UCRAINA/ Dalla Puglia a Sebastopoli passando per i lager di Stalin

- Robi Ronza

La crisi ucraina ha fatto riscoprire l’esistenza degli italiani di Crimea, una comunità che dovette subire la persecuzione di Togliatti su ordine di Stalin. ROBI RONZA

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Manifestazione in Ucraina (Infophoto)

La crisi ucraina ha fra l’altro fatto riscoprire l’esistenza degli italiani di Crimea, forse la meno conosciuta e ricordata tra le comunità di nostri connazionali nate nel mondo a seguito dell’emigrazione italiana del secolo XIX. Formatasi a Kerc, non lontano da Feodosia (che col nome di Caffa fu colonia della Repubblica di Genova da circa la metà del 1200 al 1475), la comunità degli italiani di Crimea nasce tuttavia molto più tardi, nel secolo XIX. Siamo negli anni tra il 1830 e il 1870 quando dalle autorità zariste del tempo viene favorita un’immigrazione dalle Puglie di famiglie da un lato di viticultori e dall’altro di gente di mare. 

Si forma in quei decenni una comunità di circa duemila persone, per lo più pugliesi provenienti da Bisceglie, Molfetta, Trani e Bari. Una chiesa cattolica di rito latino viene da loro costruita e inaugurata nel 1840. A partire dagli anni 20 del secolo seguente gli italiani di Crimea, allora forse tremila, come tutti gli altri abitanti della Russia divenuta Unione Sovietica devono fare i conti con Lenin e poi con Stalin. 

In Crimea viene anche istituito un kolkoz (fattoria collettiva) a loro riservato mentre da Mosca Palmiro Togliatti manda sul posto a controllarli dirigenti comunisti italiani di sua fiducia. Tra questi suo cognato Paolo Robotti, uno dei cui compiti è quello di far arrestare e deportare gli italiani nati o rifugiatisi nell’Unione Sovietica che non sono graditi al regime. Ne finiranno nei gulag circa 800. Sugli italiani di Crimea si abbatte poi un’ulteriore e più totale tragedia, iniziata il 29-30 gennaio 1942: temendo che possano fare causa comune con le forze di invasione inviate in Russia da Mussolini, alleato di Hitler, Stalin ordina di deportarli in massa nel Kazakhstan.

Circa metà di loro, per lo più vecchi e bambini, morì durante il viaggio che avveniva – con il preavviso di due ore al massimo e il permesso di portare con sé solo pochi effetti personali – su carri merci non riscaldati e che durava anche settimane. Giunti in Kazakhstan nel pieno dell’inverno, dove nulla era stato predisposto per alloggiarli, molti altri morirono di stenti. 

Non furono la sola minoranza nazionale dell’Urss a subire tale sorte. Lo stesso accadde innanzitutto agli oltre tre milioni di tedeschi del Volga, ai tatari della Crimea, ai ceceni, ecc. Quando però, morto Stalin, l’odissea di queste minoranze venne riconosciuta e venne loro accordato il diritto al ritorno nelle terre d’origine, gli italiani di Crimea, forse perché erano la comunità meno numerosa tra quelle che erano state deportate, non riuscirono ad ottenere il riconoscimento ufficiale delle loro vicissitudini. 

Comunque nel 1992 (dunque ancora ai tempi dell’Unione Sovietica) venne creata a Kerc un’Associazione degli Italiani di Crimea, che esiste tuttora e che sembra abbia oltre 300 soci. 

Nel giugno 2007 a San Pieroburgo, nel campo di fucilazione di Levashovo, ora divenuto luogo memoriale delle vittime di Stalin, venne finalmente posto anche un monumento alle vittime italiane di Stalin. Sul monumentale cippo sono citati appunto anche gli italiani di Crimea. Alla cerimonia di inaugurazione erano presenti fra l’altro, a nome del governo italiano dell’epoca, Piero Fassino, e a nome della Regione Lombardia chi scrive. In quel medesimo anno venne pubblicato un utilissimo e commovente libro dal titolo La tragedia sconosciuta degli italiani di Crimea. Gli autori sono Giulia Giacchetti Boico, attuale presidente della Associazione degli Italiani di Crimea, e Giulio Vignoli, docente dell’università di Genova. Scritto in tre lingue, italiano, russo e ucraino, il volume fa per la prima volta un quadro esauriente della drammatica vicenda. Purtroppo è difficile reperirlo poiché si tratta di un’edizione a cura degli autori medesimi pagata grazie a una sottoscrizione perché, ha scritto Giulio Vignoli “né l’università di Genova, né alcune banche, né altre istituzioni hanno ritenuto di sovvenzionare il libro”. Sul medesimo argomento Vignoli ha pubblicato un altro volume nel 2012.

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