DIARIO ARGENTINA/ “Così io e i miei amici fummo perseguitati dal regime”

Testimone diretto di quegli anni e fautore di un’importante iniziativa legale, ANTONIO ANSELMO MARTINO ci racconta gli anni Settanta dell’Argentina: un periodo ancora non superato del tutto

Martino_AntonioAnselmoR439
Antonio Anselmo Martino mentre riceve un riconoscimento

La storia è piena di eroi sconosciuti, persone che hanno compiuto gesti grandissimi spesso con coraggio, ma dei quali si è persa la memoria. Uomini e donne che non fanno nulla per mettersi in mostra in una società che ormai privilegia l’apparenza all’essere. Anche i tragici anni Settanta argentini ne hanno: pensiamo al Console italiano Enrico Calamai, la cui opera nel salvare tante persone da morte sicura come desaparecidos si dovette scontrare anche con l’ottusità, per non scrivere connivenza con il regime, delle autorità diplomatiche italiane, al giornalista Rai Italo Moretti che con tanto coraggio fu il primo a farci conoscere la triste realtà, con rischi personali immensi.

Il Professor Antonio Anselmo Martino, che fin da quegli anni ha ricoperto importanti cariche a livello accademico in Argentina, fu uno dei pochi, per non dire l’unico, che fin dall’epoca precedente il golpe militare (1976), quando le squadre della morte della famigerata “Triple A” del sinistro ex maggiordomo di Peron, il piduista Lopez Rega, facevano sparire oppositori politici, ebbe il coraggio, come avvocato, di richiedere l’”Habeas Corpus”, una misura costituzionale internazionale, mediante l’uso della quale tutte le persone delle quali Antonio si interessò riapparvero e si salvarono. La sua testimonianza, oltre che costituire un onore al suo operato, ci serve per ricostruire ma soprattutto per dare un giudizio sereno, scevro dalle attuali ricostruzioni di quel periodo utili solo a fini politici.

Il suo profondo percorso l’ha portata a vivere gli anni Settanta molto intensamente e non certo da comprimario. Le chiedo che successe realmente in quel periodo storico, perché l’Argentina visse quella dittatura genocida e come mai il Paese entrò in pratica in una guerra civile.

Sono partecipe dell’idea sistemica, e in questa filosofia non esiste una sola causa ma varie. La nostra concezione lineare di causa ed effetto va benissimo per principi legati a materie come la fisica, diversamente nella vita umana ogni effetto produce molte cause e viceversa. La ringrazio per la domanda, anche perché il tema racchiude qualcosa che gli argentini non hanno mai finito di digerire, perché lo affrontiamo in un modo che definirei fantastico, ossia parteggiando per uno dei due contendenti ma senza minimamente capire quanto stava succedendo.

E cosa stava accadendo?

Quello che stava accadendo era di grande importanza, in primo luogo a livello internazionale, poi perché i militari erano stati istruiti in scuole statunitensi e quindi tutta l’America Latina era sotto regimi dittatoriali. Un contesto dove oltretutto il tema comunismo-anticomunismo era importante: assistiamo quindi a una chiusura totale da parte sia del mondo politico che economico argentino nei confronti di questi “pensatori rivoluzionari”, che poi alla fine di rivoluzionario avevano ben poco.

 

Perché?

Erano pensatori che registravano i cambiamenti di un mondo che mutava a gran velocità, così come era accaduto in Europa, dove si posero in marcia i diritti dei lavoratori: qui qualcosa aveva fatto Peron, ma ciò non era sufficiente. Oltretutto l’Argentina da sempre è una nazione dove vige un cinismo esagerato, inoltre cerchiamo di nascondere i problemi per evitare di affrontarli. Per cui io definirei questo periodo come neutro: non mi interessa se ciò accadde perché si appoggiavano i repressori o i repressi. Manca tuttora una visione più equidistante che metta in risalto le molte buone ragioni della protesta, però anche alcune di chi voleva un poco di ordine.

 

Torniamo ai fatti di quegli anni…

Siamo un Paese da sempre dipendente dai suoi grandi leader: quando Peron tornò, lo fece con un personaggio assolutamente sinistro, Lopez Rega, fondatore della tristemente famosa “Triple A” che si incaricò di incanalare tutta la paura, la rabbia e la forza che si doveva operare contro il comunismo, senza però capire nulla di cosa fosse e inglobando in ciò ogni azione di protesta: pensiamo alla famosa “notte delle matite”, dove la protesta di studenti contro l’abolizione delle tariffe studentesche dei biglietti dei mezzi di trasporto incontrò una risposta di una violenza inaudita da parte delle forze dell’ordine (era il 16 settembre del 1976 e alcuni studenti vennero fatti sparire, ndr).

