ELEZIONI ALGERIA/ Torna Ali Belhadj, contro di lui 380mila morti chiedono giustizia

- Souad Sbai

Ali Belhadj, fondatore del Fronte Islamico di Salvezza e protagonista dei massacri degli anni 90, sarà un probabile candidato alle presidenziali algerine del prossimo 17 aprile. SOUAD SBAI

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Ali Belhadj (Immagine d'archivio)

Chi aveva creduto, con estrema e pericolosa superficialità, che le ombre di Algeri si fossero diradate, ora sarà costretto a ricredersi. Ancora una volta, purtroppo. Le bestie che hanno sterminato due generazioni di algerini e algerine, falciando con violenza inaudita più di 380mila vite, sono ancora vive; e vogliono tornare a spartirsi il potere e i bottini di guerra, non paghe delle atrocità e dei crimini commessi in quei dieci anni. Per i quali, peraltro, non hanno mai presenziato di fronte ad un tribunale internazionale. Ormai della corte dell’Aja non parlo nemmeno più. Mi sono convinta che la sua funzione originaria si sia estinta, visto che ai suoi occhi alcuni crimini contro l’umanità meritano un processo e pene severe mentre per altri non vale la pena nemmeno di aprire un faldone; del resto, la cronaca lo testimonia, la storia la scrivono i vincitori e in Algeria gli integralisti hanno vinto da tempo. 

Su questo, purtroppo, non vi è nessun dubbio. Torna a parlare, dopo un lungo silenzio, una delle menti di quei massacri, di quelle violenze senza fine che hanno insanguinato l’Algeria nel decennio nero, a partire dal 1990. Ali Belhadj, figura tristemente nota alle cronache di quegli anni per aver fondato il Fis (Fronte Islamico di Salvezza), cova il malcelato desiderio di candidarsi alle presidenziali algerine del prossimo 17 aprile. La sua idea, a 58 anni e dopo i massacri, non è cambiata per nulla.

A France 24 parla di un governo Bouteflika corrotto, di sollevazione popolare, di transizione politica per “salvare” il Paese. Insomma, un’altra rivoluzione islamista fatta di barbe, lame e colli sgozzati. Il suolo algerino ancora non ha finito di assorbire il sangue versato, che già i suoi carnefici tornano a volerne impregnare di nuovo le radici più profonde. Anche allora volle “salvare” l’Algeria, che con questo pretesto venne massacrata. Critica in maniera strumentale il candidato del partito islamista erede del Fis, Benflis, in modo da apparire più moderato e da oscurare la sua figura. Studia e costruisce, giocando sulla comunicazione, la farsa che prelude all’attacco al potere. Ostenta la stessa sicurezza, la stessa freddezza negli occhi di allora, quando assieme all’élite del fondamentalismo del tempo dava il via alla Jamaa Islamiya, gettando le basi per quella che oggi conosciamo come Al Qaeda. Colpisce, con tutta evidenza, la serenità con cui definisce “autodifesa” la presa delle armi delle milizie terroristiche contro l’esercito e contro la popolazione civile; un’autodifesa che agli algerini costò un prezzo incalcolabile in termini di vite umane.

E ragionando su quel che fecero a chi rimaneva in vita, forse chi morì allora si potrebbe definire, paradossalmente e guardando le cose da un’altra prospettiva, meno sfortunato. L’integralismo, il cancro delle società arabe, muore e si riforma tornando sempre uguale a sé stesso, mutuando modi e usi dal tempo in cui vive. Trovando linfa nei diseredati e in chi, ieri come oggi, sostiene la causa dell’eliminazione dell’altro, del diverso, dell’impuro.

Quella che Belhadj chiama, suscitando un’indignazione senza fine, “autodifesa” si risolse in sgozzamenti, stupri, mutilazioni, uccisioni sommarie, fosse comuni. Io questo lo chiamo terrore organizzato, massacro preordinato, volontà di distruzione di un popolo e della sua integrità fisica e morale. Non hanno risparmiato nessuno, nemmeno bambini, disabili, donne, anziani, malati. Nemmeno sette monaci − i monaci di Tibhirine − che non avevano nessuna colpa, se non di aver predicato la pace e curato gli ammalati, di ogni credo e razza. Ogni corpo era il bersaglio della loro furia assassina e spietata. Della loro morbosa volontà di morte e violenza. E che il popolo algerino non meritava. Soprattutto in prospettiva che tutto questo si verifichi di nuovo.

Perché il rischio che l’estremismo torni a far male davvero all’Algeria c’è ed è concreto. I candidati moderati ci sono, infatti, ma quale prospettiva possono avere? Parliamo della “donna di ferro” di Algeri, Louisa Hanoune, segretario generale del partito dei lavoratori e attivista per i diritti arrestata durante quegli anni, oppure di Ali Fawzi Rebaine, parlamentare e fondatore dell’organizzazione di sostegno ai sopravvissuti dei massacri e alle loro famiglie, che si pone come candidato di rottura dopo tante elezioni, come quella che ci apprestiamo a vedere, sostanzialmente pilotate e senza consenso legale. 

Se la tendenza è quella che abbiamo visto finora, considerando anche le gravissime condizioni di salute di Bouteflika la cui candidatura appare più di facciata che altro, il consenso dei regimi allo sfascio finisce sempre in grossa parte alle formazioni tradizionaliste, formando di fatto un passaggio di consegne, seppure con la modalità elettorale. Nel caso assai remoto di una vittoria di Bouteflika ci troveremmo di fatto a dover tornare alle urne entro pochi mesi, vista la sua impossibilità a governare, e in un clima rovente. E lì, per gli estremisti, sarebbe un plebiscito senza scampo per nessuno. 

Non di poco conto, in questo senso, appare anche la figura di Rachid Nekkaz, il facoltoso e apparentemente disinteressato magnate franco-algerino assurto alle cronache perché si è preso la briga di pagare le multe delle donne sanzionate per l’utilizzo del niqab in pubblico in Francia. La sua candidatura, portata avanti più che altro dall’estero, ha reso chiaro come la presenza francese sul territorio algerino possa ancora dipanarsi in molti modi, ma di certo non quello di modernizzare l’Algeria. Che di tutto ha bisogno tranne che di un personaggio totalmente avulso dal contesto e residente all’estero, la cui azione rischia di erodere ancora di più la riserva elettorale dei moderati, disperdendo il voto e facendolo propendere verso le fazioni dell’ex Fis.

Diciamocelo chiaramente, non pagherà mai, Belhadj, per il baratro e gli omicidi che ha prodotto; non pagheranno mai coloro che assieme a lui, e con la colpevole connivenza di un esercito talvolta più sanguinario degli stessi terroristi, misero in atto un genocidio da tutti dimenticato e che ora si vorrebbe “sdoganare” in maniera oscena sotto la definizione di qualcuno che si difende da qualcun altro. 

La verità storica, che la figura di Belhadj e dei suoi sodali incarnano del tutto, ha visto un popolo annientato, dilaniato e azzannato alla gola da un mostro che ha spinto l’asticella delle violenze oltre l’immaginabile. E che oggi torna a minacciare l’Algeria, il cui futuro si tinge di tinte sempre più fosche, dato che i moderati sono praticamente assenti dalla contesa. 

La certezza, per chi denuncia da sempre quel genocidio sotterrato dalla storia, è che ci saranno pace e giustizia per questo popolo martoriato solo quando questo regime e coloro che vi si opposero, massacrando generazioni innocenti, saranno giudicati e puniti. In questo mondo o nell’altro.

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