TERRA SANTA/ Padre Neuhaus: il laicismo antireligioso della società ebraica minaccia tutte le fedi

- int. David Neuhaus

Il difficile ruolo dei cristiani ebrei in Israele, in una società che è sempre meno religiosa. Lo spiega padre DAVID NEUHAUS, vicario dei cattolici di lingua ebraica

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Immagine di archivio

“Gesù non è ebreo come un fatto del passato: Gesù è ebreo sempre. Per capire questo bisogna capire l’Antico Testamento e la cultura ebraica della sua epoca”. Chi dice queste cose è padre David Neuhaus, vicario del Patriarcato latino di Gerusalemme per i cattolici di lingua ebraica. Ebreo convertito al cristianesimo, racconta a ilsussidiario.net la difficile realtà in Israele di chi vive la sua stessa esperienza: erano migliaia solo qualche decennio fa, oggi si sono ridotti a circa 600. Attualmente in Israele i cattolici sono in maggoranza immigrati provenienti da Paesi come le Filippine. “Essere consapevoli che l’ebraismo moderno e il cristianesimo si sono sviluppati uno accanto all’altro, tutti e due figli della religione che Gesù praticava, che era quella del tempio, può portare finalmente a un dialogo che costruisca pace e giustizia in questa terra”, afferma padre Neuhaus.

Lei è nato in una famiglia ebraica, ci racconta come è accaduta la sua conversione al cristianesimo?
Sono nato in una famiglia ebraica fuggita dal nazismo e riparata in Sudafrica. La mia famiglia però non era molto praticante e arrivato all’età di 15 anni non credevo più a nulla. A quell’età andammo a vivere in Israele. Qui conobbi una religiosa russa ortodossa già molto anziana, aveva 89 anni. Parlando con lei notai quasi subito una persona gioiosa come non l’avevo mai incontrata prima nella mia vita. Fu il primo incontro con la gioia cristiana della resurrezione e la gioia della persona di Gesù.

Da quell’incontro dunque scaturì la sua conversione?
Da quell’incontro cominciai una ricerca religiosa che prima non mi interessava. Dialogando con i miei genitori su questo interesse, feci loro una promessa: aspettare dieci anni prima di cambiare la mia religione, prima di lasciare l’ebraismo per passare al cristianesimo. Ho aspettato per rispetto dei miei genitori e a 25 anni sono stato battezzato. I miei genitori hanno accettato questa scelta, abbiamo sempre avuto un ottimo rapporto.

In Israele il numero dei cristiani convertiti, come lei, dall’ebraismo al cristianesimo si è ridotto sensibilmente, da diverse migliaia a poche centinaia. Quale è il motivo? C’è pressione nei confronti di chi vuole fare questa scelta, c’è discriminazione?
Non è esattamente una pressione. La prima ragione è che la Chiesa è rimasta molto straniera nei confronti della società ebraica. Ha avuto difficoltà a capire la cultura ebraica e anche a parlarne la lingua. Adesso siamo riusciti a creare una liturgia cattolica di lingua ebraica che non era mai esistita prima. Ma quello che conta maggiormente in senso negativo è l’ambiente laico e molto antireligioso della società israeliana moderna.

Ci spieghi cosa significa… 

In maggior parte, la società israeliana oggi non è più religiosa, è una società laica dove i bambini nelle scuole ricevono sì una educazione molto buona ma per nulla religiosa. Così, per assimilarsi a questa società laica, anche i cristiani ebrei spesso perdono la fede. Ci sono anche delle concause, come l’emigrazione, cristiani ebrei che se ne vanno da Israele, ma è soprattutto l’assimilazione dei nostri cristiani a questa società laica e anti religiosa che ha fatto perdere la fede a molti. 

Invece i rapporti con gli ebrei praticanti, gli ebrei ortodossi, come sono?
Non abbiamo molti contatti con la società ortodossa, le nostre famiglie sono integrate nella parte laica della società e fra laici e ortodossi in Israele non c’è contatto. Questo è un problema, perché nella parte laica della società la religione non interessa, mentre invece nella parte ortodossa non si accetta l’identità cristiana.

