DIARIO ARGENTINA/ Le bugie del potere che “premiano” terroristi e assassini

- int. Carlos Manfroni, int. Victoria Villaruel

La storia argentina ha conosciuto, negli anni dal 1969 fino al 1983, uno dei suoi periodi più foschi oltreché tragici. Ce ne parlano CARLOS MANFRONI e VICTORIA VILLARUEL

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Carlos Manfroni e Victoria Villaruel

La storia argentina ha conosciuto, dal 1969 fino al 1983, uno dei suoi periodi più foschi oltreché tragici. Un lasso di tempo dove a deboli democrazie si susseguono governi gestiti da militari, il ritorno di Peron e l’inizio della dittatura tristemente famosa instauratasi nel 1976. Sembra incredibile, ma quel periodo storico, seppur abbastanza recente, è immerso in un oblio la cui memoria risulta spesso lacunosa perché scomoda. Specie per quanto riguarda il ruolo di movimenti politici dediti alla lotta armata e la loro influenza nefasta, perché immersero il Paese in una sorta di guerra civile mietendo vittime con una crudeltà inaudita.

Persone che hanno perso la loro vita in attentati, sequestri, sparatorie, rapine; gente per la quale la parola “diritti umani” non è mai esistita. Ma due avvocati, Carlos Manfroni e Victoria Villaruel, anche attraverso un’organizzazione sorta al riguardo (denominata Celtyv, Centro di studi legali sul terrorismo e le sue vittime) non solo hanno portato questa problematica fino alle Nazioni Unite, ma attraverso la pubblicazione di un libro intitolato “Gli altri morti” (“Los otros muertos”) hanno fatto conoscere a molti argentini una realtà che ignoravano.

Carlos e Victoria sono anche individualmente autori di altri due testi sempre legati ai tragici anni Settanta: “Montoneros, soldati di Massera”, in cui Manfroni rivela gli incredibili legami che univano i terroristi con uno dei personaggi più nefasti della dittatura, il capo di Stato Maggiore della Marina Militare Emilio Eduardo Massera; Victoria Villaruel ha invece pubblicato nel 2009 un’esaustiva indagine sui vari movimenti terroristici argentini intitolata “Li chiamano… giovani idealisti”. Recentemente abbiamo incontrato i due autori a Buenos Aires, per cercare di approfondire una tematica totalmente sconosciuta in Italia.

Siete gli autori di un testo che fornisce una spiegazione storica documentatissima ma totalmente sconosciuta in Italia sugli anni ‘70 in Argentina. Cosa vi ha spinto a scriverlo?

Villaruel: «Entrambi facciamo parte di un’associazione in Argentina che si occupa delle vittime del terrorismo. Però fino a oggi non si sapeva quasi nulla e soprattutto non si avevano dati precisi. Dal 2008 abbiamo iniziato una ricerca che è poi sfociata nel libro».

 

È innegabile che in quegli anni di fu una guerra combattuta da due eserciti, armati…. ambedue in nome di Dio. Perché poi, con la sola eccezione del famoso processo del “Nunca mas” durante la presidenza di Alfonsin, dove furono giudicati militari e terroristi, questi ultimi vennero esclusi dai processi?

Manfroni: «Sì, effettivamente durante la Presidenza di Alfonsin furono giudicati anche appartenenti al gruppo dei Montoneros, mentre stranamente quelli dell’Erp, l’altra organizzazione terroristica, vennero “dimenticati”. Successivamente, durante la presidenza di Menem, ci fu un indulto generale, mentre il kirchnerismo ha annullato queste leggi e ripristinato le condanne solo per i militari».

Perché?

Manfroni: «È quello che vorremmo capire. Perché se i crimini contro l’umanità non si possono considerare caduti in prescrizione, allora la teoria vale per tutti. C’è da considerare che la Corte che ha deciso era composta di giudici eletti dal Governo, che hanno adottato il principio di come si possono considerare crimini contro l’umanità non prescrivibili solo quelli operati da forze appartenenti allo Stato. Perché così affermano i codici internazionali…».

Vi risulta?

Manfroni: «Assolutamente no, nel diritto internazionale non c’è una sola parola al riguardo, sia nello Statuto di Norimberga, che nella clausola Martens o nella Convenzione di Ginevra e nello Statuto di Roma. Ma è chiaro che esiste un legame molto stretto tra i Montoneros e il Governo attuale, dove militano molti ex appartenenti a questo gruppo, quindi si è evitato di giudicarli. Ma ciò non rappresenta la cosa più negativa».

 

Cosa intende dire?

Manfroni: «Peggio è considerare prescritti non solo legalmente, ma anche moralmente, gli autori di crimini che hanno ottenuto non solo rapide riabilitazioni, ma addirittura vengono presi come modelli positivi da imitare e spesso pontificano e giudicano dall’alto di una morale discutibile. Hanno anche ricevuto indennizzi e spesso, ripeto, occupano incarichi governativi. Quindi non solo si giustifica il loro operato, ma vengono pure premiati: e questo è un messaggio terribile per la società. Anche perché, pur se molti di loro sono desaparecidos, altrettanti sono caduti in azioni militari contro l’esercito in anni in cui vigeva la democrazia. Quindi si premia chi ha lottato contro istituzioni regolarmente elette».

