SCENARI/ Micalessin: il piano dei Fratelli musulmani per colpire Israele

- int. Gian Micalessin

La morte di un palestinese in un carcere israeliano scatena la reazione di Hamas che minaccia una nuova intifada. Il commento di GIAN MICALESSIN: solo propaganda

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Immagine di archivio

La morte in carcere in Israele di un palestinese condannato all’ergastolo scatena l’ira di Hamas. “Siamo pronti a lanciare una nuova intifada”, ha proclamato l’organizzazione. Abu Hamadiya, condannato per aver partecipato all’organizzazione di un attentato a Gerusalemme, per Hamas sarebbe morto di tumore perché le autorità israeliane non l’avrebbero curato, anzi l’avrebbero volutamente lasciato morire. E’ l’accusa lanciata dal presidente palestinese Abu Mazen che parla di “crimine orrendo”. Incidenti si sono già verificati in Cisgiordania, in particolare a Hebron. Per l’inviato di guerra Gian Micalessin, contattato da ilsussidiario.net, “si tratta di una sparata propagandistica di Hamas per recuperare quel consenso popolare che l’autorità palestinese ha perso negli ultimi tempi”. 

Hamas chiede una nuova intifada: che conseguenze possiamo aspettarci?
Hamas cerca di sfruttare la debolezza del governo palestinese con proclami propagandistici. E’ vero che il governo palestinese è riuscito a farsi approvare il riconoscimento da parte dell’ONU lo scorso novembre, ma è anche vero che si tratta di una autorità del tutto priva di sostegno da parte dell’opinione pubblica, soprattutto in Cisgiordania.

Pura propaganda dunque?
Questo proclama – lanciare una nuova intifada – è una tipica sparata preparatoria nel tentativo di recuperare quel consenso che l’autorità palestinese sta invece perdendo in quei territori. Anche perché, visto che Israele si è ritirata da Gaza, potrebbe esserci una intifada solo in Cisgiordania. Ma lanciare una intifada in questi territori non è affatto facile, soprattutto per due elementi: da una parte il ricordo sanguinoso di quanto la popolazione ha sofferto durante l’ultima intifada, iniziata nel 2000 e conclusasi solo dopo quasi sette anni, dall’altra la possibilità di avere un concreto sostegno popolare che si traduca in appoggio attivo per Hamas. Soprattutto in Cisgiordania, dove i territori sono molto controllati dai servizi di sicurezza israeliani, più che pronti a reprimere ogni tentativo di rinascita e di crescita di Hamas.

Nonostante queste difficoltà interne, Hamas però continua a dettare l’agenda delle ostilità contro Israele. C’è all’orizzonte una possibilità che questo suo potere possa ridursi?
Hamas continuerà a imporsi fino a quando ci sarà una forte contrapposizione interna ai Territori, ossia fino a quando non ci sarà un governo palestinese capace di offrire alla popolazione valide alternative, concrete e credibili. Ovvero quando si metteranno all’opera amministrazioni che non siano completamente corrotte come quelle dell’autorità palestinese. Hamas si rafforza perché offre a Gaza un esempio se non di buona amministrazione, almeno di opposizione frontale a Israele mentre l’autorità palestinese è vista come un non-Stato, qualcosa che in questi anni non è stato capace di creare alcunché, senza riuscire a contrapporsi efficacemente allo Stato israeliano, lasciando che le colonie degli ebrei-ortodossi si espandessero all’interno dei Territori senza opporsi con decisione. Da questo punto di vista l’autorità palestinese è destinata a perdere sempre più consistenza e capacità governativa mentre Hamas è destinata a rafforzarsi.

La recente visita di Obama ha prodotto qualche novità per i palestinesi?
Dal punto di vista dei palestinesi ben poco. Obama non ha fatto grandi promesse e ricordiamoci che in questo momento storico il vantaggio è tutto per Hamas. Dobbiamo infatti guardare a quello che succede in Palestina dal punto di vista di un contesto più ampio e cioè quello del Medio Oriente.

 

E questo contesto che cosa ci suggerisce?
La primavera araba si è rivelata non una vittoria della democrazia, come si pensava all’inizio, ma una vittoria dei Fratelli musulmani. Ricordiamoci che Hamas è una costola dei Fratelli musulmani, è da lì che nasce. Quindi, da questo punto di vista, Hamas, può contare sul sostegno di Qatar e Turchia e di tutte quelle nazioni che per l’appunto riconoscono Hamas espressione dei Fratelli musulmani. E poi, oltre ad avere il sostegno militare dell’Iran, può godere dell’appoggio di tutti i regimi ora governati direttamente dai Fratelli musulmani, a cominciare dall’Egitto. Prima era diverso: Mubarak prestava infatti molta attenzione al fatto che Hamas non fosse egemone, e quindi contrastava il suo rafforzamento.

 

Ci sono state ripercussioni in Israele dopo le recenti elezioni nazionali? Si è avuto qualche cambiamento alla linea politica nei confronti dei Territori?
Siamo anche qui alla medesima linea politica di sempre. Lo dimostra l’espandersi delle colonie che segna la politica ricorrente della contrapposizione. Non si vede all’orizzonte nessuno spiraglio per un dialogo di pace. Da nessuna delle due parti.

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