QUIRICO/ Vale la pena rischiare la vita per una pagina di giornale?

- Giuseppe Di Fazio

GIUSEPPE DI FAZIO torna a commentare il rapimento di Domenico Quirico, inviato di guerra de La Stampa in Siria: ecco perché è stata scritta una grande pagina di giornalismo

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Immagine d'archivio

Di Domenico Quirico, partito per un reportage di guerra in Siria, s’erano da pochi giorni perse le tracce. Le notizie, a metà aprile, erano ancora molto labili: forse un sequestro, forse un incidente, forse è tra i dispersi dopo un bombardamento. Si discuteva del fatto con un collega e con un gruppo di giovani studenti di Scienze della Comunicazione. Qualcuno ricordava che l’inviato de La Stampa era stato già un’altra volta rapito in Libia, un altro che aveva rischiato la vita nella traversata di una carretta del mare assieme ai migranti tunisini e che era stato diverse volte nel Mali.

A bruciapelo rivolsi una domanda ai giovani: «Nell’era di Internet vi sembra normale che un giornalista voglia andare di persona dentro le tragedie del mondo per vedere coi propri occhi e per raccontare ciò che vede?». Uno studente rispose senza tentennamenti: «Per me – disse – rischiare la vita per questi motivi è una pazzia». «C’è qualcosa più grande del desiderio di vedere e raccontare – rilanciai – per cui tu ti sentiresti di rischiare la vita?». «Non c’è nulla che meriti questo rischio», fu la risposta lapidaria.

Domenico Quirico l’8 settembre è stato finalmente liberato ed è potuto rientrare in Italia ad abbracciare la sua famiglia, i colleghi, gli amici. «E’ come se avessi vissuto su Marte», sono state le sue prime parole. Ma ripensando a quella conversazione con i giovani studenti, mi verrebbe da dire che, in parte, è ritornato su Marte. C’è un inferno fatto di violenza fisica, come in Siria, e ce n’è un altro, da noi, che si configura come un deserto di desiderio e di valori. Ma la vicenda di Quirico pone al nostro mondo, giornalistico e non, una serie di domande che non possono rimanere inevase.

Stare dentro i fatti per svegliare la coscienza dell’Occidente

La bussola professionale di Domenico Quirico ha seguito sempre una direzione: “stare dentro i fatti”, per poterli raccontare dall’interno. Era accaduto così con gli immigrati, con la guerra di Libia, con gli scontri nel Mali. Anche nella guerra in Siria è partito, con un piccolo bagaglio a mano, pochi indumenti, i taccuini, e alcuni libri, «per verificare di persona le notizie sulla battaglia decisiva di questa guerra civile». Senza l’urgenza della scrittura “mordi e fuggi”: una specie di slow journalism. Il sentimento originario di Quirico alla partenza per Damasco era segnato dal desiderio di vedere “la Primavera della rivoluzione” che «sembrava poter durare per sempre e capovolgere il mondo».

Vedere e raccontare. E svegliare la coscienza dell’Occidente. La “pretesa” di Quirico poteva sembrare un atto di arroganza inutile. Cosa può mai sapere un giornalista che, bene che vada, vedrà i grandi eventi da un angolo di visuale particolarissimo, quando invece ci sono i satelliti spia, c’è l’intelligence, ci sono i nuovi media che raccontano tutto minuto per minuto? Eppure la testimonianza semplice e sofferta di Quirico e quella del suo compagno di prigionia, il belga Pierre Piccinin, sono servite a far capire quello che sta accadendo in Siria più di tanti discorsi di leader internazionali, più di tanti vertici e più delle analisi scientifiche degli istituti di ricerca specializzati. Racconta Quirico: «Ostaggio in Siria [sono stato] tradito dalla rivoluzione che non è più ed è diventata fanatismo e lavoro di briganti».

Il Congresso Usa sta per votare sull’attacco americano contro gli arsenali chimici di Assad e per dare sostegno ai ribelli. Ma Quirico avverte: «L’Occidente si fida di loro ma ho imparato a mie spese che si tratta anche di un gruppo che rappresenta un fenomeno nuovo e allarmante della rivoluzione: l’emergere di gruppi banditeschi di tipo somalo, che approfittano della vernice islamista e del contesto della rivoluzione per controllare parte del territorio, per taglieggiare la popolazione, fare sequestri e riempirsi le saccocce di denaro». A confronto con questi briganti, i seguaci di Al Qaida, sostiene Quirico, sono più umani. Ecco la novità: sul campo i nostri schemi occidentali non reggono. La brigata Jabat Al Nusra, l’Al Qaida siriana, è nell’elenco delle organizzazioni terroristiche americane, ma i qaidisti – scrive Quirico – «sono gli unici che ci hanno rispettato». I rivoluzionari finanziati dall’Occidente, invece, sono “briganti”, briganti che indossano scarpe e magliette Adidas.

Briganti e fanatici

Il racconto di Quirico ci aiuta a entrare nel mondo di questi “rivoluzionari” per cui l’Occidente si dovrebbe mobilitare per aiutarli ad abbattere il dittatore Assad. «Questi gruppi – sostiene l’inviato de La Stampa – sono a metà tra il banditismo e il fanatismo. Seguono chi gli promette un futuro, gli dà le armi, la forza, gli versa il denaro per comprarsi i telefonini, computer, vestiti». Eppure seguono il loro Dio, pregano fedelmente cinque volte al giorno. «I miei sequestratori pregavano il loro Dio stando accanto a me, il loro prigioniero dolente, soddisfatti, senza rimorsi e attenti al rito: cosa dicevano al loro Dio?». La testimonianza di Quirico ha avuto l’effetto di squarciare le tenebre dell’informazione occidentale, ricchissima di notizie sulla vicenda siriana, ma povera di testimonianze autentiche e verificate.

Il racconto che squarcia la menzogna

Torniamo alle domande di partenza. Il fatto che un giornalista sia andato sui luoghi di guerra a vedere coi propri occhi (anche a costo di rischiare la vita) è servito a offrire un punto di vista originale che, da solo, può rimettere in discussione le deboli certezze occidentali e può scuotere le coscienze. Il bollettino quotidiano delle vittime e dei bombardamenti non ha lo stesso impatto del racconto di un testimone che è stato cinque mesi prigioniero nei luoghi di guerra, ha provato paura, dolore, umiliazione.

Quirico ha scritto, ancora una volta, una grande pagina di giornalismo. Ma proprio nei momenti più delicati dell’esistenza, il giornalista deve attingere alle sue risorse più profonde per rimanere attaccato alla vita e al lavoro. Anche su questo punto Quirico ci è maestro. I suoi inseparabili compagni di viaggio sono stati quattro libri (“La via del ritorno” e “Tempo di vivere, tempo di morire” di Remarque, “Il nudo e il morto” di Mailer e “Delitto e castigo” di Dostoevskij) e la fede, “una fede semplice che è darsi, è amore”. Quella fede che gli fa dire: «Non provo odio per i miei rapitori. Se scegliessi l’odio sarei peggiore di prima, io invece vorrei che questa esperienza terribile possa rendermi migliore». Ecco il segreto di Quirico. Per andare in cerca della verità della notizia o si è insensibili al pericolo fino a rasentare la maniacalità, o si crede in Qualcuno per cui si può anche rischiare la propria vita.

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