MALI/ L’esperto: il neocolonialismo di Francia e Italia è una scelta anti-storica

L’Italia fornirà supporto logistico tramite i suoi aerei nella guerra in Mali per un periodo di due mesi, estendibile a tre. ANGELO DEL BOCA commenta la decisione della Camera dei deputati

23.01.2013 - int. Angelo Del Boca
mali_francia_R439
Forze francesi in Mali

L’Italia fornirà supporto logistico tramite i suoi aeroplani nella guerra in Mali per un periodo di due mesi, estendibile a tre. E’ quanto ha deciso la Camera dei deputati, in linea con la risoluzione 2085 delle Nazioni unite. Il ministro degli Esteri, Giulio Terzi, ha spiegato che non ci sarà “nessun intervento militare dell’Italia”, in quanto “non è previsto nessuno spiegamento di forze militari italiane nel teatro operativo”. Intanto le forze del Ciad ieri sono avanzate verso il confine del Mali, dalla capitale nigeriana di Niamey, con l’obiettivo di supportare le truppe francesi. Ilsussidiario.net ha intervistato lo storico Angelo Del Boca, primo studioso a denunciare le atrocità delle truppe italiane in Libia ed Etiopia.

Professor Del Boca, come valuta quanto sta avvenendo in Mali?

Quanto sta avvenendo in Mali rappresenta il finale della guerra di Libia. Quando Gheddafi è caduto i suoi sostenitori, e in modo particolare i tuareg e numerosi qaedisti, hanno lasciato il Paese si sono riversati nella zona a Nord del Mali, che da anni considerano come la loro patria.

Per quale motivo al Qaeda si sta rafforzando nell’Africa sub-sahariana?

Il rafforzamento di Al Qaeda nell’Africa sub-sahariana è proprio il risultato della guerra di Libia. Nel Paese di Gheddafi si erano ammassati milioni di tonnellate di armi, che adesso sono sparpagliate per tutto il Sahel e per l’intera Africa sub-sahariana. Chi approfitta di questo sono quindi Al Qaeda e gli islamisti, che sperano di ottenere una rivincita dopo le sconfitte subite di recente, non da ultimo con l’uccisione di Osama Bin Laden.

Che cosa accadrà?

Penso che finiremo per rimpiangere Gheddafi. La sua presenza stabilizzava la situazione e, pur utilizzando metodi duri come il carcere, è riuscito per decenni a rendere meno pericolosi i movimenti islamisti della zona.

Per quale motivo il nuovo governo libico non riesce a controllare la situazione?

Per il nuovo governo libico è difficile stabilizzare la situazione perché ci sono troppe armi in giro e sono presenti troppe fazioni che detengono queste armi e che quindi vogliono una parte di potere.

Che cosa ne pensa dell’intervento della Francia in Mali con il supporto logistico dell’Italia?

Francia e Italia hanno due ragioni per intervenire. Il primo è un motivo neocoloniale, che consiste nel non perdere i territori che sono stati loro per un paio di secoli. In secondo luogo, in quella zona del Sahel si stanno organizzando degli islamisti che sono pericolosi.

 

Ritiene che la strategia scelta dal governo italiano sia quella più adatta al contesto del Mali?

 

Personalmente sono sempre contrario a queste forme di intervento neo-coloniale, anche perché sono vietate dalla nostra stessa Costituzione sulla cui base la guerra è sempre guerra.

 

Quali sono i punti in comune tra l’intervento di Sarkozy in Libia e quello di Hollande in Mali?

 

Il tentativo di Sarkozy era quello di mettere a tacere Gheddafi, e in secondo luogo di utilizzare le risorse energetiche libiche che erano in gran parte dell’Italia. Quanto sta accadendo in Mali è un’altra cosa, l’operazione ha come obiettivi non rinnegare il passato coloniale ed evitare che al Qaeda prenda forza.

 

Quali sono le forze che premono per destabilizzare l’Africa?

 

Si tratta di Boko Haram in Nigeria e delle milizie jihadiste in Etiopia, in Somalia e in Eritrea. Proprio in questi giorni abbiamo visto che il popolo eritreo si sta ribellando contro la dittatura e ha cercato di circondare il ministero dell’Informazione per chiedere più libertà e democrazia.

 

Quali sarebbero gli effetti di una rivoluzione in Eritrea?

 

In primo luogo cercare di eliminare il suo presidente Isaias Afewerki, che è stata una personalità molto importante in quanto per quasi 30 anni ha condotto la guerra contro l’Etiopia, riuscendo a ottenere l’indipendenza dell’Eritrea. Poi si è però dimenticato che la democrazia ha la D maiuscola, e ha trasformato il suo Paese in un grande carcere.

 

(Pietro Vernizzi)

I commenti dei lettori