DIARIO ARGENTINA/ I “misteri” di un Paese che l’Europa ha dimenticato

- int. Mario Markic

Giornalista, conduttore televisivo e scrittore, MARIO MARKIC è autore di un libro intitolato Misteriosa Argentina, in cui parla del Paese sudamericano e dei suoi abitanti

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Mario Markic

È senz’altro il più profondo conoscitore dell’Argentina vivente, ma la cosa che più colpisce guardando i suoi documentari o leggendo i suoi testi risiede nel fatto che nelle vene di Mario Markic scorre il sangue dei viaggiatori del Grand Tour di ottocentesca memoria, nelle cui lettere trasparivano sensibilità e sentimento tali per i luoghi visitati da rendere quasi superflua l’immagine, già che nella fantasia del lettore, captando le loro sensazioni, si ricreavano le vedute che gli scrittori commentavano. Parafrasando il titolo di un libro del filosofo argentino Victor Massuh, Markic vive l’Argentina come un sentimento e quindi nelle sue riflessioni, come nei dialoghi con gli abitanti delle zone visitate, i luoghi acquistano una dimensione di bellezza che rende perfettamente l’immensità della natura e il loro spirito. Ma non solo, quando Markic veste i panni del cronista di attualità, come in un suo memorabile servizio intitolato “Siamo soli”, dedicato a quanti hanno sofferto, principalmente a Buenos Aires, la mancanza di luce e acqua che purtroppo continua a perpetrarsi, anche se in misura minore, ed è un segnale forte del menefreghismo di una classe politica al potere da dieci anni, si avverte il “cuore” con cui questi lavori vengono creati.

Nato a Rio Gallegos, Regione di Santa Cruz, Patagonia argentina, nel 1953, frequenta la scuola di giornalismo, si trasferisce a Buenos Aires e dopo varie esperienze tra cui una di inviato nella zona di operazioni durante il conflitto Falkland/Malvinas del 1982, approda a Canal 13, uno dei più importanti canali televisivi argentini, come inviato speciale e successivamente, nel 1996, a Todo Noticias, nato da poco. Qui un giorno il direttore gli propone di effettuare un servizio descrivendo luoghi interessanti del Paese, ma che non riguardassero località turistiche alla moda sulla costa atlantica, dove gli argentini stavano trascorrendo le vacanze. È così che nasce la trasmissione “En el camino”, che si diventa un cult per le ragioni già elencate in precedenza. Il programma riceve numerosi premi nazionali, ma nello stesso tempo Markic inizia a scrivere libri dove le sue riflessioni e le esperienze vissute nei viaggi si trasferiscono sulla carta. E dopo un testo dedicato alla sua Patagonia natale è uscita la sua ultima fatica letteraria, intitolata “Argentina Misteriosa” edita da El Ateneo. Ma i misteri dell’Argentina appartengono alle sue terre sconfinate dove si avvertono la bellezza e la grandezza della natura o sono legati anche alla sua gente? Lo chiediamo direttamente all’autore, incontrato in uno storico caffè di Buenos Aires.

«Beh, entrambe le cose… l’editore mi ha chiesto di scrivere un libro, ma man mano che proseguivo nel lavoro mi rendevo conto, basandomi sulla mia esperienza di viaggio, che molte esperienze che avevo vissuto e che erano strettamente legate ai luoghi o alla gente che visitavo, potevano apparire come misteriose».

Per esempio?

In certi Hotel di Cordoba si tenevano in passato feste naziste, perché quelle zone erano abitate da reduci o simpatizzanti del nazismo. Addirittura la proprietaria di uno era stata tra i principali finanziatori di Hitler, tanto che il dittatore la invitava alle manifestazioni e le riservava sempre un posto vicino a lui, come si può benissimo vedere nei documentari di Leni Riefenstahl. Oppure ti ritrovi con zone della Puna, gli altipiani ai confini con la Bolivia, dove sopravvivono rituali incaici, quali la tradizione di lasciar crescere i capelli ai bambini fino all’età di sette anni e poi di procedere al taglio, occasione che si trasforma in una festa popolare e così un posto dove vivono una decina di persone nell’occasione raccoglie abitanti delle zone vicine. Aree dove si svolgono anche corride di tori in occasione di feste patronali.