 

Ci racconti un po’ di lei in quel periodo…

Il mio caso rientra nell’ordinaria amministrazione… semplicemente alcuni miei amici erano spariti dai loro domicili, ancora non esisteva la parola desaparecido (stiamo parlando di anni precedenti il golpe militare, ma con la triple A già operante, ndr), ma, insieme ad altri giuristi, si decise di presentare l’”habeas corpus”, un’istituzione legale inglese, riconosciuta internazionalmente e quindi anche nella Costituzione argentina. Ma per farlo occorreva firmare il modulo di richiesta e qui sorse un ostacolo, perché ciò implicava problemi notevoli. Per cui essendo l’unico felicemente divorziato, senza figli e con la possibilità di andare in Italia con una borsa di studio per frequentare un corso tenuto da Norberto Bobbio, che è stato il mio maestro italiano, ero una persona poco attaccabile a livello di affetti famigliari e oltretutto con la possibilità di potermi allontanare dal Paese. Firmai e in poco tempo le persone riapparvero tutte, anche se furono imprigionate nel carcere di Devoto (situato in un quartiere di Buenos Aires).

 

Conseguenze di quella sua coraggiosa manovra?

Dopo poco tempo entrarono in casa mia a perquisire. Io ovviamente avevo una gran quantità di libri di ogni genere, essendo professore di Filosofia del diritto e Scienze politiche, anche di autori mal visti come Marx. Successivamente mi controllarono il telefono, ma facendo in modo che me ne accorgessi. Alla fine mi avvisarono che facevo parte di due liste di persone che dovevano sparire. Ero il numero 42, ma mi dissero che non andavano per ordine. A questo punto il 16 gennaio del 1976 lasciai l’Argentina. Prima di farlo chiesi però per i miei amici la possibilità di lasciare il Paese, fatto contemplato nella Costituzione. Ma la prima cosa che fece il cosiddetto Governo rivoluzionario del 1976 fu di sopprimere le libertà costituzionali. Quindi, senza nessunissimo capo d’imputazione, i miei amici dovettero passare alcuni anni in carcere. Lo ripeto: senza nessuna accusa a loro carico.

 

E il Paese come visse quei momenti?

Quando partii lasciai un’Argentina estremamente divisa, perché queste situazioni estreme portano la gente a prendere posizioni nette, molte volte senza disporre di una corretta informazione. E con molta paura: si viveva un’epoca dove nelle strade apparivano le auto Ford modello Falcon senza targa con occupanti armatissimi, mostrando il tutto in maniera ben visibile. E così iniziò a forgiarsi il pensiero che se avevano preso delle persone è perché qualcosa avevano fatto, come nel famoso racconto di Brecht. Ma nessuno, per quanto senza colpe, aveva la garanzia di rimanere libero. E una situazione del genere costituiva un alibi anche per vendette personali e per manovre collegate con interessi di imprese varie. Molti morirono sotto tortura o nei cosiddetti voli della morte. Questo panorama assurdo non ha mai portato a una riflessione vera sulle cause di tutto ciò: e questo è un dato che ancora ci portiamo dentro.

 

Però, situazione internazionale a parte, il fatto è che la reazione militare genocida, totalmente ingiustificata, venne provocata anche dall’azione di gruppi terroristici che da molti anni avevano iniziato una guerra contro le istituzioni, terrorizzando il Paese. Al giorno d’oggi ampi settori governativi la definiscono come una guerra “buona” contro quella “cattiva” dei militari: ma qui mi pare si debba parlare solo di guerra, senza distinzioni….

Fa bene a chiarire questo concetto, perché risulta difficile riconoscere buoni e cattivi in una situazione del genere. Credo che entrambe le fazioni avessero poche cose buone e moltissime deprecabili. Il piano di Che Guevara di portare la rivoluzione dalla Bolivia all’Argentina mostra una ignoranza totale della realtà del Paese che avevano i gruppi rivoluzionari: che si rendevano conto benissimo di non avere i mezzi per farla. E allora che cosa fecero? Il terrorismo, arma però piena di trappole anche per chi lo fa. E questo mi porta alla conclusione di una guerra civile dove nessuno aveva dei buoni motivi per farla, però la fecero…

 

E cosa pensa delle leggi chiamate “Punto final” e “Obedencia debida”, che al ritorno della democrazia sollevarono momentaneamente i colpevoli dalle loro responsabilità?

All’epoca io, come referente e collaboratore del Governo Alfonsin, non ero d’accordo. Però mi dissero di essere obbligati ad attuare la prima (la seconda fu opera del Governo Menem, ndr) perché i poteri militari erano ancora fortissimi e rischiavano di sollevarsi. Ma il risultato fu che il Paese non poté cancellare le sue contraddizioni e le aberrazioni attuate sia da una parte che dall’altra. Ma soprattutto non c’è mai stato un dibattito politico profondo da chi da una parte voleva l’ordine, che attuava con la repressione, e dall’altra da chi voleva una rivoluzione attraverso il terrorismo. Nessuno l’ha mai spiegato.

 

Lei rimase in Italia fino alla fine del regime?

