SCONTRI STOCCOLMA/ Le periferie bruciano contro l’Eden del benessere

- Federico Puggioni

FEDERICO PUGGIONI spiega perché Stoccolma, (e per la prima volta tante altre città svedesi), è attraversata da un’ondata di violenza, scontri e disordini senza precedenti

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Foto: InfoPhoto

Le periferie di Stoccolma non bruciano del fuoco della crisi economica. Certo: la crisi c’è, si fa sentire e di certo non migliora le circostanze, ma le cause dei disordini dell’ultima settimana hanno radici molto più profonde, difficili da isolare ed analizzare singolarmente. Il dibattito è vivo ed ogni scuola di pensiero porta all’attenzione riflessioni importanti: la sensazione è che non esista una sola ed assoluta verità. Quel che sta succedendo è, insieme, risultato e sintomo. Le periferie di Stoccolma bruciano di fuoco amico. I disordini sono il risultato di un processo provocato ed alimentato dallo stesso sistema socioculturale svedese, plasmato da una politica che raramente ha usato il guanto di velluto nei confronti delle questioni più spinose. La tendenza, da queste parti, è sempre stata quella di nascondere la polvere sotto il tappeto, di non parlare dei temi più scomodi, di non prendere in adeguata considerazione certe problematiche. Si è preferito allontanare dal centro del dibattito tutto ciò che contrastava con quella immagine – spesso autoimposta – di Eden del benessere diffuso, ghettizzando – anche fisicamente – esseri umani e culture. Le politiche di integrazione, seppur presenti, hanno evidentemente fallito su vasta scala. Le fratture sociali sono diventate sempre più evidenti, sempre più marcate anche a livello geografico. Sono diventate talmente nette da rendere difficile, se non impossibile, qualsiasi tentativo di ricomposizione. I disordini, però, sono anche sintomo del crescente disagio sociale di numerosi gruppi di individui che, molto spesso, vedono la Svezia esclusivamente come una sovrastruttura lontana, a volte nemica. Tanti immigrati (non solo di prima generazione) rimangono troppo spesso saldamente ancorati alle proprie origini familiari: l’emancipazione dalle realtà suburbane, vere e proprie piccole sottonazioni, è stata – e continua ad essere – cosa per pochi. Gli altri, la maggior parte, sono vittime delle stesse piaghe che affliggono l’intero Paese, ma ne pagano le spese in modo maggiore. Con tutte le conseguenze che da ciò derivano: la povertà, la frustrazione, la totale assenza di prospettiva futura, la necessità di individuare un nemico contro cui scagliarsi, sono tutti elementi che spesso trovano – come valvola di sfogo – la violenza.

Occorre qui precisare un dettaglio importante: gli incidenti dell’ultima settimana non sono, di per sé, un fatto nuovo. Automobili bruciate, vetrine distrutte e scuole vandalizzate sono state materia di cronaca anche negli anni passati. Tuttavia, questa volta, c’è stato un elemento di novità: i disordini, partiti dal quartiere di Husby (periferia nord di Stoccolma), si sono estesi rapidamente – come un passaparola contagioso – anche ad altri quartieri periferici della capitale e ad altre città svedesi. Se il dibattito si è sviluppato in modo così prepotente ed ha superato i confini nazionali lo si deve a questo motivo: era impossibile gettare semplicemente l’acqua sul fuoco. Difficile, chiaramente, trovare l’origine precisa del problema ed individuare le esatte responsabilità: gli errori, che evidentemente ci sono stati, hanno riguardato e riguardano entrambe le parti in causa (ammesso che si possano ridurre a due). Errori di metodo, ma anche di comunicazione: a Stoccolma, negli ultimi decenni, si è formato un muro di separazione culturale e sociale difficile da abbattere. Un muro rafforzato dal ricorso sempre più frequente a politiche di impatto monolaterali, piuttosto che a strategie di incontro e dialogo. In questo senso, e alla luce di quanto successo nell’ultima settimana, potrebbe aver svolto un ruolo importante la recente polemica (accompagnata da numerosi momenti di tensione) nata a seguito dei controlli di Polizia effettuati nell’ambito del Progetto REVA (un programma studiato per limitare l’immigrazione clandestina nel Paese): controlli che hanno avuto come unica discriminante i tratti somatici degli individui. Le soluzioni a tutto ciò potrebbero essere ricercate, ad esempio, in una diversa gestione delle politiche abitative e scolastiche: l’altissima densità di immigrati ed il tasso di scolarizzazione estremamente basso che contraddistinguono la maggior parte dei quartieri periferici di Stoccolma, sono dati in sicuro contrasto con qualsivoglia progetto di integrazione. Il cammino è comunque in salita: gli ostacoli socioculturali insiti nella forma di pensiero svedese sono numerosi ed ardui da superare. Se vorrà veramente cambiare le cose in tempi brevi, la politica avrà un bel da fare: a partire da un buon esame di coscienza.

 

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