UCRAINA/ Filonenko e Sigov: vi raccontiamo la “vittoria” di questa rivoluzione

ALEKSEJ SIGOV e ALEKSANDR FILONENKO, due amici ucraini che hanno vissuto in diretta i tre mesi del Majdan, spiegano che cosa è realmente accaduto in quella rivoluzione

03.03.2014 - La Redazione
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Vladimir Putin ha invaso la Crimea. La Russia non riconosce il governo provvisorio insediatosi dopo la fuga di Yanukovitch e ora minaccia direttamente l’Ucraina. Kiev ha mobilitato i riservisti, la tensione sta ancora crescendo e gli eventi risultano ancora del tutto imprevedibili. Mai come in questo caso, tuttavia, per capire quanto sta accadendo occorre tornare indietro, a quella rivoluzione del Majdan iniziata lo scorso novembre.

Le rivoluzioni sono sempre una cosa tremenda, è nella loro natura togliere i freni e lasciar libero corso alla forza. E quando si scatenano, la violenza diventa incontrollabile, a meno di non usare una violenza ancora maggiore, come insegna Lenin. In Ucraina è successa una rivoluzione, senza dubbio, di cui si contano con dolore i morti: 77 tra i dimostranti, 11 tra le forze dell’ordine; oltre a centinaia di feriti. Eppure della fenomenologia rivoluzionaria qui mancano alcuni elementi essenziali, come l’ira distruttiva della folla, le brutalità individuali, i vandalismi e i saccheggi, il linciaggio dei prigionieri, le ritorsioni, la cattura di ostaggi, e anche, alla fine, il trionfo sul nemico abbattuto, come abbiamo visto fare infinite volte, dalla rivoluzione cubana a quella in Libia. 

A Kiev, piuttosto, sono emerse continuamente, accanto ai manganelli, agli spari, ai lanci di sampietrini e di bombe molotov, un insolito autocontrollo, misericordia, assenza di odio cieco, un’incredibile civiltà che di momento in momento induceva qualcuno a interporsi tra gli schieramenti per tamponare la violenza. Per darci ragione di questa significativa anomalia abbiamo intervistato in contemporanea, da Kiev e da Mosca, due amici ucraini che hanno vissuto in diretta i tre mesi del Majdan: Aleksej Sigov e Aleksandr Filonenko.

Il dubbio e il timore che hanno molti, soprattutto in Russia, è che in Ucraina sia avvenuta una rivolta, una rivoluzione, quindi una violenza contro un governo legittimamente eletto. Torna alla memoria l’immane tragedia della rivoluzione d’Ottobre e questo fa tremare. Cosa ne dite?

A. Filonenko. Sicuramente è stata una rivoluzione, ma una rivoluzione assolutamente diversa da quella d’Ottobre, direi da qualsiasi altra rivoluzione, per questo è molto importante capire cosa effettivamente sia avvenuto. È stata soprattutto una protesta pacifica, lo si vede dalle statistiche, dal numero dei morti, degli incidenti. Tutti paventavano che prevalesse il radicalismo, il terrorismo, ma per fortuna gli avvenimenti non sono andati in quella direzione; io penso che questa sia la principale vittoria di questa rivoluzione, che è stata la rivoluzione dell’umano, della dignità umana. L’origine di tutto è stata la violazione dei più elementari diritti della persona, quando la polizia ha usato contro la folla armi vietate, quando il governo ha scatenato il terrore di Stato servendosi dei delinquenti comuni. Naturalmente a vedere le scene di quanto accadeva si rimane scioccati, ma la cosa principale che insegnano i fatti ucraini è che bisogna cercare la verità al di fuori dei cliché, e se questa rivoluzione è diversa da tutte le altre, bisogna fare uno sforzo per trovare un criterio di giudizio adeguato: è una strana rivoluzione dove non sono mai stati presi ostaggi; una rivoluzione con delle implicazioni inattese, come il fatto che per la prima volta tutte le Chiese ucraine si sono schierate assieme. Mai prima le Chiese erano state così vicine alla gente e mai prima nessuno aveva pensato che nello spazio post sovietico la Chiesa potesse diventare un fattore così importante negli avvenimenti sociali e politici.

