MALI/ Così la Francia mette a rischio Europa e cristiani

- Giuseppe Pennisi

L’esito dell’intervento francese in Mali, secondo GIUSEPPE PENNISI, può essere disastroso, come lo è stato dieci anni fa nella regione dei Grandi Laghi. Meglio percorrere altre strade

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(Infophoto)

In questi giorni, la stampa italiana si interessa molto del Mali, nonostante sino a poche settimane fa molti nostri giornalisti non sapessero dove indicare il Paese sulla carta geografica (anche se la crisi politica e militare maliana, e lo scontro tra islamisti radicali e moderati fossero noti da tempo a chi si interessa dei problemi non solo dell’Africa a Sud del Sahara ma anche del Mediterraneo). In effetti, ho letto un unico articolo equilibrato e ben informato (sotto il profilo dell’analisi politica) quello di Nicoletta Pirozzi su Affari Internazionali, il bel magazine dell’Istituto Affari Internazionali. È una dura requisitoria contro la politica estera francese in Africa (e nel Mediterraneo), un avvertimento all’Unione europea (e agli Stati che ne fanno parte) a non seguirla e una proposta su come risolvere la crisi facendo leva sulle organizzazioni regionali africane (prime tra tutte l’Ecowas) nell’ambito dell’Unione africana.

Nicoletta Pirozzi non tratta, però, né delle lunghe premesse storiche della crisi, né del suo significato economico. Il Mali non è solo una vasta e ondulata distesa di sabbia sino al fiume Niger, ai suoi affluenti e alla catena di montagne che lo separa dal Burkina Faso. È anche il terzo produttore d’oro del mondo, uno dei maggiori esportatori di carne e di bestiame e uno dei maggiori esportatori di cotone a fibra lunga (molto ricercato per la haute couture). Non è poi escluso che il suo sottosuolo contenga petrolio e potassio (sono in corso ricerche) di qualità simili a quelle del Marocco e dell’Algeria.

Nei 18 anni passati in Banca Mondiale e nei quattro passati alla Fao ho lavorato prevalentemente sull’Estremo Oriente e sull’Africa a Sud del Sahara. Ho avuto modo di conoscere paesi, Capi di Stato, Ministri, accademici e soprattutto tanta gente comune. Il Mali è stato il mio “battesimo” africano: vi passai circa otto settimane nell’aprile-giugno 1969 e da allora ho avuto modo di visitarlo molte altre volte, riuscendo a masticare un po’ di Bambara, la lingua dell’etnia dominante nel Sud.

Il Mali e i suoi confini geografici sono frutto dell’epoca coloniale, quando nel 1890 (in seguito al Trattato di Berlino arbitrato da Bismarck) Gran Bretagna e Francia si divisero la zona immediatamente a sud del Sahara in due parti, il Sudan francese e il Sudan britannico. Dopo l’indipendenza, quello “francese” prese il nome di un antico impero africano (per l’appunto il Mali, dal tredicesimo al sedicesimo secolo) e fu uno dei due paesi di quella che era stata l’Africa coloniale francese a schierarsi non con l’antica metropoli ma con il Patto di Varsavia, prima, e con la Cina, poi.

Nel 1969, la Banca Mondiale fece una prima profonda analisi economica del Paese, dopo che un nuovo Governo (militare), con l’aiuto di Rue Monsieur a Parigi (formalmente Ministero della Cooperazione, ma essenzialmente sede di intrighi politici-commerciali-industriali dell’ex-metropoli nei confronti delle ex colonie), aveva messo alle porte i russi e raffreddato i rapporti con i cinesi. Nell’ambito dell’antico impero del Mali (da cui emerse l’Impero Songhai che controllò per un secolo parte del Paese) convivevano varie etnie e forme statuali (come nel Sacro Romano Impero del Seicento); dal diciottesimo secolo all’arrivo dei francesi nelle ultime decadi del diciannovesimo, gli Imperi del Mali e del Songhai si frammentarono in Regni continuamente in guerra gli uni contro gli altri. Nel quattordicesimo secolo, con Musa I Imperatore, l’Islam divento “la religione di Stato”, come confermato da editti su tessuto conservati a Timbuctù.

Negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso (quando sono stato spesso nella regione), nonostante il Paese fosse formalmente una Repubblica, da Mopti a quello che ora è il Burkina Faso molte questioni venivano risolte nell’ambito delle regole tradizionali del Regno Dogon, il cui Re (educato a Parigi e Mosca) ho più volte incontrato. Nonostante l’influenza francese, e l’esistenza di una bella Cattedrale a Bamako (in stile anni Trenta), il cristianesimo non ha fatto troppa strada. La popolazione era, ed è, o animista o musulmana; non per nulla in Mali ci sono magnifiche moschee (stupenda quella di Mopti, contornata dal fiume Niger e dai suoi affluenti: una Venezia che sbuca dal deserto) e l’ormai abbandonato grande centro universitario e culturale di Timbuctù .

Dissidi etnici sono sempre stati una caratteristica della regione. Prima dell’arrivo degli europei, venivano risolti o in modo cooperativo per problemi di sopravvivenza ecologica (nella transumanza si decideva collegialmente quali uomini e quali bestie si dovevano lasciare indietro quando il pascolo si inaridiva), oppure con guerre. Chi perdeva diventava schiavo del vincitore e dal Seicento veniva portato, dopo un lungo percorso a piedi (almeno la metà periva nel tragitto) all’isola di Gorée, di fronte a Dakar, per essere venduto di solito a mercanti portoghesi; ancora oggi si possono visitare le prigioni e il mercato dove avveniva l’asta, principalmente di uomini – poche erano le donne prigioniere, che venivano di solito adibite ai servizi domestici del vincitore.

I contrasti e le lotte tra clan ed etnie sono sempre stati endemici, come lo erano nel Sacro Impero Romano in Europa e in India tra i Rajput. Con lo sviluppo tecnologico, in un terreno del genere, si alimenta inevitabilmente il terrorismo. Mentre numerose voci esultano per l’intervento della Francia in Mali, ne vedo serie insidie. L’esito può essere disastroso, come lo è stato dieci anni fa nella regione dei Grandi Laghi (Ruanda e Burundi, due Stati fantoccio governati da plenipotenziari di Rue Monsieur) e in Congo, nonché più recentemente in Libia. Anche se si giungerà a una tregua (come in Costa d’Avorio) sarà probabilmente di breve durata e aggraverà i sentimenti anti-europei e anti-cristiani (si veda cosa sta avvenendo in Nigeria).

Cosa fare? I problemi sono millenari: meglio lasciare che i Bambara, i Dogon, i Tuareg, i Kita, i Fulani, i Boufalabé, i Sarakole, i Malinke se li risolvano tra loro come fanno da sempre. Oppure con un intervento dell’Ecowas (l’unione economica dell’Africa Occidentale) e dell’Unione africana. Oppure ancora con quello delle Nazioni Unite. Un supporto armato dell’ex metropoli coloniale (benedetto dall’Europa) in favore dei Bambara rischia di aggravare la situazione in Mali e di esportare nuovo terrorismo in Europa, soprattutto verso quei paesi che offrono anche solamente supporto logistico.

Non si tratta di perdere solamente l’oro del Mali, il cotone a fibra lunga e potenzialmente potassio e oli minerali, ma di evitare un’ondata di terrorismo. Al pari dei Rajuput indiani, i Bambara, i Dogon, i Tuareg, i Kita, i Fulani, i Boufalabé, i Sarakole, i Malinke sono guerrieri e guerriglieri prima di essere allevatori o coltivatori.

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