LA STORIA/ “Preferiva Gesù alla vita”: la bimba cinese che sfidò le guardie rosse

- La Redazione

Siria, Pakistan, Nigeria e India continuano ad essere i paesi in cui i cristiani vengono maggiormente presi di mira. Un racconto del passato per non dimenticare i martiri. Padre PANCHO

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In molte parti del mondo la persecuzione contro i cristiani si è fatta negli ultimi tempi più aspra. In paesi come la Siria, l’Egitto, il Pakistan, l’India, la Nigeria – e molti altri ancora – i cristiani sono continuo bersaglio di minacce e violenze terribili. Data la loro esigua presenza, lo scopo cui mira questo accanimento è uno solo: ottenere la definitiva sparizione da quei luoghi. Anche nel secolo scorso la Chiesa ha sofferto molto, sia sotto il comunismo che sotto il nazismo. Ho già avuto modo di accennare alle tribolazioni subite dai cristiani in Messico. La Chiesa ha già dichiarato beati o santi molti di questi testimoni del Vangelo. In questo Anno della Fede vorrei ricordare la storia di uno di questi martiri, che hanno dato la loro vita per Cristo.

In un pomeriggio afoso di giugno, quando ancora non era cominciata la stagione delle piogge, mentre le cicale esaltavano col loro canto la quiete del piccolo parco antistante la casa saveriana di Zapopan, ebbi modo di ascoltare dal padre Antonio González, da molti anni censor ecclesiasticus della diocesi di Guadalajara, una testimonianza, da lui raccolta ancora negli anni del seminario, di un anziano missionario reduce dalla Cina comunista, espulso da quel paese dopo la seconda guerra mondiale.

Non ricordava più, il padre Antonio, né il nome del missionario né quello dei luoghi, né – come vedremo – poteva sapere quello della protagonista. Nondimeno il suo racconto mi pare sia da far conoscere affinché, assieme agli altri grandi martiri della fede del secolo passato, possiamo ricordare anche lei, la piccola cinese senza nome. Qui trascriverò lo svolgersi dei fatti come il padre Antonio li raccontò.

Svolgeva quel missionario sconosciuto il suo lavoro di evangelizzazione nella Cina post-imperiale quando sopraggiunsero gli anni, a partire dal 1935, dello scontro tra i comunisti e il governo nazionalista di Chang Kai-shek fino alla presa del potere, dopo varie sanguinose e tragiche vicende, da parte di Mao Tse Tung. La nuova Repubblica popolare cinese, proclamata il 1° ottobre 1949, con Mao presidente, si dette un ordinamento simile a quello sovietico, con il Partito comunista cinese come struttura portante dello Stato. Negli anni immediatamente successivi, il metodo gradualistico delle riforme, teorizzato da Mao nel suo libro Nuova Democrazia, venne abbandonato con l’eliminazione delle classi borghesi delle città, l’espropriazione massiccia delle terre e l’intensificarsi della persecuzione religiosa contro le missioni cristiane. E così “nuovi casi, più generali, più forti, più estremi” arrivarono anche fino al nostro sconosciuto missionario: “come un turbine vasto – continua Alessandro Manzoni – incalzante, vagabondo, scoscendendo e sbarbando alberi, arruffando tetti, scoprendo campanili, abbattendo muraglie, e sbattendone qua e là i rottami, solleva anche i fuscelli nascosti tra l’erba, va a cercare negli angoli le foglie passe e leggiere, che un minor vento vi aveva confinate e le porta in giro involte nella sua rapina”.

Molti missionari dovettero tornare in Europa; alcuni furono invece imprigionati e altri trovarono il martirio. Il nostro rimase al suo posto fin quando, un mattino, anche in quello sperduto villaggio, cresciuto alla scuola di Confucio ed evangelizzato da un apostolo di Cristo, arrivarono i soldati comunisti. Si diressero dal padre e lo dichiararono in arresto rinchiudendolo nella sua casa. Entrarono poi in chiesa, fecero scempio di quadri e arredi sacri, sfondarono la porticina del tabernacolo e gettarono per terra le ostie consacrate.

Non s’accorsero però che in fondo alla chiesa, nella penombra, una fanciulla, in ginocchio, guardava, pregava e piangeva. Scese la notte e il padre dalla finestra della sua stanza tristemente guardava la chiesa: vedeva la grande porta divelta e, attraverso di essa, i riquadri che la luna disegnava, entrando per le ampie finestre, nell’andito centrale, su su fin verso l’altare. Quand’ecco gli sembrò di vedere muoversi qualcosa: una figurina (forse una bimba) si avvicinava alla porta della chiesa con molta precauzione, per evitare di richiamare l’attenzione della sentinella.

Guardò meglio: la figura scivolò in chiesa e lentamente si diresse all’altare. Giunta all’altare si inginocchiò in adorazione. Stette inginocchiata per un po’, poi raccolse con la bocca l’ostia e fece la comunione. Prima della riforma liturgica, molti ricorderanno, i laici non potevano prendere in mano l’ostia consacrata e non potevano ricevere la comunione più di una volta al giorno. Certo questo era un caso eccezionale, ma che ne sa una bimba? Rimase immobile ancora a lungo, poi si dileguò impercettibilmente così come era giunta. Il sacerdote rimase attonito a guardare la scena anche dopo che lei se n’era andata.

Il fatto l’aveva stupito e commosso. Una bimba sfidava le guardie rosse! Tutti sapevano con quale fanatismo perseguitavano i cristiani, seguaci di una religione ancora straniera per la Cina e perciò doppiamente “oppio del popolo”. Eppure era vero: una bambina amava Cristo più della sua vita! Chi era? Sarebbe tornata la notte successiva? Avrebbe avuto ancora il coraggio?

Ritornò. Allo stesso modo. Facendo gli stessi gesti. Ma il padre non poté riconoscerla. D’improvviso si ricordò di aver consacrato trentasei ostie la mattina durante la Messa, prima che arrivassero i soldati. La bimba ritornò trentasei volte, non una di meno. Consumò tutte le trentasei ostie consacrate. Dopo l’ultima comunione le guardie la scoprirono. E la massacrarono.

 

(Padre Pancho)

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