ARGENTINA/ Micheli (sindacalista): siamo vicini a un nuovo default

- int. Pablo Micheli

PABLO MICHELI è il leader della Confederazione dei lavoratori argentini, importante sindacato di un Paese che nonostante la crescita vive ancora un difficile momento sociale

Argentina_Micheli_CtaR439
Pablo Micheli in piazza

Quello che in Argentina è stato vissuto come un golpe istituzionale, quando l’attuale Governo, in una votazione alquanto fraudolenta il 25 aprile, ha assunto il controllo sul potere giudiziario, ha portato il Paese a raggiungere un limite dove la stragrande maggioranza della popolazione si è stancata di vivere quella che si è trasformata ormai in una oligarchia dittatoriale. Gli scandali che hanno costellato questi ultimi anni, che i lettori de Il Sussidiario ben conoscono, culminati con la scoperta di un’esportazione illecita di capitali provenienti da traffici illegali e corruzione in atto dall’inizio del potere kirchnerista, hanno fatto gridare “Basta!” a milioni di persone autoconvocatesi nelle strade delle principali città del Paese non solo il giorno della votazione, ma anche in date precedenti. Una valida alternativa a questa gestione proviene, più che da un’opposizione frantumata e divisa, da un fronte sindacale che pare riunire al suo interno le capacità necessarie per sopperire al vuoto di una valida alternativa politica. Di questo e altro abbiamo parlato con Pablo Micheli, leader della Cta (Central de Trabajadores de Argentina), la Confederazione sindacale più importante attualmente nel Paese insieme alla Cgt (Confederacion General del Trabajo).

L’Argentina sta attraversando una crisi inspiegabile visto che è un Paese pieno di risorse sia naturali che intellettuali. Sembra quasi che il punto cruciale sia da ricercarsi in una sostanziale mancanza di dialogo tra chi ha il potere e l’opposizione: più che al benessere generale il Governo pare interessarsi all’eliminazione del pensiero differente, cosa che esclude entità anche importanti dal contribuire. In una situazione come l’attuale il sindacato che ruolo ha?

L’Argentina è una nazione che per sua Costituzione dovrebbe essere federale, ma nella quale il potere centrale alla fine, attraverso il monopolio delle risorse economiche, governa di fatto il Paese, favorendo le regioni dove il potere locale corrisponde a quello governativo e chiudendo i rubinetti finanziari alle altre. In questo momento dovremmo discutere di adeguamenti salariali con il Governo, ma ciò non avviene: l’Argentina ha avuto una crescita notevole a livello di Pil in questi ultimi dieci anni, ma questa spinta non ha favorito uno sviluppo generale. Al contrario l’attuale Governo mira a riequilibrare i conti aumentando il livello impositivo sul lavoro e di fatto colpendo sia la classe media che i lavoratori che alla fine risultano impoverirsi sempre di più. Il 70% delle entrate governative è dato dalle tasse sul lavoro e dall’aumento dei contributi sociali (pensione e assistenza sanitaria). Poi l’aumento delle tasse riguarda anche i generi alimentari, mettendo sullo stesso piano chi guadagna cifre iperboliche con chi ha un salario comune o peggio una pensione da fame, perché l’Iva su di una bottiglia d’acqua, tanto per fare un esempio, è sempre del 21%.

Quali sono le conseguenze di questa situazione?

È chiaro come la discussione sugli adeguamenti salariali sia importante, ma il Governo non l’affronta, per lo meno con noi e altre organizzazioni sindacali, preferendo una parodia di un rapporto con sindacati rappresentanti una burocrazia di vecchio stampo e che non invitano mai alla mobilitazione. E senza di quella le problematiche non si risolvono: difatti sono aumentati il lavoro nero, la precarizzazione e l’inflazione. Nonostante il Governo affermi che il livello salariale in Argentina sia il più alto dell’area latinoamericana, il lavoratore qui ha sempre goduto di un trattamento più simile a quello europeo, usufruendo di un benessere qualitativo che gli ha permesso di mandare i figli all’università, per esempio.

