IRAN/ L’esperto: contro l’atomica di Teheran la politica potrebbe non bastare

- int. Pietro Batacchi

Entro la prossima estate l’Iran avrà ultimato la fase finale per la produzione dell’uranio necessario alla realizzazione del suo primo ordigno nucleare. PIETRO BATACCHI

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Benjamin Netanyahu (InfoPhoto)

Una bomba come quelle dei fumetti, una miccia accesa come quelle dei cartoni animati. Con un pennarello, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha tracciato una linea rossa su un buffo disegno, apparentemente infantile, mostrato all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Un metodo, però, per dimostrare al mondo intero il pericolo che sta correndo. Entro la prossima estate, infatti, l’Iran avrà ultimato la fase finale per la produzione dell’uranio necessario alla realizzazione del suo primo ordigno nucleare. E per questo deve essere assolutamente fermato. Netanyahu non ha dubbi: l’Iran con un’arma atomica sarebbe come al Qaeda armata allo stesso modo, anche se rimane convinto del fatto che “di fronte ad una chiara linea rossa Teheran si fermerà”. Il premier israeliano ha anche dichiarato di essere “totalmente d’accordo” con il presidente americano Barack Obama, il quale ha fatto sapere due giorni fa che “un Iran con l’arma nucleare non è una sfida che può essere contenuta” e che per questo gli Stati Uniti faranno “ciò che devono” per impedirlo. IlSussidiario.net commenta il delicato scenario attuale insieme a Pietro Batacchi, direttore della Rivista Italiana Difesa (RID), ed esperto di storia e strategia militare.

Quanto è alto il rischio che l’Iran si doti di un ordigno nucleare?

Questo rischio è certamente molto alto e, anche se non possiamo ancora saperlo con certezza, probabilmente già dispone di un ordigno nucleare rudimentale. E’ ormai noto che l’Iran sta ultimando l’ultima fase di produzione dell’uranio, quindi è praticamente certo che tra un non precisato numero di mesi potrà disporre di una bomba atomica.

Dispone anche dei missili per lanciarla?

Nel proprio arsenale l’Iran possiede certamente missili a corto e medio raggio, ma al momento non ha la capacità di trasformare un ordigno nucleare rudimentale in una testata in grado di essere installata su un missile.

Condivide il paragone fatto da Netanyahu tra Iran e al Qaeda?

No, è un paragone che non mi trova d’accordo, soprattutto se riguarda armi e interventi nucleari. Il motivo è molto semplice: al Qaeda è un’organizzazione terroristica transnazionale non immediatamente riconducibile a un territorio fisico, mentre l’Iran è uno Stato. Può sembrare banale, ma stiamo parlando di due realtà straordinariamente diverse. L’Iran, proprio perché è uno Stato con molte città e circa 80 milioni di abitanti, può entrare in un gioco di deterrenza in cui potrebbero essere facilmente applicati principi di dissuasione.

Cosa che ovviamente non potrebbe avvenire con al Qaeda.

Al Qaeda non ha territori e un “volto” delineato su cui eventualmente realizzare una rappresaglia tanto forte da scoraggiare un suo attacco. Solo per fare un esempio, i missili Scud fatti piovere da Saddam Hussein su Israele non erano caricati con armi chimiche, nonostante l’Iraq nel 1991 disponesse di numerose armi di questo tipo. Questo avvenne proprio perché, in caso contrario, Hussein avrebbe rischiato una rappresaglia nucleare israeliana. Credo quindi che il paragone utilizzato da Netanyahu faccia esclusivamente parte di quella “battaglia delle idee” che, come spesso accade, precede quella vera e propria.

Cosa dovrebbero fare gli Stati Uniti e i Paesi alleati nel Golfo per contrastare il programma iraniano?

In questi anni, tra virus informatici inoculati nei vari siti nucleari e assassinii mirati di scienziati nucleari, diversi Stati hanno già fatto molto per tentare di sabotare il programma nucleare iraniano. Proprio nei confronti di queste azioni lo stesso Iran ha attuato forme di rappresaglia, in particolare uccidendo personale diplomatico israeliano in diversi Paesi. E’ però ovvio che più passa il tempo e più aumenta il rischio di un eventuale attacco aereo.

Come giudica le recenti parole di Obama?

In questa particolare fase il presidente americano deve per prima cosa rassicurare gli alleati nel Golfo. Non solo Israele, ma anche gli Stati arabi e le monarchie che più di tutte si sentono minacciate dal programma nucleare iraniano. L’obiettivo dell’amministrazione Obama è dunque quello di far sapere che l’America non permetterà che l’Iran si doti della bomba atomica, eventualità che per un Paese come l’Arabia Saudita, nemico numero uno dell’Iran anche più di Israele, rappresenterebbe una vera minaccia.

Qual è invece l’attuale posizione di Israele?

Il fatto di essere l’unico Stato in quell’area a disporre di un arsenale nucleare, anche se non ufficialmente dichiarato, per Israele rappresenta la principale garanzia della superiorità su base regionale e della sicurezza dello stato ebraico. Quindi non potrebbe mai accettare facilmente l’ipotesi che anche un Paese vicino come l’Iran possa disporre di una simile possibilità.

Questo potrebbe quindi portare a un attacco preventivo?

Sì, effettivamente esiste il rischio che si possa anche arrivare a un cosiddetto “strike”, un attacco preventivo a sorpresa per distruggere la totalità delle forze nucleari iraniane. Questo porterebbe ovviamente a una escaltion di tensioni nel Golfo che, nell’ambito di uno scenario internazionale già reso straordinariamente complesso e difficile dalla crisi economica, avrebbe ripercussioni devastanti in tutto il mondo.

 

(Claudio Perlini)     




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