EGITTO/ Geninazzi: Morsi è più pericoloso di Mubarak

- int. Luigi Geninazzi

In Egitto, come negli altri paesi del Medio Oriente, passare dalla dittatura alla democrazia non è facile, spiega LUIGI GENINAZZI, e dopo Mubarak la situazione non è migliorata con Morsi

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foto:Infophoto

Due anni dopo Mubarak le proteste in Egitto continuano. E le tensioni, dovute anche all’annuncio del presidente Morsi della data delle prossime elezioni, non accennano a diminuire. In un clima così teso tra poco più di due mesi gli egiziani saranno chiamati alle urne in un periodo del tutto particolare che coincide con i festeggiamenti della Pasqua per i copti. “Mohamed Morsi è peggio di Hosni Mubarak, va avanti a testa bassa e non si ferma davanti a nulla, non gli importa nemmeno che l’opposizione sia arrivata al 30, 40%”. È il primo pensiero di Luigi Geninazzi, giornalista ed esperto di Medio Oriente, che analizza i nuovi sviluppi.

Il Fronte di salvezza nazionale egiziano denuncia la “fretta” nell’indire le prossime elezioni (in programma il prossimo 27 aprile), sostenendo che “non porterà alla stabilità”. Cosa ne pensa?

Penso che ormai il presidente dei Fratelli musulmani Mohamed Morsi si è incamminato su una strada che, se è possibile, è ancora peggio di quella di Hosni Mubarak.

In che senso?

Morsi va avanti a colpi di decreti, di decisioni, come quello che ha fatto sul referendum per la Costituzione convinto di avere una grande maggioranza, circa il 60%, che però, oggi, si scontra con una forte opposizione degli elementi liberali, democratici, non islamisti. Ma il problema è che questa legge elettorale ha tutti i difetti della precedente sembra di essere davanti a un dejà vu.

A cosa si riferisce?

L’anno sorso le prime elezioni democratiche dell’Egitto sono durate 4 mesi, hanno visto la vittoria degli islamisti, primi i fratelli musulmani, secondi i salafiti e poi a giugno sono state annullate dalla Corte Costituzionale, che fino a ieri ha continuato a fare delle obiezioni. Così Morsi ha cambiato le carte in tavola in fretta e furia, senza però chiedere se le modifiche apportate andavano bene. Immediatamente ha indetto le elezioni che dureranno più di due mesi da fine aprile fino a fine giugno in una situazione assolutamente già caotica.

L’attivista copto, Naguib Gebrail, presidente dell’Unione egiziana dei diritti dell’uomo ha dichiarato come secondo lui i Fratelli musulmani abbiano trovato “un nuovo metodo” per impedire ai copti egiziani di votare, fissando le elezioni con la loro Pasqua. Il 28 aprile ricorre infatti la domenica delle Palme copta e il 5 maggio si celebra la Pasqua. È d’accordo con questa riflessione?

Direi di sì. Non c’è dubbio. È una situazione in cui si vede che il presidente Morsi va avanti a colpi di decreti al di là delle belle parole sul dialogo con l’opposizione e la società, lui decide e sa che dalle elezioni gli islamisti dovranno uscire ancora vincitori mentre il paese sta andando a rotoli sul piano politico, della sicurezza con i grandi disordini che abbiamo visto a fine gennaio e soprattutto dal punto di vista economico.

Perché c’è così tanta fretta di andare al voto?

Morsi ha fretta di mettere al sicuro un quadro giuridico istituzionale in cui può comandare per lungo tempo solo che non capisce che questo quadro è sempre sottoposto, dal punto di vista legale, alle contestazioni dei giudici perché c’è un braccio di ferro sia con la Corte costituzionale sia soprattutto, ancora più esplosivo, con la piazza, e comunque con l’opposizione perché già all’annuncio di queste elezioni sono scoppiati degli incidenti.

Come giudica l’operato e la personalità di Morsi?

Secondo me fa delle scelte poco avvedute, per questo è paragonabile a Mubarak. Si vedono un po’ tutti i limiti dei fratelli musulmani e anche della personalità di Morsi che è un po’ un presidente di ripiego perché il candidato alla presidenza doveva essere un altro, poi la Corte Costituzionale l’aveva bocciato ed è rimasto l’ultimo grigio burocrate dei fratelli musulmani. È l’uomo che oggi ha il potere sulla nazione più potente del mondo arabo, ma nel giugno scorso quando è stato eletto nessuno lo conosceva.

Che possibilità ci sono per l’opposizione di vincere le prossime elezioni?

L’opposizione non riesce a vincere perché la maggior parte degli egiziani è legata a una mentalità islamista, il popolo è perlopiù islamico ma mentre alcuni sono aperti al mondo, a un concetto più rispettoso della democrazia e della tolleranza nei confronti di altre religioni, la maggioranza è però analfabeta e prendendo indicazioni dall’Imam delle moschee vota i fratelli musulmani o addirittura i salafiti che vogliono un’applicazione ancora più stretta della sharia di quella che è stata ammessa dalla Costituzione. Di fatto abbiamo sempre pensato che la transizione dalla dittatura alle democrazia in questi paesi sarebbe stata molto difficile perché è un passaggio tenuto in mano dagli islamisti; il problema è che stanno dando una pessima prova di sé. È chiaro che la maggioranza è islamista però il problema è che non si può governare contro un’opposizione che pur non riuscendo ad arrivare al 51% è forte, giovane, intellettuale, formata dalla classe più aperta al mondo che può contare sul 30-40% , che scende in piazza per protestare. Certo i problemi ci sono anche nell’opposizione che non è proprio un fronte unito.

 

Tornando, invece, alla sicurezza del paese, manifestazioni di piazza possono sfociare ancora in violenza, come già successo in passato, in questo periodo di campagna elettorale che si sta aprendo?

Questo sempre, è una costante, lo abbiamo visto in gennaio, con il secondo anniversario della rivoluzione del 25 gennaio e poi con la caduta di Mubarak l’11 febbraio due anni fa: questi due eventi, di fatto, si sono accavallati con delle manifestazioni di ultrà di squadre sportive e oggi le violenze stanno riprendendo.

 

Lei che di recente è stato in Egitto, può dirci che aria si respira al Cairo, in particolare in piazza Tahrir?

Oggi se uno va a piazza Tahrir non la riconosce: non è più la piazza dei giovani con il telefonino che parlano inglese, aperti al mondo che non criticano l’America e sono aperti all’occidente oggi è un posto dove ci vanno purtroppo anche e soprattutto le fasce più marginali del Cairo, ci vanno i ladruncoli, gli spacciatori…Per certi aspetti è diventato un brutto posto. Il luogo che è stato, che è il simbolo della rivoluzione ideale del rispetto, della dignità dell’uomo e della donna, della libertà e della tolleranza si è mischiato con questo. Dirò di più, che io temo che queste violenze come già ai tempi di Mubarak siano un pò manipolate dagli apparati di sicurezza.

 

Come?

La polizia dai tempi di Mubarak e i servizi di sicurezza fanno un gioco molto sporco, cioè soffiano sul fuoco di queste manifestazioni invece di mantenere l’ordine, sembra che siano lì per mantenere il disordine. E da quello che so va sempre peggio.

 

(Elena Pescucci)

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