DIARIO RUSSIA/ Mons. Pickel, annunciare il Vangelo ai tedeschi del Volga

- Roberto Graziotto

Dalla Germania, ROBERTO GRAZIOTTO racconta l’incontro con mons. Clemens Pickel, della diocesi di Saratow, nel Sud della Russia, dove vivono delle comunità di russi tedeschi

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Il fiume Volga a Saratov (Russia) (foto Wikipedia)

GERA (Turingia) – Aprendo il blog del vescovo Clemens Pickel della diocesi di Saratow, nel Sud della Russia, possiamo leggere tutto sul viaggio che lo ha portato a Roma da papa Francesco e su chi lo ha invitato qui in Germania. Mi concentro sull’impressione che ha fatto su di me quest’uomo che ho incontrato ieri nella parrocchia di santa Elisabetta a Gera, nella diocesi di Dresda e Meißen, sua diocesi di origine. 

Monsignor Pickel vive e lavora come sacerdote in Russia dall’agosto del 1990. L’idea di andare a fare il sacerdote per i tedeschi del Volga in Russia è nata già nell’agosto del 1989, qualche mese prima della caduta del Muro, dopo aver fatto qualche viaggio in questa terra che ha mantenuto la fede per decenni: è il caso di una nonna che ha battezzato negli anni tutti i cattolici della regione in cui viveva. Negli anni religione e superstizione si erano mischiate, ma l’opera di questa donna anziana – ha raccontato il vescovo – ha fatto sì che i cattolici, anche senza sacerdoti, si siano incontrati la domenica, nei cimiteri, per pregare. E i comunisti lo sapevano. Quello che lo spingeva ad andare era una chiara missione ecclesiale: offrire di nuovo un linguaggio e una proposta cristiana ad un popolo, i russi tedeschi, che nel fondo della loro anima erano rimasti cristiani e ora abbisognavano di un rinnovamento della proposta cristiana e dei sacramenti.

Clemens Pickel è vescovo da quindici anni in una diocesi che è grande, per estensione territoriale, come cinquanta diocesi ortodosse. Con i fratelli ortodossi, dopo la crisi che si aprì nel 2002 quando papa Giovanni Paolo II eresse a “diocesi” delle amministrazioni diocesane che gli ortodossi volevano con un carattere transitorio, vi è ora un rapporto molto fraterno e di amicizia. Monsignor Pickel era impressionato che alcuni mesi fa in una diocesi, vicino alla città di Togliatti, fosse accolto dal vescovo ortodosso con il suono delle campane.

Con il pubblico della parrocchia in Gera il vescovo ha instaurato un rapporto molto cordiale e si è informato di un viaggio che alcuni parrocchiani avevano fatto nella sua diocesi. Un signore ha raccontato come fosse stato impressionato dal fatto che una comunità parrocchiale li avesse attesi per più di un ora (poiché erano in ritardo) prima di cominciare la Santa Messa. Il loro arrivo era stato preso sul serio, come se arrivasse il papa. Il saluto tra i cattolici è: “Cristo è risorto”; anche questa era una delle cose che avevano colpito il parrocchiano di santa Elisabetta. Questo racconto ha permesso al vescovo di raccontare un aneddoto del tempo di Stalin: quest’ultimo, entrando la domenica di Pasqua nel suo ufficio, dopo essere già stato salutato una volta con “Cristo è risorto”, crucciato ha risposto al secondo saluto di un altro membro del suo ufficio: sì, me lo hanno già detto, ma di questo non vogliamo parlare.

Alle mie due domande sull’Ucraina e il papa il vescovo ha risposto e riportando la risposta si può intuire anche cosa avessi domandato, in questo modo: per quanto riguarda la prima domanda, mi ha subito detto che lui è un pastore e non un politico e che ciò che lo ferisce è la situazione umana tragica in cui si trovano tutte le persone in Ucraina. A livello politico ha fatto solo notare che vedere in Putin il capro espiatorio è semplificare completamente e superficialmente la situazione di crisi.

Per quanto riguarda il suo gregge o le persone semplici in Russia il 60% (recente inchiesta) dice che a loro non interessa se in occidente vogliono ricostruire la cortina di ferro: che cosa cambia con ciò per noi?, è la domanda che si pongono.

Sul papa mons. Pickel ha detto che chiederebbe alle persone che lo criticano, per il suo stile pastorale o per le sue decisioni ecclesiali, quale siano le loro priorità nel giudizio ecclesiale e se non si nasconda in questi giudizi critici, che molti si sentono di dover esprimere, una forma nascosta o meno di arroganza. La fede cattolica non dipende da un papa e dal suo stile. I dogma definiscono la fede. Per quanto riguarda il suo stile egli lo guarda con simpatia, anche se forse come tedesco che agisce in Russia ad alcune cose deve abituarsi.

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