 

L’Europa sta attraversando una grave crisi, ma stupisce constatare che il costo della vita in Argentina sia di un 30% superiore. È incredibile come nonostante le immense estensioni di terra a disposizione, frutta e verdura e generi alimentari in generale siano molto più cari qui: lo stesso limone argentino, tanto per fare un esempio, in Europa costa la metà….

 

Il processo inflazionario attuale è figlio di un Governo che non sa come combatterlo: si basa su dati falsi propinati dall’Indec (l’Istat locale, ndr.) che ovviamente non riflettono una situazione reale, perché questo processo permette un aumento dei consumi interni. Se non ci fosse inflazione in questo momento l’Argentina attraverserebbe una crisi uguale a quella del 2001. Temo che a lungo andare l’attuale potere farà la fine di De La Rua (presidente in carica al momento della grande crisi del 2001, costretto a fuggire dal Paese, ndr) e ci saranno purtroppo scontri. La differenza con allora risiede in una diversa coscienza del popolo argentino, una maturità tale che non è disposta a sopportare più le menzogne neoliberaliste travestite da populismo dell’attuale potere. Specialmente dopo quello che è successo la notte scorsa (il voto fraudolento che ha stabilito il controllo del potere giudiziario da parte dell’attuale potere politico, ndr), la gente non è più disposta a sopportare questi livelli di autoritarismo.

 

Di quale popolo o gente mi sta parlando?

 

I lavoratori e la classe media. Il 20 novembre scorso abbiamo organizzato uno sciopero generale che ha bloccato il Paese come non si vedeva da dieci anni: l’8 novembre dello scorso anno e il 18 aprile di quest’anno si sono radunate 2 milioni di persone nelle strade, fondamentalmente della classe media e dei lavoratori.

 

Ma a questo punto, vista la situazione e la forza del sindacato, una soluzione sul modello della concertazione tedesca non la vede possibile?

Sono anni che proponiamo un tavolo comune di concertazione sia con il mondo politico che con quello imprenditoriale, ma ci troviamo sempre di fronte una Presidente e un intorno che non vogliono nemmeno iniziare a discutere con chi non è allineato con il loro pensiero politico. Ma se la Presidente spesso non discute nemmeno con i proprio Ministri che si riducono a prendere ordini, che possibilità ci sono di aprire un dialogo serio? Per la Presidente non esiste la diversità…. Ma ha visto la faccia del ministro dell’Economia quando una giornalista greca gli ha chiesto come è l’inflazione in Argentina? Con la sua segretaria che è dovuta intervenire dicendo che di questo in Argentina non si può parlare? Siamo ai limiti dell’esplosione, non si può andare avanti in una situazione del genere.

 

E allora che alternative vede a questo potere? Mi pare che l’opposizione sia estremamente divisa. Non si vorrà ripetere l’errore dell’Alianza che ha portato alla crisi del 2001?

 

È da tempo che si sta costruendo un’alternativa politica valida fuori dai clamori mediatici, cosa diversa da un’opposizione frantumata. All’ultimo congresso della Cta, una decina di giorni fa, con oltre 1200 delegati da tutto il Paese c’erano in prima fila rappresentanti di tutto il centro- sinistra, da Pino Solanas al Partito Socialista di Binner, la Cgt di Moyano, il Fap (Frente Amplio Progresista), che raduna leader sindacali di consumata esperienza e rigorosa traiettoria politica, e i vari delegati. Tutti cantavano: “Non vogliamo né Alianza, né divisione: vogliamo un movimento per la liberazione”.

 

Cosa pensa del voto del 25 aprile e delle proteste che ne sono seguite?

 

Nel giorno della scandalosa votazione, l’edificio del Congresso è stato circondato da una folla di persone che volevano esserci e che hanno costruito una tenda gigantesca, dove, per avere visibilità mediatica, sono passati leader dell’opposizione che in altri ambiti hanno legami profondi con l’attuale potere… Noi abbiamo manifestato prima quel giorno, proprio per differenziarci e far capire alla gente di essere un’alternativa anche progettuale all’attuale potere, non solo mera opposizione, spesso connivente.

 

(Arturo Illia)



© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori