ISIS/ Talal Khrais: l’Italia ignora il pericolo delle infiltrazioni di terroristi islamici

- int. Talal Khrais

Cittadini italiani sin dagli anni ottanta, molti sono i casi di islamici che si sono recati a combattere in Siria con i fondamentalisti. Ne parla il giornalista libanese TALAL KHRAIS

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Immagine dal web

“Invece di pensare alle sanzioni contro la Russia, l’Italia e gli altri paesi europei farebbero meglio a pensare al pericolo delle infiltrazioni di terroristi islamici insieme all’arrivo degli immigrati”. Talal Khrais, corrispondente libanese per al-Mara, parla dalla linea del fronte siriano durante questa intervista con ilsussidiario.net. “Non ho niente contro gli immigrati, ma il pericolo è grande per i paesi occidentali che ancora non se ne rendono conto: come hanno colpito le Torri gemelle infiltrando loro uomini negli Stati Uniti, lo stesso può accadere in Italia”. Le parole di Khrais arrivano pochi giorni dopo l’allarme lanciato dal ministro degli interni Alfano a proposito di 48 italiani che si sono recati a combattere con Isis e che potranno essere i cosiddetti “jihadisti di ritorno”. Khrais fa chiarezza anche su questo: “In realtà il numero è di ottanta, ex combattenti islamici in Afghanistan che hanno la cittadinanza italiana da decenni e che adesso combattono in Siria. Non è difficile fare questi conti” spiega. 

Il ministero degli interni italiani ha lanciato l’allarme delle infiltrazioni terroristiche sul nostro territorio, lei come ha dichiarato recentemente alla radio italiana questo pericolo lo consoce da tempo.

Sono tre anni e mezzo che mi reco in Siria a seguire la situazione, ho contatti e fonti molto sicure. Questi combattenti islamici che combattono oggi in Siria in realtà hanno cominciato a farlo in Afghanistan.

Ci spieghi di cosa si tratta esattamente.

Bisogna risalire al periodo che va all’incirca dal 1985 al 1995, quando l’Italia concesse asilo politico a molti esuli arabi in maggioranza provenienti dal Magreb. Queste persone si sono stabilite in Italia, hanno costruito moschee poi hanno cominciato ad andare a combattere prima in Afghanistan, poi nel Kossovo, quindi in Bosnia e Cecenia. Ma fino a quando erano impegnati in queste guerre nessuno diceva niente.

Poi cosa è successo? 

E’ successo che in pratica sono vent’anni che combattono ed era naturale che adesso andassero in Siria, dove hanno cominciato a recarsi nel 2011. Non sono giovani, sono gente di 55, 60 anni e con la cittadinanza italiana.

Come fa a dire un numero così preciso, 80?

Non è difficile arrivarci e stupisce che il governo italiano non ne sappia quasi niente. Durante il dibattito radio a cui ho preso parte, il sottosegretario agli esteri Della Vedova non sapeva citare alcun numero, alcun dato. Il numero si ottiene molto semplicemente chiedendo alla frontiera turca quanti italiani hanno passato il confine con la Siria.

E adesso combattono con Isis?

Diversi di loro sono nelle carceri di Assad, catturati durante i combattimenti. 

Cosa ne pensa del cosiddetto pericolo dei “jihadisti di ritorno”: è un pericolo concreto?

Io credo che se l’Italia e gli altri paesi invece di pensare alle sanzioni contro la Russia si occupassero della infiltrazione terroristica farebbero meglio. Sono queste le vie del terrorismo, quelle dell’immigrazione. Gli stessi che hanno colpito le Torri gemelle sono in grado di infiltrare migliaia di terroristi tra gli immigrati che arrivano in Italia. 

 

Parlando invece della situazione sul terreno, adesso che la coalizione americana-araba sta bombardando, qual è il quadro realista? Si parla di carri armati turchi pronti a entrare in Siria.

La Turchia gioca su due tavoli. Il primo è quello di incoraggiare la nascita di uno stato autonomo curdo nel Kurdistan iracheno.

 

Il secondo?

Il secondo tavolo è quello del petrolio. I curdi vendono il petrolio a 20 dollari a barile alla Turchia la quale ne usa metà e l’altra metà la vende al mercato nero. Allo stesso tempo la Turchia sostiene con la sua artiglieria Isis nell’occupazione dei villaggi siriani.

 

E questo perché mai? La Turchia è un paese Nato.

Perché la Turchia ha due problemi, il primo quello armeno, il secondo quello curdo. Si sta ripetendo quanto accaduto nel 1915 con il genocidio armeno.

 

Ci spieghi meglio.

La Turchia insieme a Isis sta cercando di costruire una cintura di sicurezza ai suoi confini in modo da isolare curdi e armeni al suo interno. Noi corrispondenti in Siria abbiamo visto con i nostri occhi l’artiglieria turca bombardare i villaggi curdi per permettere alle milizie di Isis di entrarci dentro. 

 

Dal punto di vista strategico, che risultati stanno portando i bombardamenti aerei americani?

Bisogna distinguere. In Iraq dove i bombardamenti sono coordinati con il governo iracheno e con i curdi si colpiscono gli obbiettivi giusti ma in Siria è diverso.

 

In che senso?

Non esiste alcun coordinamento con l’esercito siriano e si colpiscono interi villaggi, si distruggono le infrastrutture, si ammazzano i civili. Solo in questa settimana sono morti 350 civili siriani. Inoltre le milizie di Isis si spostano di continuo da un villaggio all’altro evitando le bombe. Il problema è che gli Stati Uniti non vogliono favorire e far vincere Assad, ma senza un coordinamento con l’esercito siriano i bombardamenti sono inutili e anche dannosi per i civili. 

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