 

Mi potete spiegare come si viveva in quegli anni e perché in Argentina si è raggiunto un livello inaudito di violenza?

Villaruel: «Anzitutto perché le organizzazioni terroristiche Erp e Montoneros disponevano di un livello di armamento, tecniche e preparazione bellica sviluppatissimo per l’epoca. A dimostrazione di ciò c’è il fatto che i primi attentati che vennero commessi in Israele dall’Olp e quelli dell’Eta in Spagna erano compiuti con ordigni preparati da Montoneros. Stiamo quindi parlando di veri e propri eserciti irregolari che combattevano alla pari con quello dello Stato argentino. Quindi ciò non era contrastabile da forze di polizia perché era da ritenersi una guerra. Consideriamo che dal 1969 al 1979 in Argentina si sono realizzati 21.000 attentati terroristici: una media di 7 al giorno per 10 anni».

 

Nel libro si parla anche più di 4.000 bombe esplose in quegli anni…

Manfroni: «4.380 per la precisione. Più di una al giorno. Immaginiamoci questa situazione nell’attualità: ciò costituirebbe qualcosa di molto forte emozionalmente. Ma è come se ci fosse stata un’amnesia totale, perché tanta gente non ricorda nulla. Il ritmo di quelle giornate era scandito dalle sirene di un viavai di mezzi dell’unità antiesplosivi nelle strada alla ricerca di bombe delle quali spesso non si sapeva l’ubicazione. E non si colpivano unicamente strutture governative, ma le bombe venivano messe dappertutto mietendo vittime innocenti, soprattutto civili. Nel libro citiamo un dato di 1.094 persone. Perché? Considerando che in quegli anni la povertà raggiungeva il 2% della popolazione, meno di un decimo dell’attuale, ed era un periodo di benessere a livello economico, d’un tratto scoppia questa guerra…».

 

Perchè?

Manfroni: «Si potrebbe dire che la causa può essere nel Governo del militare Lanusse, che però era un socialdemocratico, ma continua anche sotto quello di Peron, un Governo molto vicino ai Montoneros, composto anche da loro affiliati. E poi ricordiamo che proprio i Montoneros avevano da sempre desiderato il ritorno di Peron, quindi una guerra contro un potere da loro stessi auspicato».

 

Anche in Italia c’è stata la piaga del terrorismo, ma, come affermò il Generale Dalla Chiesa – frase peraltro riportata nella prefazione del libro “Nunca mas” di Ernesto Sabato, resoconto del processo contro i colpevoli di quegli anni -, “La democrazia non può perdere i propri principi anche in momenti drammatici per la vita di un Paese”. Qui mi pare non sia successo…

Villaruel: «Mi preme fare una precisazione al riguardo: in Italia il problema legato alle Brigate rosse si risolse con l’uso della polizia, qui viceversa il livello di violenza era tale che rendeva insufficiente l’uso di queste forze e si dovette convocare l’Esercito. Le riporto un dato che abbiamo pubblicato nel libro: in dieci anni ci sono stati 526 assalti a caserme o centrali di polizia, quindi uno alla settimana. Ciò dà la dimensione della violenza che non è nemmeno lontanamente paragonabile alle azioni delle BR in Italia o del gruppo Bader Mainhoff in Germania o dell’Eta in Spagna».

 

Manfroni: «C’erano settori dell’esercito propensi all’uso della legalità, ma, specie nella Marina, si ritenevano questi metodi un’arma a doppio taglio, specialmente mediatica, ricordandosi delle fucilazioni di militanti dell’Eta da parte di Franco e le reazioni a livello mondiale, con l’intervento pure del Papa. “Se fuciliamo tutti quelli che vengono condannati ci viene contro il mondo intero”, questo fu il pensiero che alla fine prevalse, sul quale ovviamente non sono d’accordo perché si doveva procedere in altro modo. È proprio l’uso di metodi illegittimi da parte dell’esercito che ha portato i guerriglieri a ottenere un’immagine tanto distorta rispetto ai fatti, perché se è innegabile condannare i metodi usati dallo Stato, ciò non significa affatto perdonare la violenza e i metodi altrettanto illegittimi e crudeli usati dalla guerriglia. Molti dei capi guerriglieri hanno vissuto in Europa con i soldi dei vari sequestri. E lo hanno fatto da ricchi, mandando invece molti giovani a morire qui in Argentina. Questa gente è premiata anche adesso con incarichi politici rilevanti…».

 

Villaruel: «Aggiungerei che lo Stato attualmente sta discriminando le vittime, premiando e ricordando quelle che furono provocate dai suoi metodi, ma dimenticandosi di coloro che sono state vittime di una crudeltà altrettanto grande da parte dei movimenti terroristici. Le prime sono privilegiate, mentre le altre, la cui memoria abbiamo riscattato nel nostro libro, non godono di alcun diritto».

