PAPA FRANCESCO/ Sbai: l’Islam teme Bergoglio, ecco perché

- Souad Sbai

SOUAD SBAI si sofferma sulla reazione del mondo arabo all’elezione al pontificato di Jorge Mario Bergoglio. I musulmani moderati confidano nel Pontefice, ecco perché

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Immagine di archivio

Giudicare e definire le reazioni del mondo arabo ad un determinato evento è sempre faccenda assai complessa. Soprattutto quando si tratta di un qualcosa che coinvolge direttamente il mondo cristiano. Leggendo i media arabi di ieri appare evidente come la reazione sia perfettamente divisa a metà. Almeno nelle manifestazioni pubbliche e a mezzo stampa.

Fatto assai importante nel comporre un giudizio completo e coerente, la circostanza, assai strana, che il Partito Giustizia e Sviluppo, ala politica dei Fratelli musulmani in Egitto, abbia rilasciato tramite il suo numero due la prima dichiarazione in assoluto nel mondo arabo dopo l’elezione del cardinal Bergoglio al soglio di Pietro. Parole caute, accorte e in un certo senso foriere di ciò che accadrà nei prossimi anni. “La sfida del dialogo avrà effetti in tutto il mondo” recita la nota. E come dare (almeno non stavolta) torto a chi, dall’altro capo del Mediterraneo, a Roma non vede più un uomo culturalmente irremovibile ma capace anche di aperture su alcuni temi come Ratzinger, bensì un esponente dei Gesuiti, storicamente noti per la forza nel propagare un’idea e nel costruirvi all’interno un fortino pressoché inespugnabile.

Papa Francesco è, seppur culturalmente e umanamente non dissimile da Benedetto XVI, un’incognita per quella parte del mondo arabo-musulmano che non ama “contaminarsi” perché estremizzato nel profondo. Di certo un Pontefice che viene dalla dottrina gesuita, se non è per sua natura incline al dialogo, diventa un ostacolo complesso da superare nell’ottica di una “politica di potenza” anche al di là dei confini nordafricani o mediorientali. Insomma, dalla parte di coloro che sponsorizzano la reislamizzazione del quadrante arabo e l’espansione di una certa mentalità lassista in Europa c’è la necessità di mettere le mani avanti, in tempo, prima di capire chi si abbia davanti. La paura di un Papa la cui solida idea cristiana metta dei paletti ad un certo espansionismo c’è e si sente tutta.

Dall’altra parte della barricata, invece, fra le fila del mondo arabo-musulmano moderato e liberale l’aria è del tutto diversa. Dall’attesa per la fumata via satellite alle idee e ipotesi su come poter mettere a frutto il dialogo nell’interesse di tutti, quell’area, per fortuna ancora maggioritaria, da due giorni ormai è intenta a costruire le prospettive di un reincontro. Della ricostruzione di un rapporto che si era in fretta irrigidito ma mai spezzato, fortunatamente.

Si badi bene, le due prospettive non sono identiche ma corrono su binari paralleli destinati ad un certo punto a separarsi. Precisamente quando il dialogo da senso vero della parola diventa artificio per scardinare le resistenze della società, grazie all’infiltrarsi di visioni estremistiche.

Nell’area moderata e liberale, come è chiaro, un nuovo Pontefice che riesca a mettere dei paletti contro l’avanzata del radicalismo militante sarebbe un vantaggio, perché in sostanza permetterebbe alle minoranze di riprendere forza e forma e quindi di ridare eterogeneità sociale agli agglomerati politico-sociali arabi, a rischio di omogeneità spinta e quindi di atomizzazione internazionale.

Chi è Papa Francesco non lo si sa nel mondo arabo e ancora non lo si sa nemmeno qui, ma la speranza condivisa dai moderati al di qua e al di là del Mediterraneo è che la sua azione riformatrice possa coinvolgere entrambi i mondi, che qualcuno oggi vorrebbe uniti solo dall’estremismo ma che invece moltissimi arabi liberali sperano uniti dal rispetto e dalla risoluzione dei problemi veri che affliggono il quadrante sud del Mediterraneo.

Una sola parola mi corre dire per coloro che oggi, in Italia soprattutto, non vedono più la luce di un credo al quale avevano affidato la propria salvezza e per il quale spesso hanno perso la vita. Convertendosi o semplicemente avvicinandosi a quel mondo e finendo nelle mani di un radicalismo che non permette di cambiare idea. La più grande missione di Papa Francesco sarà, spero, anche quella di ridare speranza a chi crede ma non può dirlo, a chi vuole uscire alla luce del sole senza la paura di doverne pagare le conseguenze.

“Siete venuti a prendermi alla fine del mondo”, ha detto il Papa affacciandosi dal balcone dopo la sua elezione, incarnando alla perfezione la sensazione di queste donne e questi uomini, che qui e nel Maghreb la fine del mondo la stanno sperimentando con la segregazione, il silenzio e la morte.

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