ARGENTINA/ I 30 anni di una democrazia in cerca di “futuro”

- Arturo Illia

Con una imponente manifestazione convocata nella storica Plaza De Mayo, l’Argentina si appresta a celebrare il trentesimo anniversario della sua democrazia. Ce ne parla ARTURO ILLIA

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Con un’imponente manifestazione convocata nella storica Plaza De Mayo, l’Argentina celebrerà oggi il trentesimo anniversario della sua democrazia. All’evento parteciperanno i Presidenti che si sono succeduti in queste tre decadi: il defunto Alfonsin, che fu il primo, sarà rappresentato dal figlio. Ed è proprio da lui che credo debba iniziare un’analisi su questo periodo storico unico nella storia del Paese latinoamericano dalle immense risorse (ancora attuali), basato su di una imponente immigrazione europea, ma la cui storia in gran parte è stata scritta con il sangue. Sangue delle lotte fratricide dell’inizio della sua storia tra Federalisti e Unitari, sangue dello sterminio delle popolazioni autoctone avvenuto durante la “Conquista del Desierto” che definì i limiti territoriali argentini, ma consegnò le immense terre conquistate alla cupola latifondista che ha da sempre mantenuto un potere godendo dell’alleanza delle Forze Armate pronte a reprimere le manifestazioni dei ceti meno abbienti costituiti da emigranti che reclamavano i loro diritti, fenomeno che causò l’emigrazione verso l’Uruguay di molti attivisti politici.

Sangue che ha macchiato negli anni Cinquanta la cosiddetta “Revolucion Libertadora”, un golpe militare che esautorò Peron dal potere in forma violenta, secondo molti un gigantesco errore politico compiuto da un manipolo ristretto di militari, fatto che consegnò a un potere non certo democratico che da lì a poco sarebbe finito visti i risultati fallimentari, la patente di martire, permettendogli di perpetrarsi fino a oggi e preparando il Paese all’ultimo bagno di sangue coinciso con l’ultima genocida dittatura militare a cui ha seguito la nascita della democrazia con la vittoria di Alfonsin alle elezioni del 1983.

Ma, come ripeto, proprio da qui dobbiamo iniziare l’analisi di questi trent’anni: perché generalmente i periodi di democrazia seguenti a regimi dittatoriali portano le nazioni a godere di prosperità, sviluppo, spesso dovuti al dialogo che, represso dalle dittature, si instaura nel pieno rispetto delle idee differenti, anzi spesso è la diversità a costituire il motore positivo del ritorno alla democrazia. Pensiamo alla Spagna del post-franchismo, al Cile del dopo Pinochet e all’Italia, pur con una Guerra mondiale nel mezzo, post-fascista.

In Argentina è successo l’opposto: pur nella sua immensa statura democratica dimostrata con un coraggio della stessa portata, fatto dovuto all’elevata potenza ancora in essere del regime militare che lo aveva preceduto, nel portare avanti le necessarie riforme (tra le quali il processo alla giunta militare) Alfonsin si trovò a dover affrontare delle resistenze notevoli proprio da dove meno si aspettava. Dalle proteste popolari che, unite a un forte ostruzionismo delle organizzazioni sindacali attraverso una raffica di scioperi generali, al contemporaneo boicottaggio economico da parte del Fondo monetario internazionale “consigliato” dall’economista Domingo Cavallo, che poi occuperà il dicastero di economia per gran parte della nefasta epoca menemista, portarono l’Argentina a un tracollo economico gigantesco, ereditato dalla precedente dittatura militare ma amplificato dalla mancanza di aiuti internazionali.

Tutto ciò risulta stupefacente per due motivi: in primo luogo perché l’Argentina possiede una tradizione culturale grandissima e poi anche per il fatto che una maggioranza della popolazione, che si era mantenuta in silenzio durante la dittatura, iniziò a protestare sotto la democrazia. Un controsenso inesplicabile dato che la tremenda situazione economica del Paese, lo ripetiamo, era una pesante eredità che non poteva essere risolta con la bacchetta magica, ma solo attraverso un confronto interno leale e sostegni economici esterni.

