DIARIO SUD SUDAN/ La cooperante: gli sfollati e quella “vita” nel compound

- Anna Sambo

Dopo le atrocità avvenute in tutto il Sud Sudan, migliaia di persone hanno cercato rifugio nei due compound nella capitale Juba. Il racconto di ANNA SAMBO, cooperante AVSI 

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Sfollati a Juba

La macchina non funziona. Caldo torrido. Juba. Mattina. Io e Paola partiamo, con due boda (i mototaxi). Destinazione l’ufficio della FAO (Food and Agriculture Organization of the United Nations), vicino al Jebel Kujur, la montagna di Juba. E’ quasi dentro la città, ma ci vuole mezz’ora di moto per arrivarci.

La strada asfaltata diventa sterrata. Le postazioni dei militari lungo la strada aumentano via via che ci avviciniamo alla montagna. Quella montagna è stata uno dei luoghi che mi hanno fatto sentire bene la prima volta che sono stata a Juba. Ci siamo andati a camminare e ad arrampicare lungo una via aperta da Gabriele e Andrea, primi amici qui. L’aria era fresca. La città sotto di noi.

Alle pendici della montagna, uno dei campi della UNMISS (United Nations Mission in the Republic of South Sudan) a Juba. E’ più grande della città, quel compound, mi dice Paola quando rientriamo dalla nostra missione fuori città. Il caldo lì sembra più torrido. Il ritorno sotto il sole di mezzogiorno ci lascia senza fiato e senza parole.

Tra l’andata e il ritorno, una riunione con la FAO e un’attesa al cancello, prima di entrare, dove c’è un continuo via vai di civili misti a caschi blu e guardie della sicurezza del compound. Ogni persona che entra – donne, bambini – viene perquisita. Probabilmente più volte al giorno. Gente che vedi nei villaggi, li immagini accampati dentro il campo delle UNMISS, ad aspettare.

Fuori sta nascendo una piccola economia di venditori di acqua, bibite, chapati, sigarette. I bambini si avvicinano, ma non chiedono nulla. Quanto rimarranno qui? Da dove arrivano? Chi sono? Non se ne andranno più, mi dice Paola.

Si può entrare nel campo? Chiedo alla persona della FAO che incontriamo. Sì, ma non si capisce cosa succeda là dentro. Hanno preso a sassate uno dei miei, l’altro giorno, ci racconta Massimo. E a me tornano in mente le lapidazioni.

Un passato di violenza sempre più presente. Regole arcaiche per regolare i conti. Il tempo passa. Si lascia che passi, sperando in qualche cambiamento che nessuno sta portando. E’ un pensiero lontano, sia per loro che per noi. Un’epidemia di morbillo ha fatto una strage, in un altro campo per sfollati. Si muovono, da dentro a fuori, da fuori a dentro il compound alle pendici della montagna, lungo un filo spinato che porta al loro accampamento. Quella sta diventando casa loro, perché fuori non li aspetta nulla di meglio.

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