Come in Spagna?

L’animale non viene ucciso, ma sulla testa gli si pone una specie di rosario e lo scopo degli improvvisati toreri è quello di riuscire a togliere questa corona all’animale. Se lo scopo viene raggiunto arriveranno tempi buoni e per questo si recitano preghiere di ringraziamento. La Patagonia è poi una terra piena di misteri, come quello di un centro situato su di una isola del lago davanti alla città di Bariloche, costruzione ora quasi completamente distrutta perché usata come poligono di tiro, in cui si stava sviluppando la costruzione della bomba atomica da parte di un gruppo di scienziati capitanati dall’austriaco Richter per ordine di Peron nel 1951… poi i militari, come ripeto, lo distrussero, ma la costruzione aveva un altissimo valore storico, perché erano anni nei quali l’Argentina era una nazione considerata con molto rispetto e anche parecchia invidia.

 

Perché?

Era un Paese ricchissimo non solo di risorse naturali ma anche economicamente e quindi si poteva permettere di ingaggiare scienziati tedeschi in grado di sviluppare progetti di aerei e la ricerca nucleare, cosa fino a quel momento monopolio degli Stati Uniti. Ma nel sud sopravvivono anche misteri legati alle tradizioni delle popolazioni indigene, delle caverne preistoriche, sulla possibilità che esistano razze animali che si credono estinte. Queste terre desolate sono state anche il teatro di situazioni legate alla pazzia, come quelle di due personaggi davvero originali: il primo di un francese che si era autonominato Re della Patagonia. E con l’appoggio degli indigeni, ai quali la somministrazione di alcool favoriva qualsiasi riconoscimento, riuscì a fondare un regno nel 1860, con l’involontaria complicità di autorità che non esercitavano nessun tipo di controllo in quelle terre dimenticate. Anni fa mi recai dalle parti di Bordeaux, dove c’è la sua tomba e dove si dice che i suoi discendenti accampino tuttora pretese di legittimità su questi territori.

 

Ci sono stati altri personaggi particolari?

Un altro fu un rumeno, Julius Popper, che, installatosi nella Terra del Fuoco, sempre nel 1860, con lo scopo della ricerca dell’oro, che abbondava in quelle terre, organizzò un esercito che dapprima sterminò gli indigeni di quella zona, poi si dedicò a farlo con chiunque ci mettesse piede. Giunse a stampare francobolli e monete che da una parte ne ritraevano il profilo, mentre dall’altra portavano inciso un simbolo costituito da un sole con le iniziali del suo cognome e da un martello. Poi ci sono alcune cose legate alla mentalità argentina che si sono trasformate in opere d’arte, come quelle realizzate da un architetto di origini italiane, Francisco Salamone, delle cui opere fantastiche in stile razionalista è disseminata la Pampa della Provincia di Buenos Aires. Anche queste misteriose.

 

In che senso?

In un paese ha costruito un cimitero la cui entrata è preceduta da quella che appare come una moneta gigantesca in cemento armato, prima costruzione in cui si utilizzò questo materiale in Argentina, visibile anche a 20 chilometri di distanza. Ma da vicino si nota che al suo interno c’è una immagine del Cristo sofferente e una croce e che quella che si credeva una moneta mi è stato spiegato rappresenti in realtà la ruota della roulette, una cosa che fa parte della vita dell’architetto visto che sua moglie appassionata del gioco d’azzardo dilapidò quasi per intero la fortuna accumulata dal marito al Casinò di Mar del Plata. Nel nord e nel nord-est dell’Argentina i misteri sono invece legati alla presenza delle antiche comunità gesuitiche e alle credenze delle tribù indigene, che attribuiscono poteri magici ad alcune razze di uccelli presenti nella selva. Alla fine credo che aver deciso di intitolare il mio libro”Misteriosa Argentina” sia stato quanto mai azzeccato.

