LA STORIA/ 1. Ruanda, la fuga di Aldo

- La Redazione

Quest’anno ricorre il XX anniversario del genocidio in Ruanda. In questi anni AVSI è presente nel Paese, che ancora oggi fa i conti con le conseguenze del conflitto. la testimonianza di Aldo

africa_bambini_R439
Immagine di archivio

Sono passati vent’anni dal terribile genocidio del Ruanda. Oggi il Paese è in una fase di crescita economica, gran parte della popolazione ruandese, però, si trova ancora a fare i conti con le conseguenze di quel conflitto che passò alla storia come il più terribile esempio di genocidio.

Fondazione AVSI, che proprio nel 1994 ha iniziato il suo lavoro al fianco delle popolazioni ruandesi, oggi opera in tutto il Paese nei settori educativo e sanitario, a cominciare dai bambini, sin dal principio al centro del lavoro di AVSI in Ruanda.

Ecco la testimonianza di Aldo, che all’epoca aveva pochi mesi: egli fu costretto a fuggire tra le braccia di sua madre, e successivamente incontrò AVSI.

E’ stato qualche anno dopo la fine del genocidio che AVSI intervenne in aiuto di Aldo, un ragazzo ruandese oggi poco più che ventenne. Andava alle elementari quando entrò nel programma di sostegno a distanza che gli permise di andare a scuola e di avere una vita migliore e dignitosa, nonostante i terribili giorni del genocidio, vissuti insieme alla madre in fuga e nel terrore.

Gli assistenti sociali mi diedero una grande mano – racconta Aldo del suo incontro con AVSI – Grazie a loro ho avuto un supporto tangibile e la forza di andare avanti, studiare e costruire il mio futuro. Ma non solo, grazie a loro, alle attività insieme agli altri miei compagni, è cresciuta la mia consapevolezza sul vero valore della vita. Ora sento di avere i mezzi necessari ad andare avanti per la mia strada da solo, costruirmi un futuro di unità e riconciliazione per me e la mia terra. Per me, le commemorazioni del genocidio coincidono con il mio primo passo verso un futuro migliore”.

Emerithe, la madre di Aldo, racconta i giorni del genocidio, quando suo figlio aveva solo pochi mesi e furono costretti a scappare e a rifugiarsi nella foresta.

Le stragi sono iniziate subito dopo l’abbattimento dell’aereo del presidente HabyarimanaRicordo che all’epoca vivevamo a Murambi e che proprio quel giorno venne a trovarci il nostro vicino. Il suo atteggiamento verso di noi era cambiato improvvisamente, era scomparsa la sua solita gentilezza. Non ci fece mai nulla di male, ma il suo comportamento diventò grosso motivo di preoccupazione per noi, non ci sentivamo più al sicuro, nonostante avessimo l’illusione che saremmo stati protetti da quelli che fino ad allora pensavamo essere nostri amici.”.

“Provammo a ricucire i rapporti, andammo a trovarlo, gli offrimmo del latte. Lui accettò il regalo, ma non ci ringraziò, quasi fosse stato un gesto dovuto, e ci urlò contro: ‘Cosa fate ancora nel mio Ruanda? Dovrebbero cacciarvi via’.”

“Ricordo ancora la faccia terrorizzata di uno dei nostri vicini, che corse da noi per avvisarci che i militanti avevano abbattuto tutte le nostre mucche e ne avevano mangiato la carne con tutta la pelle, come fossero animali. ‘Andate via, scappate’, ci disse. ‘Prima che sia troppo tardi’. Quello fu il giorno in cui iniziammo a nasconderci. Passavamo le giornate nella foresta e la notte ci mettevamo in cammino per allontanarci il più possibile dalla nostra casa”.

“Fummo catturati dopo pochi giorni. Ci portarono in un campo dove c’erano altri Tutsi e ci ordinarono di stare lì e aspettare che gli uomini delle milizie arrivassero per ucciderci. Lì incontrai un amico, che mi diede notizia del mio figlio più grande. Mi raccontò di come fu catturato e gettato in una fossa comune, insieme a decine di cadaveri, e di come lo trovò, ancora vivo, ma sporco e terrorizzato. Miracolosamente, scampammo all’esecuzione, grazie all’intervento del FPR, appena prima dell’arrivo dei miliziani. Ma da allora nulla fu più lo stesso”.

“Ancora oggi non riesco a dimenticare le scene di morte e violenza che ho visto. Ho perso molti parenti e amici in quei giorni, la mia famiglia è stata decimata. Mio padre, i miei fratelli, i miei zii. Mio figlio Aldo aveva pochi mesi, lo portavo sempre con me, in braccio, dormivamo insieme nei nascondigli che trovavamo nella foresta. Avevamo perso tutto, eravamo disperati, non avevamo idea di come avremmo potuto riprendere a vivere, anche a mesi di distanza dai giorni della tragedia”.

“Da allora, ogni anno, aprile è diventato il mese della tristezza e degli incubi”.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori