ELEZIONI/ Il crollo dei cattolici nel polder olandese

- La Redazione

Terremoto politico post elezioni: crollano democristiani e nazionalisti, crescono la destra liberale e i socialdemocratici. Ed è impasse. Il commento di ERIC VAN GOOR e TOM ZWITSER

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Il Binnenhof a L'Aia, sede del parlamento olandese (foto di Markus Bernet)

Con le elezioni politiche del 12 settembre abbiamo assistito nei Paesi Bassi a uno smottamento politico. Se pochi anni fa i cattolici disertavano in massa le fila democristiane (CDA) per passare ai ranghi del partito nazionalista di Wilders (PVV), il 12 settembre si sono rivolti in massa alla destra liberale della VVD. Dei tre partiti che formavano la coalizione di governo, le maggiori perdite le hanno subite democristiani (CDA) e nazionalisti (PVV); invece ogni seggio guadagnato dal terzo, la VVD, corrisponde a due seggi perduti per il CDA e il PVV. E intanto la VVD vedeva avanzare di pari passo i suoi avversari: i socialdemocratici del PvdA.

La crescita della VVD e del PvdA significa per i Paesi Bassi una vera impasse. Durante la campagna elettorale proprio la contrapposizione tra questi due partiti era stata messa in evidenza, sia dai media sia dai rispettivi capilista: Mark Rutte (VVD) e Diederik Samsom (PvdA). Risultato dei duelli mediatici tra i due è stata la scelta di molti elettori per un voto “strategico” per questi partiti. C’è chi ha votato VVD per tenere lontano dal potere i socialdemocratici, e c’è chi ha votato PvdA proprio per rimuovere i liberali dal governo. Ironia della sorte, il risultato elettorale ha condannato proprio questi due partiti a non poter far a meno l’uno dell’altro: non gli resta che governare insieme.

Nella lotta tra i titani VVD e PvdA altri partiti sono rimasti stritolati: non solo i democristiani e i nazionalisti, ma anche i verdi di estrema sinistra (GroenLinks) si sono visti sfuggire la loro base elettorale, mentre spariva la Socialistische Partij (SP), che si pronosticava trionfatrice.

L’elettore olandese è mosso da un timore che si chiama “economia”. Molti lavoratori temono la valanga di licenziamenti che potrebbe conseguire alla riforma del diritto del lavoro propugnata dai liberali. I pensionati temono che la persistente crisi europea porti a tagli sulle loro pensioni. E infine gli imprenditori temono i piani dei socialdemocratici in materia fiscale, che colpiranno soprattutto i piccoli e medi imprenditori autonomi e i redditi più elevati.

Due anni fa gli olandesi di destra esultavano per quella che si riteneva una coalizione di destra, ma all’esultanza è subentrata la depressione. E non senza motivo: l’elettore olandese mostra da sempre una strutturale tendenza a sinistra, che non toglie che molti che votano a sinistra mantengano concezioni sociali piuttosto conservatrici. Al contrario, i partiti della destra hanno perso di anno in anno la loro credibilità nei confronti dell’elettorato di destra. Tutto questo ha una spiegazione: neoliberalismo, con l’introduzione di dinamiche di mercato nell’assistenza sanitaria, con più polizia, più controlli e regole più severe.

La politica degli ultimi decenni ha fatto dei Paesi Bassi, non solo a livello europeo, ma anche a livello mondiale, uno dei Paesi più ricchi, con una posizione competitiva fortissima. Tuttavia molti cittadini non ne godono, e si sentono estranei. L’altissima produttività del lavoro nei Paesi Bassi va di pari passo con una cultura manageriale gelida, in cui il lavoratore non conta, e chi comanda si arricchisce scandalosamente. Tradizionalmente il divario tra élite e cittadini non è mai stato molto ampio nei Paesi Bassi, ma adesso svolge un ruolo notevole che ha provocato lo smottamento elettorale del 12 settembre.

I Paesi Bassi godono di ricchezza e benessere, ma non sanno più da che parte stare. Parecchi elettori votano in base a considerazioni economiche, ma molti di loro dicono di dover scegliere tra due mali: liberalismo o socialdemocrazia. Non ci si fida né dell’uno né dell’altra, ma non si vedono (più) altre possibilità: infatti, i democristiani non contano più niente, e i nazionalisti hanno esagerato con i toni rabbiosi, che agli olandesi non piacciono.

Il fatto più notevole della politica olandese è – come si è detto – la picchiata dei democristiani. Alcuni decenni fa la base elettorale di questo partito superava il 35%, e adesso è meno del 10%.

Ormai la democrazia cristiana del CDA ha perso la sua attrattiva. Il freddo pragmatismo e l’esagerato moralismo del partito hanno estraniato gli elettori, più i cattolici che i protestanti. Sono finiti i tempi in cui i democristiani erano in grado di legare a sé le classi superiori e inferiori con la loro politica sociale e l’attenzione ai piccoli imprenditori

In parte è colpa dei democristiani stessi. Sono anni che svendono i media a loro disposizione, quelli che una volta sostenevano i democristiani, e assumono redattori di sinistra, addirittura atei e comunisti. Al CDA interessava soprattutto governare, attestandosi in mezzo alle parti. La deriva a sinistra dell’élite democristiana era inevitabile. Sotto la spinta di predicanti e teologi tendenti a sinistra, i valori evangelici hanno acquisito una decisa coloratura sinistrorsa, giustificando una politica orientata a sinistra.

Le comunità ecclesiali hanno seguito la corrente: preti, predicanti e teologi di sinistra hanno accentuato progressivamente la loro posizione, senza timore di appoggiare esplicitamente partiti di sinistra, anche estrema. Di conseguenza anche nell’ambito della popolazione cattolica è sorta una contrapposizione tra élite e popolo. L’élite si dichiara di sinistra, mentre la popolazione cattolica è ancora prevalentemente rivolta a destra.

Il CDA ha però ascoltato i preti, i predicanti e i teologi, non la sua base. Ha fatto persino proprie le espressioni offensive che i teologi di sinistra indirizzano al comune elettore cattolico di destra. Alla fine la base ne ha avuto abbastanza di questa demonizzazione del suo modo di vedere, e ha espresso un voto di protesta: fuori il clero di sinistra e fuori i democristiani di sinistra! In mancanza di un partito popolare di destra decente, molti elettori cattolici hanno deciso di votare per la VVD liberale e – in misura minore – per il PVV nazionalista. Sono molti i conservatori dei Paesi Bassi che sperano che un giorno sorga un partito di destra decente, nel quale si possano di nuovo sentire a casa loro i cattolici, e non soltanto loro. Ancora non se ne vedono i segni, e i Paesi Bassi dovranno vedersela, nei prossimi anni, con liberali e socialdemocratici che non possono fare a meno di governare insieme, anche se non ne hanno nessuna voglia.

(Eric van Goor* – Tom Zwitser*)

*blogger e commentatori nei media olandesi di orientamento conservatore e cattolico

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