Gesù, come sappiamo, era ebreo. Il fatto che scompaiano gli ebrei cristiani, dal punto di vista della fede cosa significa?
Tutta la Chiesa universale è oggi consapevole che questa scomparsa è una perdita. Ma oggi c’è la possibilità di rinnovare le nostre radici ebraiche nell’unica società dove gli ebrei sono una maggioranza, dove la società è definita per cultura e tradizione ebraica, ossia lo stato di Israele. Oggi abbiamo la possibilità di approfondire la comprensione delle nostre radici ebraiche e dell’identità ebraica di Gesù. Lui non è stato ebreo, non è un fatto del passato: Gesù è ebreo sempre. Per comprenderlo bisogna capire l’Antico Testamento e la cultura ebraica della sua epoca.

Però, a causa della tragedia dell’olocausto, in Israele i cristiani vengono avvertiti dagli ebrei un po’ come un nemico, un traditore: è così? Ritrovare le comuni radici di ebrei e cristiani può far superare tutto questo?
Assolutamente sì. Una delle sfide maggiori oggi non è solo convivere, ma far ritrovare ai cristiani le radici ebraiche della fede cristiana e convincere gli ebrei che facciamo parte di un patrimonio religioso comune. Questa divisione – che, iniziata dal II al V secolo, è ancora molto forte – ha le sue radici in una identità debole di entrambe le parti: nell’ebraismo che cercava di identificarsi e ritrovare forza dopo la distruzione del tempio e in un cristianesimo che voleva allontanarsi dall’ebraismo. Oggi invece sappiamo come queste due religioni siano collegate: hanno le stesse radici.

Dunque, è necessario ritrovare un percorso comune pur nelle differenze…
In Israele c’è il grande privilegio della coesistenza di una piccolissima minoranza cristiana in una grande maggioranza ebraica in una epoca nuova, dove la Chiesa comprende molto bene l’importanza che la fede ebraica ha per se stessa. Il privilegio di vivere insieme con il tentativo profondo di capire che Gesù è ebreo e chde le radici della nostra fede sono ebraiche, cambia la comprensione della nostra fede nel Dio comune, creatore del cielo e della terra.

Fu Giovanni Paolo II a parlare degli ebrei come “nostri fratelli maggiori”. 

Bisogna essere molto precisi quando si dice questo, ci vuole delicatezza teologica e storica. Sono i nostri fratelli maggiori ed è interessante sapere che l’ebraismo moderno e il cristianesimo si sono sviluppati uno accanto all’altro, tutti e due figli della religione che Gesù praticava, che era quella del tempio. 

In Israele ci sono anche i cristiani arabi: com’è il rapporto con loro?
I cristiani arabi sono i nostri fratelli e sorelle maggiori nella fede perché sono qui da centinaia di anni. Il rapporto con loro è molto importante perché facciamo parte di una unica Chiesa. Loro certamente non hanno sempre la stessa prospettiva dei cristiani ebrei, vivono in una situazione difficilissima nei Territori palestinesi e nello stesso stato di Israele dove i rapporti con gli ebrei sono sotto l’ombra dell’occupazione militare e della discriminazione. È dunque una situazione molto diversa dalla nostra, ma dobbiamo vivere come fratelli nella stessa Chiesa sviluppando insieme un dialogo con gli ebrei che includa un richiamo fortissimo alla giustizia e alla pace, perché senza queste non c’è avvenire per la Chiesa stessa. Dobbiamo sottolineare le nostre radici comuni per sviluppare il dialogo con gli ebrei ma stando insieme nella società, lavorando insieme con i fratelli palestinesi e con gli ebrei che vogliono la pace e la giustizia per arrivare a una situazione che sia buona per tutti.

(Paolo Vites




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