E qui interviene il fattore “martire” precedentemente descritto: sono portato a pensare, soprattutto per le interminabili discussioni sostenute in quegli anni, che gli argentini fossero convinti che il ritorno del peronismo potesse riportarli all’epoca aurea vissuta in un periodo storico in cui il Paese godeva di un’immensa ricchezza dovuta al boom delle esportazioni agricole verso un’Europa affamata dalla guerra. Di fatto ciò costituì l’asse portante della propaganda menemista che trasformò le elezioni in un plebiscito a favore dell’allora governatore della provincia della Rioja, cosa che costrinse Alfonsin, anche per gli assalti ai supermercati succedutisi al risultato elettorale, a cedere il potere anzitempo.

Assunto il potere, Menem ricevette immediatamente gli aiuti del Fmi negati al suo predecessore e, attraverso una manovra economica resa possibile proprio da queste sovvenzioni, si impose la parità tra peso e dollaro, si promossero importazioni senza limiti e si distrusse, attraverso privatizzazioni selvagge, l’economia statale. Non solo: vennero tagliati i fondi all’istruzione e alla sanità ma specialmente la classe media, letteralmente illusa dalla parità cambiaria, appoggiò questo Governo sebbene il totale controllo assunto sui mezzi di informazione e la ininfluente opposizione politica permisero a Menem di godere di un potere oligarchico per un decennio, fino a quando gli effetti della “fiesta” iniziarono a farsi sentire in modo sempre più evidente, fatto che provocò la vittoria elettorale del radicale De La Rua, leader di un’alleanza politica con la sinistra peronista denominata Alianza, alle elezioni del 1997.

Ma la pesante eredità del menemismo, unita a una sostanziale incapacità politica del mandatario radicale nel gestire la situazione, provocarono lo scoppio dell’economia che portò ai disordini succedutisi alla tremenda situazione, la fuga di De La Rua dalla Casa Rosada per evitare il linciaggio, il valzer dei Presidenti (a de La Rua successero il peronista Rodriguez Sàa che durò appena una settimana, rimpiazzato dal compagno di partito Eduardo Duhalde) e la successiva elezione di Nestor Kirchner, anche lui peronista, avvenuta nel maggio 2003.

Cosa rappresenti la decade kirchnerista (a Nestor succedette nel 2007 la moglie, l’attuale Presidente Cristina Fernandez De Kirchner) è fatto ormai sotto gli occhi di tutti: la continuazione del tanto deprecato, ma a suo tempo appoggiato dai Kirchner, potere di stampo menemista, la sua oligarchia che lasciava ben pochi spazi di democrazia, un potere che non ha mai ammesso il dialogo e ha proceduto con una politica economica che ha ampiamente distrutto la ripresa succedutasi alla crisi del 2001.

Negando sempre i propri giganteschi errori con bugie oltre il limite del lecito. Tentando di instaurare una dittatura oligarchica attraverso un processo delle modifiche costituzionali che avrebbero permesso un “kirchnerismo eterno”, modificando persino la storia, trasformando la nobile causa dei diritti umani in marketing politico funzionale al potere e comprando letteralmente il consenso di organizzazioni dedicate, quali le Madri e le nonne di Plaza de Mayo.

Ma la democrazia alla fine ha punito questo regime, con la sconfitta elettorale dello scorso ottobre. Nonostante i cambi politici operati dall’entourage presidenziale, la situazione sta purtroppo peggiorando e prova ne sono i disordini scoppiati in questi giorni provocati dalle proteste della polizia e gendarmeria che alla fine, dietro la minaccia di un’estensione della rivolta in tutto il Paese, hanno ottenuto dei degni aumenti ai loro salari da fame.

La speranza è che finalmente da una opposizione che, nonostante la maggioranza, stenta a trovare un programma comune, si possa produrre una figura politica in grado di guidare l’Argentina soprattutto attraverso quello che a questa giovane democrazia è sempre mancato: un dialogo costruttivo tra le varie componenti con il fine di portare questo ricchissimo Paese a poter vivere quello che da troppo tempo aspetta, un benessere comune duraturo.

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