche in caso di viaggi all’estero.

Nelle scuole i seguaci della Campora, in pratica un movimento oltranzista paragonabile alle guardie rosse di maoista memoria, tengono corsi di indottrinamento politico in modo di condizionare le teste di adolescenti che stanno per ottenere il diritto al voto a 16 anni. E l’influenza di questi pretoriani, in massima parte giovanissimi, di cui Cristina K si è circondata, non si limita al campo dell’istruzione ma ormai si è estesa anche al controllo di interi settori dell’economia nazionale: tutti straordinariamente perdenti a livello economico, le cui casse vengono portate al pareggio attingendo dal fondo pensioni Anses (l’Inps locale).

Le minacce non si limitano ai comuni cittadini ma colpiscono anche settori dell’industria privata quando qualche industriale si permette di criticare le misure adottate : è  successo recentemente pure al titolare di una delle poche industrie Argentinea livello globale , il signor Rocca , proprietario della Techint , una delle potenze siderurgiche mondiali che di recente è stato minacciato di esproprio per essersi permesso di protestare.

L’esasperazione popolare è sfociata nelle manifestazioni recenti, in cui le piazze e le grandiavenidas delle principali città del Paese si sono riempite di una moltitudine generazionalmente eterogenea, composta da gran parte della classe media e medio bassa, insomma la forza lavoro del Paese, che non vuole replicare l’esperienza venezuelana e ormai paragona la propria prima mandataria a Hugo Chavez.

La reazione del potere è passata da una ironia strafottente delle prime ore ad una seria preoccupazione, tanto che si sta pensando ad una contromanifestazione convocata al momento il 13 di Ottobre. Con la differenza che i raduni oceanici del potere K sono “sponsorizzati” in vario modo e di autoconvocato e spontaneo hanno ben poco.

L’ Argentina è in pratica tornata a respirare quel peronismo asfissiante che contraddistinse il potere dall’istaurazione del Generale Juan Domingo Peron fino alla cosidetta Revoluccion Libertadora che lo cacciò dal Paese, costringendolo ad un esilio che alla fine ha alimentato in lui l’aureola di martire. Difatti lo sparuto gruppo di militari che lo estromise nel 1955 ha commesso uno dei più gravi errori nella storia del Paese.

Con ogni probabilità , visto che lo statalismo esasperato e il regime instauratosi di conseguenza avrebbero quasi sicuramente perso le elezioni che si sarebbero tenute dopo poco, la mossa liberò sì l’Argentina da una formula di potere che aveva mostrato di essere al capolinea, ma contemporaneamente la repressione che seguì, invece che bandire il peronismo, lo fece rinascere, nella lunga attesa del ritorno del Generale che avrebbe significato per l’Argentina il ritorno ad una condizione che la povertà di un’Europa post bellica aveva permesso: la nascita di una potenza mondiale a livello agricolo.

L’illusione però durò fino al ritorno di Peron, avvenuto definitivamente nel 1973, che portò il controllo dell’Argentina nelle mani della genocida giunta militare, a cui seguì la restaurazione della democrazia, nel 1983, da parte del Radicale Raul Ricardo Alfonsin, che ereditò una Nazione con gravissimi problemi sia economici sia politici. Ma Alfonsin non ebbe tempo di risolvere le cose, perchè nel 1987 dovette cedere in anticipo il potere al peronista Carlos Menem, che aveva vinto le elezioni con la promessa di un rapido ritorno alle condizioni del primo peronismo. Un’altra illusione che produsse come risultato finale di una scellerata politica neoliberalista la tragica situazione finanziaria del dicembre 2001.

La spontaneità della manifestazione di giovedì scorso fa ben sperare in un ritorno ad un dialogo veramente democratico di cui l’Argentina ha un estremo bisogno: in caso contrario il Paese sarà destinato ad un ruolo secondario in un’area del mondo dove Brasile, Cile ed Uruguay stanno procedendo a passi da gigante verso uno sviluppo le cui ragioni sono da ricercarsi, oltre alle grandi risorse a disposizione, in un confronto veramente democratico in cui ogni forza politica, pure di differente estrazione ideologica, cerca un dialogo generale nell’unico e primario scopo del bene del Paese: Nazioni da cui anche noi italiani abbiamo molto da imparare e non solo dal punto di vista politico.

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