 

Perché la Giustizia dello Stato lasciò mano libera ai militari nel giudicare i colpevoli?

Villaruel: «Perché quando, in democrazia (1969-1976) i giudici iniziarono a emettere condanne, furono vittima di attentati per cui a un certo punto si rifiutarono di occuparsene, lasciando il compito ai militari. Purtroppo tutto questo tema riguardante gli anni Settanta, che poteva essere risolto legalmente, si concretò con abusi da parte dello Stato, ma anche dopo il ritorno alla democrazia, nel 1983, i diritti umani delle vittime del terrorismo sono stati violati. Diritti di persone innocenti morte in attentati con bombe, azioni militari o sequestri di questi gruppi. In Argentina non si può parlare di diritti umani quando anche oggi lo Stato li sta violando per questioni puramente ideologiche».

 

Indubbiamente la vostra denuncia è coraggiosissima, specie al giorno d’oggi. Ma si può sapere perché sono passati più di 30 anni per far luce su tutto ciò?

Villaruel: «Molti anni di silenzio in primo luogo perché i famigliari delle vittime o i sopravvissuti condividevano il solo dolore per le tragedie occorse: denominatore comune anche per i caduti stranieri e anche italiani, perché pure le autorità del vostro Paese non hanno mai preteso giustizia per i loro connazionali caduti a causa di azioni terroristiche, mentre hanno riconosciuto e appoggiato nelle loro richieste di giustizia ex Montoneros. A partire dal 1983, queste persone hanno deciso di vivere il loro dolore in silenzio, anche a causa del completo disinteresse dello Stato nei loro confronti, operato attraverso l’uso di una dialettica perversa che da vittime li ha quasi trasformati in colpevoli. Attraverso la nostra organizzazione abbiamo dato voce a questi casi dimenticati e reclamato allo Stato argentino la parità di diritti».

 

Manfroni: «Anche perché tuttora è vigente il pensiero secondo il quale occuparsi dei diritti delle vittime del terrorismo significhi in alcun modo approvare l’operato della giunta militare: è totalmente assurdo e fuori da ogni logica, ma questo è il motivo principale per il quale quello da noi descritto rimane un argomento tabù, quasi fosse proibito parlarne per “evitare” di diminuire le responsabilità dei militari. Come si dice in Argentina, i fatti sono sacri, ma la loro interpretazione è libera. Nel libro raccontiamo da una parte la descrizione di 13 casi emblematici che includono persone di diversi ceti sociali e ubicazione geografica. La seconda parte è invece dedicata a una lista di tutti i morti, feriti e sequestrati. Non abbiamo incluso vittime che hanno sofferto la perdita dei propri beni, o sono stati sequestrati ad esempio a bordo di un autobus o un aereo per poco tempo, altrimenti il numero sarebbe arrivato a quello gigantesco di 17.382 persone aggredite direttamente in atti terroristici».

 

E invece voi che problemi avete avuto nell’alzare il coperchio su questa vicenda che è rimasta nascosta per così tanto tempo?

Villaruel: «Attraverso i social network ricevo da anni minacce anche di morte e aggressioni verbali di ogni genere, specie quando organizzo incontri nelle scuole per illustrare questa tematica a ragazzi che non hanno vissuto quegli anni terribili. Ma credo che i problemi che abbiamo dovuto affrontare siano principalmente due: il primo è l’indifferenza ancora grande della società per queste vittime innocenti causata anche dalla battaglia mediatica vinta dal terrorismo in tutti questi anni. Il secondo, direttamente correlato, è l’attitudine marcata dello Stato nel difendere gli ex terroristi e nel riscrivere la storia di quegli anni».

 

Manfroni: «L’indifferenza mi ricorda tanto il sonno generale che coinvolse i cittadini di Macondo nel romanzo “Cent’anni di solitudine” di Garcia Marquez. È incredibile che dopo il gigantesco attacco alla società civile operato dal terrorismo non ci si ricordi quasi nulla: un’amnesia ciclica nella società di questo Paese che gli permette di ripetere gli stessi errori. E non è che i fatti descritti nel libro siano tratti da documenti segreti: abbiamo considerato solo quelli illustrati dai giornali dell’epoca, che sono quindi sempre stati di dominio pubblico e dichiarazioni tratte da libri scritti da ex guerriglieri, quindi materiale ineccepibile. Questo per evitare che il nostro lavoro di ricerca sia motivo di contestazione. Ci incontriamo con persone, specie giovani che non hanno vissuto quegli anni, che anche dopo aver letto i nostri lavori negano la realtà, anteponendo l’interpretazione da favola dell’attuale Governo. Ci sono però anche tantissimi che ci ringraziano per averli edotti su fatti a loro sconosciuti. A dimostrazione che quanto successo nella decade kirchnerista è in definitiva un patto: da un lato il voler giudicare solo una parte della storia di quegli anni, dimenticandosi del resto, in cambio del silenzio della sinistra sull’operato di un Governo che ha messo in atto nelle sue politiche il furto più grande del secolo in Argentina».

 

(Arturo Illia)

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