A. Sigov. Io mi sono reso conto che ciascuno sente e legge gli avvenimenti a partire dalla propria esperienza storica, perciò la Russia ricorda l’orrore della rivoluzione d’Ottobre, e i polacchi ripensano a Solidarnosc. La mia non è neanche una risposta ma la constatazione del fatto che il Majdan non ha combattuto per un’opposizione politica ma per un cambiamento. Solo adesso comincia la nostra nuova storia, radicalmente non sovietica; il cambiamento è avvenuto nella mentalità di milioni di persone.

Qual è stato l’apporto delle Chiese?

A. Filonenko. Di riconciliazione. Quando le proteste assumono certe dimensioni si evidenzia sempre un’ala radicale, e c’è il rischio di svolte violente, di cedere alle provocazioni. Queste provocazioni ci sono state quotidianamente; quando alla fine è scoppiato il conflitto aperto, la cosa insolita è che il conflitto è stato realmente fermato da monaci e sacerdoti; per la prima volta è apparsa una terza forza di interposizione in grado di placare le parti in lotta. Questa è stata la prima novità sul Majdan. La seconda è stata che in un paese europeo moderno che vuole entrare in Europa, ogni sera alle 24 precise arrivava un sacerdote a recitare la compieta, e tutti pregavano col cappello in mano. Questo significa entrare in Europa con un volto cristiano. Effettivamente questo ha sorpreso tutti: non solo che ci fosse una chiesa sul Majdan, non solo che le Chiese fossero insieme, ma che il Consiglio delle Chiese sia stato un prezioso strumento di trasmissione della voce del Majdan presso gli organi di governo. La grande novità è che le Chiese hanno assunto una funzione pacificatrice assolutamente decisiva, forse questa è proprio la differenza principale tra la nostra e tutte le altre rivoluzioni: la Chiesa ha saputo trattenere lo scatenarsi della violenza e si è dimostrata un fattore importantissimo.

 

I reportage dall’Ucraina ricorrono a letture in chiave socio-politica. Cosa c’è stato sul Majdan che supera questi cliché?

A. Filonenko. La novità la possiamo chiamare «rivoluzione della dignità». Molti pensano che il processo sia legato al problema dell’associazione all’Unione europea, ma in realtà basta vedere che quando Janukovic° ha annunciato che non avrebbe firmato, la manifestazione di risposta ha raccolto 5-6000 persone; si pensava che questo fosse il massimo dell’impegno politico degli ucraini. Ma d’un tratto, nella notte dal 29 al 30 novembre la gente è stata picchiata dalla polizia, e il giorno dopo sono scese in piazza 60 mila persone. Il che vuol dire che per gli abitanti di Kiev il fatto più inaccettabile era che nel centro città lo Stato si permettesse di picchiare impunemente la gente; la reazione è stata imprevedibile. Chi avrebbe mai potuto immaginare che gli abitanti di Kiev sarebbero scesi in piazza non per l’Europa, ma perché avevano picchiato i loro ragazzi. Ciò che stupisce è questo livello di umanità, di cui nessun politico avevano il minimo sospetto, mentre è stato decisivo. Comunque tra gli slogan del Majdan la richiesta di entrare nell’Unione europea non c’è mai stata. Insomma, una rivoluzione per la dignità. In piazza è scesa la società intera, con tutte le forze che vi sono dentro, compresi i nazionalisti, certo. E si è trovato il punto di convergenza nella dignità della persona.

 

Ma in tempi di normalità questa dignità umana sarà ancora importante, che forme potrà prendere?

A. Filonenko. Tutti sono molto preoccupati che il nuovo governo torni a comportarsi come i precedenti, per questo è importante che il Majdan non si sciolga ma continui, dato che non è una compagnia di terroristi e fuorilegge, ma è un movimento per i diritti umani. Per questo è stata presa la decisione che il Majdan non si sciolga fino al compimento delle elezioni presidenziali del 25 maggio, quando tornerà ad esistere una normale struttura del potere. Si è stati ben attenti che il Majdan non si identificasse con nessun partito; quando il presidente ha iniziato le trattative e ha invitato i rappresentanti dell’opposizione parlamentare, è stato subito chiaro che questi non controllavano il Majdan.

