MARO’/ Curti Gialdino: dall’Onu un grave comportamento “pilatesco”

- int. Carlo Curti Gialdino

“È meglio che la questione venga affrontata bilateralmente piuttosto che con il coinvolgimento delle Nazioni Unite”: questa la dichiarazione di Ban Ki-moon. CARLO CURTI GIALDINO

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Ban Ki-moon

“È meglio che la questione venga affrontata bilateralmente piuttosto che con il coinvolgimento delle Nazioni Unite”: ovvero, risolvetevela da soli, tra Italia e India. Le parole del portavoce del Segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon sono una doccia gelata sulle aspettative dell’Italia di coinvolgere l’Onu nel negoziato con l’India per riportare a casa i Marò Salvatore Girone e Massimiliano Latorre. Ilsussidiario.net ne ha parlato con Carlo Curti Gialdino, docente di diritto internazionale nell’Università di Roma “Sapienza”.

Professore, l’Italia ha ricevuto un niet da Ban Ki-moon, come la mettiamo?
Il fatto è che Governo italiano si è attivato in modo serio per ottenere il sostegno della comunità internazionale con grave ritardo. La questione marò è stata infatti evocata sia negli incontri bilaterali sia in varie sedi multilaterali (Unione Europea, Nazioni Unite, Nato, ecc.). Era un’azione da intraprendere immediatamente a ridosso dei fatti. Stupisce che sia stata sottovalutata l’importanza della solidarietà internazionale!

E per quanto riguarda l’Unione europea? Lei non rileva un comportamento a dir poco contraddittorio nella posizione dell’Ue?
Rimangiandosi la posizione espressa all’inizio della vicenda rispetto ad analogo passo del Governo Monti, l’Alta rappresentante lady Ashton ha finalmente compreso che l’imputazione per reati di terrorismo dei due marò configura l’Italia, Stato membro fondatore dell’Ue, alla stregua di Stato terrorista.

Meglio tardi che mai, dunque.
Questa posizione, unita a quella, molto più incisiva, espressa a nome della Commissione europea dal presidente Barroso, implica oggettivamente che l’Unione ed i suoi Stati membri ritengono la pretesa indiana di incriminare del reato di terrorismo i due marò assolutamente illegittima ed al limite dello sstravagante, e che sono pronti a reazione sul terreno delle misure di politica commerciale.

Torniamo alla posizione di Ban Ki-moon. L’Italia ha fatto realmente le cose come doveva?
Dalle comunicazioni rese dal ministro degli Esteri in Parlamento, si apprende che il Governo ha interessato della questione l’Alto Commissario dell’Onu per i diritti umani. È probabile che si sia messo l’accento sul ritardo indiano nella formulazione dell’imputazione e sulla restrizione della libertà personale dei due militari, che non possono lasciare l’India e sono sottoposti ad un regime di sostanziali arresti domiciliari nella foresteria dell’Ambasciata d’Italia a New Delhi…

Ma…?
Tuttavia l’Alto Commissario, che pure opera sotto la direzione del Segretario generale delle Nazioni Unite, svolge sostanzialmente una funzione promozionale dei diritti umani e non ha compiti di indagine o di rapporti circa fattispecie puntuali asseritativamente violative dei principali strumenti di diritto internazionale in materia di protezione dei diritti fondamentali.

All’Italia che carte rimangono da giocare?

In sede Onu l’Italia potrebbe far valere che la condotta dell’India si pone in chiara violazione dell’art. 9, par. 2 e 3 del Patto internazionale sui diritti civili e politici del 1966, del quali sono parti sia l’Italia che l’India. Secondo il par. 2 dell’art. 9 “chiunque sia arrestato deve essere informato, al momento del suo arresto, dei motivi dell’arresto medesimo e deve al più presto essere informato di qualsiasi accusa mossa contro di lui”.

Dunque l’India è inadempiente.
Ai sensi del par. 3 dell’art. 9 − cito − “chiunque sia arrestato o detenuto in base ad un’accusa di carattere penale dev’essere tradotto al più presto davanti ad un giudice o ad altra autorità competente per legge ad esercitare funzioni giudiziarie e ha diritto ad essere giudicato entro un termine ragionevole o rilasciato. La detenzione di persone in attesa di giudizio non deve costituire la regola, ma il loro rilascio può essere subordinato a garanzie che assicurino la comparizione dell’interessato al giudizio, ad ogni altra fase del processo, ed eventualmente ai fine dell’esecuzione della sentenza”.

Qual è allora il suo rilievo?
A mio avviso queste disposizioni avrebbero dovuto essere invocate più di un anno fa, subito dopo la pronuncia della sentenza della Corte suprema indiana del 18 gennaio 2013, a sostegno della richiesta di far rientrare i due marò in Italia nelle more della costituzione del tribunale ad hoc e della nuova indagine di polizia giudiziaria. Eventuali interrogatori avrebbero potuto essere realizzati in videoconferenza, come si è fatto per gli altri fucilieri di marina presenti sulla Angelica Lexie al momento dei fatti.

Il Patto internazionale sui diritti civili e politici del 1966 che lei ha citato non prevede anche un meccanismo di controllo?
Sì, un meccanismo che si impernia sulle “comunicazioni” interstatali al Comitato per i diritti dell’uomo nel caso che uno Stato parte lamenti la violazione di disposizioni del Patto da parte di un altro Stato. Si tratta di un procedimento non breve che peraltro, a quanto è dato sapere, non risulta essere mai stato utilizzato.

E potremmo comunque utilizzare questo meccanismo?
No, dato che non mi risulta che l’India (come fece l’Italia nel 1978) abbia accettato con un’esplicita dichiarazione la competenza del Comitato a ricevere e ad esaminare comunicazioni interstatali Ciò detto la denuncia in sede internazionale della violazione da parte dell’India di una disposizione non secondaria del Patto sui diritti civili e politici indubbiamente avrebbe rafforzato la nostra posizione negoziale e, comunque, sarebbe stata suscettibile di coagulare una più forte  solidarietà internazionale nei nostri confronti. 

Le pare giusto che l’Onu possa lavarsene le mani in questo modo?

Le dichiarazioni del portavoce del Segretario generale (circa l’assenza di competenza del Segretario generale al riguardo, ndr) paiono per un verso esageratamente formalistiche: non vi è dubbio che tra l’Italia e l’India sia in atto una controversia internazionale, e che il processo in India non si svolga nei confronti di cittadini italiani incolpati di aver commesso condotte penalmente rilevanti nell’esercizio di attività private. Per altro verso, dimenticano il ruolo già svolto dai Segretari generali delle Nazioni Unite − e dallo stesso Ban Ki-Moon − nei procedimenti diplomatici di soluzione delle controversie fra Stati: buoni uffici, mediazione, e altro.

Come si metterà, secondo lei? Cosa ci resta da fare?
A questo punto c’è da confidare che la Corte Suprema indiana, auspicabilmente già dopo l’udienza di lunedì prossimo − perché un ulteriore rinvio mi parrebbe difficilmente tollerabile − prenda finalmente posizione circa la petizione italiana e, nelle more del giudizio di fronte al tribunale ad hoc, consenta il rientro in Italia dei due marò. L’Italia, che in fondo per ben due volte (anche se la seconda volta con qualche contorcimento) ha riportato i fucilieri in India, adempiendo agli impegni presi, potrà fornire all’India tutte le assicurazioni del caso, ai fini dell’esecuzione dell’eventuale pena. Quest’ultima, in ogni caso, potrebbe essere scontata in Italia in forza dell’accordo italo-indiano sul trasferimento delle persone condannate del 10 agosto 2012.



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