CAOS EGITTO/ Jean: gravi colpe degli Usa e della loro ideologia

- int. Carlo Jean

L’Egitto vive giornate drammatiche, tragiche. Insieme a CARLO JEAN commentiamo la posizione del presidente americano Barack Obama, gli errori di Morsi e ciò che sarà in futuro il Paese

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Barack Obama (Infophoto)

L’Egitto vive giornate drammatiche, tragiche. Ormai lo scontro tra l’esercito e i Fratelli Musulmani ha tutto il sapore di una resa dei conti. E la partita finale non si gioca naturalmente solo nei palazzi del potere, ma nelle strade e nelle piazze del Cairo e di altre città, con il bilancio terribile dei morti e dei feriti. A questo punto si ripensa alla cosiddetta “primavera araba”, alla defenestrazione di Mubarak e inevitabilmente al famoso discorso del presidente americano, Barack Obama, al Cairo nel giugno del 2009, quando invitò le popolazioni a liberarsi dell’autocrazia. Mai come in questo momento tutti questi avvenimenti e queste speranze appaiono anacronistiche, fuori luogo, slegate dalla realtà di quel particolare angolo del mondo che è chiamato Medio Oriente. Il generale Carlo Jean, grande studioso ed esperto di strategia e di geopolitica (c’è, tra le tante cose che ha scritto, una sua prefazione al famoso libro “Sulla guerra” di Karl von Clausewitz, che andrebbe studiata nella scuole, nelle università e nei Parlamenti, compreso quello americano) pensa che non ci sia Paese occidentale che abbia un leverage, una possibilità concreta, un potere per fermare il caos in Egitto.

Generale Jean, la situazione sembra completamente sfuggita di mano.

A mio avviso la situazione egiziana è sfuggita di mano alla comunità internazionale. L’unica che potrebbe esercitare una sua influenza è l’Arabia Saudita, che vede con favore i militari ed è contro i Fratelli Mussulmani. Ragion per cui l’Arabia Saudita non muoverà un dito e lascerà che si arrivi a una normalizzazione.

In questo momento ci sono diverse critiche nei confronti dell’amministrazione americana, soprattutto dell’operato di Barack Obama.

Credo che alla fine ci sia il rischio di rimpiangere Bush il vecchio. Magari dopo il discorso del giugno del 2009 di Obama, succedeva ugualmente quello è accaduto. Ma non c’è dubbio che gli americani abbiano dato una spallata a Mubarak. Il fatto è che quando si muovono sullo scacchiere internazionale, in alcune zone soprattutto, gli americani hanno una visione ideologica che non tiene conto della realtà. Ora sono paradossalmente accusati da entrambi gli schieramenti in campo. Ma la sostanza è che si sono mossi male, ideologicamente appunto e non tenendo conto di una realtà che oscilla tra dittature militari e dittature religiose. E’ un fatto che ripeteva addirittura il Principe di Metternich, il protagonista del Congresso di Vienna del 1815.

In sostanza con questa “primavera araba”, il Medio Oriente, da Est a Ovest, è in completo subbuglio.

Con situazioni differenti che si dovrebbero precisare. L’Egitto oggi sta ritornando in mano ai militari, che sono la forza più accettata e benvoluta dalla popolazione, una situazione che ricorda un poco la Turchia. Secondo un sondaggio recente, il consenso ai militari supera il 60 percento, mentre la forza, chiamiamola elettorale per comodità, dei Fratelli Mussulmani non supera il 25 percento. Contro le manifestazioni dei Fratelli Mussulmani non c’è solo la mano, la forza dell’esercito di Al Sissi, ma la grande parte dell’opinione pubblica egiziana.

Poi c’è stata anche una politica sbagliata di Morsi, il leader dei Fratelli Mussulmani.

Certamente. Non ha dimostrato solo incapacità, impreparazione nell’attuare una politica inclusiva. Morsi e i Fratelli Mussulmani hanno cercato di occupare tutti i posti a disposizione, cercando di allargare oltremodo il loro potere. La reazione era inevitabile.

 

Alla fine, dopo la “primavera araba”, considerata una “rivoluzione”, si prepara in definitiva una restaurazione o quanto meno un ritorno al passato.

Mi sembra che questo sia lo sbocco più probabile. Cioè il ritorno a una sorta di dittatura di carattere militare, che Al Sissi può interpretare anche con toni islamisti, come ha fatto il generale Zia in Pakistan.

 

L’Egitto ha già passato momenti di questo tipo.

In effetti la situazione attuale ricorda quella del 1952, quando, deposto re Faruk, emersero prima due leader come Neguib e Nasser. Neguib era un religioso che fece l’alleanza con i Fratelli Mussulmani, Nasser era un laico che si mosse con abilità e spregiudicatezza e alla fine divenne il rais. Quella fase storica ricorda indubbiamente questo momento.

 

A questo punto anche le dichiarazioni di Obama sul taglio degli aiuti militari non sembrano avere un grande impatto.

Obama toglie circa un miliardo e mezzo di dollari all’Egitto, mentre gli Emirati ne hanno già stanziati dodici. Poi ci sono altri fattori di carattere commerciale da considerare. I russi sono in grado di fornire grano tenero, quello con cui si fa il “kus kus” agli egiziani, mentre gli americani producono soprattutto grano duro.

 

(Gianluigi Da Rold)

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