A. Sigov. Quello che è successo e che ancora continua a succedere è che la gente non si identifica più con una qualsiasi parte politica. Per gli uomini dell’opposizione subentrati al governo è stata una scoperta enorme vedere che la gente non è più disposta a sostenerli ciecamente; insomma certe cose che erano normali prima, adesso non rientrano più nella comune percezione della realtà.

 

Cosa significa il Majdan per l’Europa?

 

A. Filonenko. Effettivamente, credo che il dovere di capire il Majdan oggi non riguardi solo gli ucraini. Penso che come noi, tutti siano stupiti di questa modalità di affrontare e risolvere i problemi. Certo fa male constatare che gli occidentali si stupiscono di vedere all’opera i loro stessi valori; si chiedono perché l’Ucraina voglia entrare in un’Europa che non riconosce più o mette in dubbio questi valori. Perciò ritengo che l’esperienza ucraina ponga di fronte all’opinione pubblica europea delle domande cui ormai è difficile sfuggire. Costituisce una provocazione perché si cerchino nuove risposte su cosa siano i famosi valori europei per i quali gli ucraini hanno dato la vita. È un compito indifferibile perché è chiaro che sta avvenendo una riformulazione globale delle questioni politiche. L’Europa non può sfuggire a questa discussione. E il punto non sarà: cosa fare dell’Ucraina, ma cosa sono per noi europei i vostri valori europei. Com’è possibile che un paese dell’Est viva i valori europei in modo tale da stupire gli europei stessi.

 

Avete paura per il futuro? Temete la delusione, il tradimento del Majdan?

A. Sigov. Se avessimo avuto paura del futuro non saremmo riusciti nell’impresa. La paura non c’è, ci sono la speranza e la voglia. Non abbiamo paura innanzitutto perché non abbiamo intenzione di appaltare a nessuno il nostro compito, abbiamo intenzione di agire in prima persona. Dio voglia che resistiamo fino in fondo.

A. Filonenko. Il timore è soprattutto di non essere all’altezza. Io sono stato traumatizzato profondamente dall’esperienza del 2004, quando l’intelligencija ha perso perché ha demandato tutto ai politici. Allora non era nato nessun movimento civile, niente di simile a Solidarnosc. Il tracollo politico è stato forse il prezzo dell’incapacità del popolo. Questa per noi è la seconda chance. Ma è tutto molto rapido, e non si è mai pronti. Dieci anni fa c’era stato il primo Majdan e io avrei giurato che niente di simile avrebbe potuto ripetersi. La verticale del potere funzionava, i Berkut erano al loro posto, non c’era speranza. E allora qual è stato l’errore che ha rovinato il regime? Non decisioni impopolari come la riforma delle pensioni, non aver mandato a picco la piccola e media impresa… D’un tratto qualcuno ha picchiato dei ragazzi. L’incredibile miopia politica di Janukovic è dovuta alla sua mentalità sovietica. Ha pensato che ammazzando tre dimostranti tutti sarebbero scappati; che se in città avesse sparso il terrore l’uomo comune si sarebbe chiuso in casa. Ma è successo che i suoi metodi tipicamente sovietici non hanno funzionato, perché c’è ormai una nuova generazione nata dopo la fine del regime, che è cresciuta convinta che lo Stato non può picchiare la gente. Si è scoperto che esistono delle cose non relative, che qualsiasi violenza è illegittima. Qui sta la vera rivoluzione. Si tratta di un concreto ideale umano. È un risultato clamoroso. Io non credo che gli ucraini siano gente speciale. I russi non capiscono cosa è successo da noi, ma neanche gli ucraini lo sanno; noi stessi cambiamo così velocemente che dobbiamo cercare di essere adeguati, di capire cosa succede, ma non ce la facciamo, abbiamo poco tempo.

 

(Marta Dell’Asta)

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