IL CASO/ Buttiglione: la Gran Bretagna cristiana? Bravo Cameron, ha risvegliato i “moribondi”

- int. Rocco Buttiglione

ROCCO BUTTIGLIONE e la polemica su David Cameron per il quale “la Gran Bretagna è cristiana”: siamo vittime di “un’ipocrisia enorme” che vuole soffocare le domande dell’uomo

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David Cameron (Infophoto)

La Gran Bretagna? “Paese cristiano”, parola di David Cameron. L’uscita del primo ministro inglese ha scatenato il malcontento di scrittori, accademici e giornalisti, in nome dell’unità sociale, minata secondo loro da tale esternazione; in una lettera aperta pubblicata sul Daily Telegraph e sostenuta da più di 50 firmatari, si è parlato, infatti, di un messaggio che alimenta divisione e alienazioni nella società. L’uscita di Cameron è avvenuta in occasione di un intervento sulla pubblicazione Curch Times poco prima della Pasqua, in cui il premier ha scritto: “Credo che dovremmo essere più sicuri del fatto che siamo un Paese cristiano”. Andiamo alle radici della diatriba con Rocco Buttiglione, onorevole (cristiano cattolico) di Per l’Italia, che dice: “C’è un divieto di porre domande fondamentali, come se l’unica cosa importante sia il fatto che l’economia giri. La religione è ormai considerata una cosa oscena, di cui è proibito parlarne. Cameron ha rotto questo tabù”.

David Cameron è finito nella bufera per aver detto che la Gran Bretagna è un Paese cristiano. È davvero così?

Sì che è così, e lo dice la sua storia. La cultura inglese e britannica è fatta da secoli e secoli di cristianesimo.

Perché ha detto una cosa del genere? È un messaggio a qualcuno in particolare?

A me sembra un tentativo coraggioso di tornare a fare i conti con la realtà: se non siamo cristiani, cosa siamo? Oggi c’è stanchezza, fatica e una perdita d’identità, che non si è più capaci di capire, rinnovare e ritrovare. Ma non si può evitare il confronto con la propria tradizione; è come un giovane che non vuole fare i conti con la famiglia da cui viene, che ti rimane dentro. L’Occidente sta morendo di una nevrosi che rifiuta di guardare alle proprie origini.

L’uscita del primo ministro britannico è stata fortemente criticata da scrittori, accademici e giornalisti in quanto rischia di alimentare le divisioni sociali.

Mi pare che sia un’ipocrisia enorme: la società è forse unita? La società in cui noi viviamo – e non solo ovviamente quella britannica – ha a fortemente bisogno di interrogarsi su se stessa. C’è un divieto di porre domande fondamentali, come se l’unica cosa importante sia il fatto che l’economia giri: se l’economia va allora non ci sono altri problemi, ma non è così. La religione è ormai considerata una cosa oscena, di cui è proibito parlare. Ma, così facendo, smettendo di farci domande sulla vita, forse finisce la religione stessa?

Ovviamente no.

Quando si comprime qualcosa di fondamentale lo si corrompe. Il bisogno religioso compresso diventa corrotto…

Perché è una dichiarazione scomoda, che da fastidio, nel Regno Unito? 

Dire che la Gran Bretagna è cristiana è un appello a fare i conti con quest’eredità. È dunque scomoda come cosa perché turba la tranquillità di chi è rassegnato a morire, facendolo in maniera indisturbata. Ci sono delle bellissime poesie di Eliot che descrivono molto bene questo atteggiamento. Ne i Cori de La Rocca si parla di un mondo in cui c’è il divieto totalitario di fare domande, dettato dalla paura di vivere. Si crea così un tabù. Ecco, Cameron ha rotto questo tabù: bravo.

 

In passato Cameron era stato invece bersaglio dei conservatori per aver avallato le nozze gay.

Allora, faccio una premessa. Chi è cristiano lo è a prescindere dall’essere cattolico, anglicano, protestante o ortodosso. Non sappiamo, poi, se crediamo tutti che Cristo sia figlio di Dio o meno. Però sappiamo che, tutti noi, dobbiamo fare i conti con l’ingombrante figura e presenza storica di Gesù, che interpella la nostra coscienza. In lui c’è la nostra identità e la speranza della salvezza. Questi conti (che non sappiamo come finiranno) li puoi fare dicendo sì oppure no alle nozze gay, ma non è questo il problema.

 

Cosa significa essere cristiani (cattolici, nel suo caso) oggi in politica di fronte ai temi etici quali, su tutti, legge 40, aborto ed eutanasia?

In politica non si possono dedurre delle leggi o dei doveri dalla fede. Ma io posso entrare in aula e dire di aver tenuto tra le mie braccia una persona che mi diceva “fatemi morire”, ma in realtà voleva dire “aiutatemi a vivere, ma in un altro modo. Datemi una compagnia”. La fede che è esperienza vissuta ha tutto il diritto di parlare. Se stiamo discutendo sulla verità dell’uomo io posso parlare sulla base dell’esperienza che ho. Uno mi potrebbe venire a dire che l’ho maturata in quanto cristiano: è vero, e allora? È un’esperienza umana.

 

(Fabio Franchini)

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