PAKISTAN/ Dalle donne kamikaze all’Italia: ciò che l’occidente non vuol vedere

- Souad Sbai

Un brutale attentato ha ucciso quattordici studentesse pakistane. Il killer era un kamikaze donna. SOUAD SBAI si interroga sul radicalismo islamico e le colpe dell’occidente

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Immagine di archivio

Ecco che, almeno per un minuto, le donne del Pakistan rientrano nell’attualità internazionale. Solo per un minuto. Per quelle quattordici studentesse morte e quelle diciannove  ferite dall’esplosione di un kamikaze. Anzi no, di una kamikaze. Una donna in burqa, che non è stata scorta da nessuno e che ha potuto seminare morte e terrore. Uccidendo donne come lei, donne che ogni giorno rischiano di essere lapidate, acidificate, uccise o bruciate vive. In nome di una distorsione terrificante della religione e della natura umana. Proprio quella deformazione che sta distruggendo ogni minoranza pakistana, da quella cristiana a quella rurale, passando per le donne che sono ormai bersaglio mobile quotidiano. Dalla morte di Benhazir Butto si intuì che la china sarebbe stata discendente e che il Pakistan avrebbe vissuto un periodo di drammatica recrudescenza dell’estremismo. Attentati come quello che ha ucciso le studentesse e di cui il bilancio è ancora parziale, purtroppo, segnano un’escalation che da mesi è in atto senza che nessuno se ne accorga. 

Non è questa la sede per ricordare la nascita del Pakistan, Stato nato per mettere fine ad una controversia e la cui venuta alla luce è segnata dal principio da enormi contraddizioni. Oggi il Pakistan è un Paese la cui stabilità è a rischio e in cui l’estremismo diventa sempre più la forza preponderante. Autobus, scuole, ospedali, caserme, abitazioni comuni: ogni luogo è atto a infondere terrore e a spargere sangue al fine di spingere il Governo a cedere alle richieste sempre più pressanti dell’integralismo. 

Peraltro, la vicinanza con l’Afghanistan e la forte influenza che i Talebani esercitano sulle zone al confine non facilita l’uscita da uno stato di crisi ormai decennale. Da Musharraf  a Zardari non è cambiato molto in termini di radicalizzazione dei costumi e dell’azione politica. Fa molto riflettere il fatto che a uccidere quelle giovani sia stata una donna ed è un segno da non sottovalutare, perché se il proselitismo radicalista arriva anche a convincere una donna ad ucciderne molte altre, evidentemente siamo quasi al punto di non ritorno. E ci siamo arrivati per le politiche inconcepibili che hanno portato gli Usa a scontro con il Pakistan, agli attacchi con i droni nel nord Waziristan e al richiamo ufficiale dell’ambasciatore americano a Islamabad per “violazione della sovranità territoriale” in quel raid. 

Se in alcuni frangenti il Pakistan aveva fatto comodo per nascondere tante e tante situazioni che si volevano tenere ben secretate fra le montagne, in seguito la strategia è cambiata, soprattutto dopo la morte di Bin Laden, la cui dinamica è ancora tutta da verificare. E qualcuno ancora ci deve spiegare come e perché la task force che lo avrebbe ucciso è stata praticamente decimata. Un comportamento internazionale ondivago, dunque, che altro non ha fatto se non favorire, assieme a copiose iniezioni di liquidi, l’estremismo, che ha giocato la sua partita al coperto da ogni controllo internazionale. 

Tutto solo per mantenere il dominio formale su territori ricchi di risorse naturali e di interessi economici. E così accade che i quartieri cristiani vengano bruciati e gli abitanti massacrati, le donne acidificate e sfregiate per sempre, i giovani instradati al radicalismo e ogni minoranza zittita con la forza. O con la prigione, come per Asia Bibi e tanti altri. 

Una cosa, poi, andrebbe detta e analizzata; la radicalizzazione dei costumi delle comunità anche qui in Italia, che riflette pesantemente quella che in patria ormai va per la maggiore. Da Hina Saleem, uccisa e sotterrata nel giardino di casa solo perché voleva vivere normalmente, a Nosheen Butt e la madre Shaznaz Begum, la prima massacrata e la seconda uccisa per difenderla da un matrimonio combinato. Pratica da qualcuno difesa perché vagamente attinente ad una non meglio precisata “cultura”. Che genera morte e sofferenza in queste giovani, mandate in Pakistan appena atte e sposarsi, magari con un cugino o un parente lontano. Magari di trent’anni più grande. Non voler vedere ciò che accade nei Paesi di provenienza, quando la radicalizzazione è in corso, provoca anche questo: non riuscire a vedere la radicalizzazione dentro casa propria.

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