 

Leggendo le cronache che sono apparse su giornali italiani degli anni Trenta, ancora si parlava di un’Argentina divisa in due, “Tierra afuera” e “Tierra adentro”, ovvero Buenos Aires e il resto della nazione. Questa distonia è ancora esistente al giorno d’oggi?

Sì, questa diatriba prosegue. Ed è un fatto che risiede nella ipocrisia degli argentini ed è anche dovuto al sistema presidenzialista. Perché l’interno dell’Argentina, la “Tierra adentro”, ha sempre visto Buenos Aires come un porto. Gli inglesi, non potendo conquistare il Paese con le armi, lo fecero con l’economia: costruirono il sistema ferroviario come mezzo per esportare le ricchezze del Paese e quindi fecero capo proprio a Buenos Aires.

 

L’Argentina è stata poi una grande meta di flussi migratori…

Senz’altro fu un fatto positivo, perché significava incamerare gente di diversa provenienza e la diversità è sempre un bene. Però molti arrivarono qui con la promessa di poter acquisire terre, cosa che non avvenne perché quando essi giunsero nelle province scoprirono che le terre se le erano divise i militari e le persone che avevano il potere in quei luoghi. Quindi, gli stessi intermediari che avevano fatto arrivare questa povera gente li fece tornare indietro e moltissimi di loro si stabilirono forzatamente a Buenos Aires, dove cominciarono a sorgere i “conventillos”, veri e propri condomini multietnici e non, che alla fine popolarono la città, che crebbe a dismisura, trasformandosi. C’è un grande scrittore argentino degli anni ‘30, Ezequiel Martinez Estrada, che scrisse un saggio sull’argomento, intitolandolo “La cabeza de Goliath” (“La testa di Golia”), immaginando l’Argentina come un gigante la cui testa è costituita dal porto, cioè Buenos Aires. Un gigante fragile e invertebrato, però con una testa molto grande, assimilabile a un polipo i cui tentacoli si estendono sul resto. Attualmente i deputati e i senatori sono totalmente dipendenti dal Presidente con i suoi ampi poteri, quindi non rappresentano più le province da cui gli stessi provengono: di fatto avallano le decisioni presidenziali, anche quando sono contrarie ai loro interessi.

 

In pratica il federalismo non esiste…

Diciamo che la democrazia in Argentina è debole e puramente formale, quindi non esiste. Perché spesso i Governatori delle province devono forzatamente assecondare le decisioni presidenziali altrimenti non ricevono fondi. E il bello è che spesso i Presidenti sono stati a loro volta Governatori. Sento gente lamentarsi dell’arretratezza in cui versano alcune regioni e di come esse siano sottomesse a Buenos Aires. E allora gli rispondo: “Ma se il tuo Governatore o i tuoi deputati avallano le decisioni del Presidente sarà sempre così!”.

 

Borges diceva che il sangue degli argentini è un cocktail, alludendo alle mescolanza etnica. Ma come può un popolo di così interessante formazione, visto che la diversità è di per sé un fatto positivo, guardare sempre indietro, riferirsi alla storia invece che progettare il suo futuro?

Beh, se Borges, persona di somma intelligenza, non ha trovato la risposta… Io posso dire che all’epoca in cui frequentavo la scuola di giornalismo avevo un professore di sociologia, un personaggio che alla grande formazione culturale aggiungeva quella del contatto quotidiano con la gente incontrata per strada, nei quartieri, autore tra l’altro di testi di sociologia centrata sull’Argentina, che affermava, rifacendosi ai tempi passati dell’emigrazione di massa, che gli emigranti arrivavano nel porto di Buenos Aires ma con la testa rivolta al mare, verso i luoghi da dove provenivano, con poco affetto per il posto dove arrivavano ma con grande nostalgia per le terre lasciate, con la speranza mai sopita di poterci tornare. Cosa che ha costituito per loro una convinzione talmente radicata da non potersi mai assimilare al Paese che li aveva accolti. Fatto che è rimasto a lungo marcato con il fuoco. Da questa filosofia deriva il tango, espressione della malinconia, nato proprio nei “conventillos” formati dagli emigranti.

 

(Arturo Illia)

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