No, nel 1977 sono tornato. Lo so, può sembrare una pazzia. Pensi che il livello di repressione era arrivato al punto tale che io ero l’unico ad avere la barba a Buenos Aires. Il fatto era proibito perché, secondo i militari, ciò costituiva un elemento sovversivo… non quello che è, cioè una scelta individuale. Non capivo perché tanta gente amica, seppur bonariamente, me lo faceva notare, ma quando arrivai, come a tutti, il passaporto scadeva automaticamente e per rinnovarlo dovevo porre una foto senza barba: così dovetti tagliarmela, con enorme disappunto. Avvertivo frustrazione per la pressione di un potere che arrivava anche in faccende tanto private come questa. Fin da giovane portavo la barba e la cosa ovviamente non aveva nessuna connotazione politica.

 

Arriviamo al fatidico 2001 quando, dopo la crisi, venne eletto Presidente Nestor Kirchner: vengono aboliti i decreti che assolsero i militari e la manovra culmina con la sottrazione del quadro raffigurante Videla dalla galleria del Collegio Militare. C’è da notare però che i Kichner si arricchirono nella Provincia di Santa Cruz con lo sfruttamento di un decreto militare e che, seppur in democrazia, Nestor, da Governatore, proibì e represse manifestazioni delle organizzazioni per i diritti umani: piuttosto curioso che una volta Presidente chiami parte dei movimenti nel suo Governo… e si definisca Montonero.

A me non risulta che appartenesse ai Montoneros. Quello che le posso dire è che il padre di Kirchner operava finanziariamente prestando soldi e che la famiglia si arricchì moltissimo durante la dittatura. Ma quello che è certo è che a partire dalla sua Presidenza lo Stato eccede negli abusi e nel ladrocinio e allo stesso tempo rivendica una politica rivoluzionaria al punto tale che la maggior parte dei militari, anche se non hanno avuto nulla a che fare con la dittatura, continuano a essere indagati anche oggi. È una situazione curiosa per un Paese che occupa il 189° posto nella classifica di Trasparency International, quindi uno dei più corrotti, e dall’altra parte ha un Governo che vuole rivendicare il fatto che una parte del terrorismo fece cose importanti per il Paese: veramente incomprensibile.

 

Il peronismo si impose negli anni Quaranta con un appoggio popolare, caso quasi unico nel mondo che un militare venga posto al potere dalla gente. Però sono passati più di 70 anni: come’è possibile che il movimento peronista continui ad avere una così grande influenza nella politica argentina?

Le rispondo con un aneddoto su Peron: una volta gli chiesero informazioni sui partiti politici in Argentina. Al che rispose: “Ci sono i socialisti, i radicali, i democratico-cristiani…”. Il giornalista domandò: “E i peronisti?”. “Tutti siamo peronisti in Argentina”, rispose lui. Questa dichiarazione, quasi scherzosa, è indicatrice del perdurare di un movimento che aveva la sua ragione di essere negli anni Quaranta ma non ha nulla a che vedere con il mondo di oggi.

 

Ma è anche vero che il peronismo ha lasciato ben pochi spazi ad altre forze per governare. Come mai in Argentina risulta arduo vivere una democrazia dove si instauri un dialogo tra le parti?

In primo luogo perché non possediamo una cultura politica democratica, bensì dittatoriale. Poi perché specialmente le classi meno abbienti pensano che senza il peronismo non vengano considerate, quando ad esempio negli anni Novanta il Governo peronista di Carlos Menem toccò vertici di neoliberalismo sfrenato sorprendenti per la stessa scuola di Chicago. Abbiamo quindi vissuto tra questo e rivendicazioni rivoluzionarie risalenti agli anni Settanta: in pratica fuori dal mondo. Inoltre, siamo un Paese che vive in una contraddizione permanente e senza un progetto concreto di sviluppo a medio o lungo termine. In pratica si vive alla giornata…

 

Quindi il futuro è quanto mai incerto…

Sì, bisogna creare condizioni per pensare seriamente al futuro, specie considerando che l’Argentina ha avuto fin dal 1860 un grande livello di istruzione scolastica, addirittura straordinario sia nella scuola secondaria che nelle università. Ma quando definiamo la politica, lo ripeto, ci scontriamo con latrocinio, corruzione, mancanza di progetti che hanno vanificato o annullano ogni velleità di progresso. I partiti non incentrano le loro politiche su progetti ma discutono solamente di persone. Quindi possiamo dire che la democrazia si tentò di fare col Governo di Alfonsin, ma è acqua passata. Non stiamo cercando idee, bensì un “caudillo” che ci porti da qualche parte e che sia peronista, se vuole completare il suo mandato. Ma la crisi dei partiti, la loro mancanza di idee, è ormai mondiale e stiamo andando verso una forma che definirei di “democrazia liquida”, in parte eletta con consultazioni popolari via pc. Un po’ quello che fa in Italia il Movimento 5 stelle, con la sola differenza che li il potere nella pratica ce l’ha uno solo.

 

Insomma, alla fine secondo lei l’Argentina continuerà a essere un sogno eterno?

Mi piacerebbe risponderle di no, ma non lo credo. Almeno fino a quando non impareremo a maturare.

 

(Arturo Illia)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori