MESSICO/ I narcos e noi, complici di un Muro che deve ancora cadere

- Paolo Vites

43 studenti messicani sono stati uccisi da poliziotti pagati dai narcos su richiesta della moglie del sindaco di Iguala. E’ il Messico. E l’occidente non è senza colpa. 

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Foto: InfoPhoto

Ogni volta che la vostra rock star preferita, anche gli idoli dei teenager, sale sul palco gonfia di cocaina un ragazzo in Messico viene ucciso. Ogni volta che il vostro attore di commedie o pseudo drammi hollywoodiani recita un ruolo che vi fa sbellicare di risate o piangere di commozione, c’è una donna che viene massacrata in Messico. Non citiamo quanti dirigenti di industrie e aziende, qualcuno famoso per essersi fatto rifare il setto nasale con lamine d’oro per l’uso sproporzionato che ne faceva, quanti politici, quanti avvocati hanno il naso gonfio di polvere bianca. Acquistata chissà dove e da chissà chi, ma intanto uno studente di 18 anni, una giornalista madre di famiglia, un contadino, un’attivista veniva fatto a pezzi già in Messico a ogni sniffata di piacere. È la cocaina, bellezza, la droga dei ricchi come si diceva una volta, oggi a portata un po’ di tutti, quella che fa ricchi, ricchissimi, i cosiddetti narcos. Quelli contro i quali paesi potenti hanno da anni lanciato inutili “war on drugs”, guerre alle droghe.

43 studenti messicani sono stati bruciati vivi e gettati in una discarica, uccisi da poliziotti pagati dai narcos su richiesta della moglie del sindaco di Iguala, la cittadina nello stato di Guerrero che praticamente è in mano ai narcotrafficanti e dove le autorità centrali non possono mettere piede. Gli studenti erano arrivati a Iguala da ogni parte del paese per manifestare contro i legami autorità-trafficanti di droga, ma la moglie del sindaco in quei giorni teneva una festa a cui teneva molto nei suoi possedimenti, così ha chiesto ai narcos di toglierle di torno quei fastidiosi e impudenti ragazzini. Lo hanno fatto, li hanno bruciati vivi e gettati in una discarica. 43 ragazzi. “Le fiamme hanno bruciato tutta la notte e il calore sprigionato era tale che i sicari hanno dovuto aspettare la sera del 27 settembre per rimuovere le ceneri, spezzare i resti delle ossa e versarli in buste nere di plastica per la spazzatura, che hanno poi gettato nel vicino fiume San Juan, dove sono state ritrovate da sommozzatori della polizia. I loro resti sono così miserabili che per scoprire l’identità di ciascuno degli studenti verranno mandati in un laboratorio in Austria, si legge nelle pagine di cronaca in questi giorni. C’è differenza con l’orrore islamico di Isis? Assolutamente no.

Forse, invece delle guerre alla droga, chi di dovere dovrebbe mettere in mano a ogni consumatore di cocaina una foto del cadavere fatto a pezzi di uno di questi ragazzi. Forse vedere il costo reale del suo svago potrebbe farlo smettere. Non ci si pensa mai, quando si parla di droga, di quante vite siano stroncate ogni giorno in quell’inferno che è oggi il Messico: cadaveri di attivisti legati come sacchi e appesi a testa in giù sui cavalcavia delle autostrade, ragazze rapite stuprate e gettate in un bordello, sindaci, politici, poliziotti al soldo dei trafficanti.

È l’orrore. Il Messico è il giardino spazzatura dei divertimenti dell’opulento mondo occidentale, dell’America di Hollywood, di Wall Street dove scorre più cocaina che al mercato, della Milano della moda. Nel Po c’è una quantità tale di cocaina giunta dagli scarichi del capoluogo milanese da rendere le acque bianche di polvere.

Il Messico è la fogna dell’occidente. Per tenere lontana la sua disperazione, i ricchi americani hanno costruito un muro che corre lungo i confini, proprio come quel muro di Berlino di cui nei giorni scorsi si è festeggiato il 25esimo anniversario dell’abbattimento. Questo muro serve per tenere lontani i poveri, i disperati, gli affamati, i perseguitati da quella che una volta si chiamava terra promessa. Ma la promessa ha esaurito la sua terra e non ci sono più posti disponibili. Qualche mese fa otto vescovi americani guidati dal cardinale di Boston, Sean O’Malley, si sono messi pazientemente dietro a quel muro della vergogna e da piccole fessure e sbarre hanno dato la comunione a quei disperati che stavano dall’altra parte. Volevano così ricordare gli oltre 6mila messicani che dal 1998 a oggi sono stati uccisi mentre cercavano di passare il confine. Uccisi e puniti per aver osato sognare una vita migliore, lontano dall’orrore dei narcos e della miseria.

Se il mondo è diventato questo, dove è vietato anche il conforto di una comunione, c’è davvero da chiedersi quanto è alto e quanto è mortale il fallimento di quest’altra parte del muro, quella che i berlinesi dell’est sognavano di raggiungere. Dall’altra parte c’era una morte identica, solo diversa nelle forme. Benvenuti nella terra promessa.

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