CRISI UCRAINA/ Lech Walesa: mancano le basi di un’Europa unita

- int. Lech Walesa

L’abbattimento del Boeing delle linee aeree della Malesia potrebbe mettere in pericolo l’intero ordine europeo. L’ex leader di Solidarnosc LECH WALESA spiega come si può uscire dalla crisi

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Lech Walesa (Infophoto)

La crisi ucraina è sempre più preoccupante e complessa. Quando giovedì scorso è arrivata la notizia dell’abbattimento del Boeing malese, Obama e Putin erano al telefono per discutere delle sanzioni contro Mosca. Nessuno dei due può dire la verità: né gli Stati Uniti, né la Russia sono in grado di controllare davvero cosa sta succedendo sul campo. L’America non riesce a contenere le incursioni dei soldati ucraini, Mosca non riesce a trattenere le milizie filo-russe che si sono impadronite di un arsenale militare di cui nelle diatribe tra Europa, Usa e Russia, ci si era colpevolmente dimenticati. Ci si interroga su quale spazio reale abbia la diplomazia e cosa essa possa fare davvero. Ne abbiamo parlato con Lech Walesa, presidente della Polonia dal 1990 al 1995 e Premio Nobel per la Pace nel 1983. Con il leader dell’allora movimento di Solidarnosc, oggi presidente dell’omonima Fondazione, abbiamo fatto anche il punto sull’Europa e sul suo processo di unificazione.

Presidente Walesa, di recente lei si è speso nella mediazione per risolvere la crisi ucraina. Come pensa finirà questa situazione?

Nel 2004 ero nel Majdan (Piazza dell’Indipendenza a Kiev, luogo di ritrovo per i manifestanti, ndr). Si sperava che un’opposizione unita, quella che ha messo in moto la macchina della “rivoluzione arancione”, potesse portare a buoni cambiamenti. Ovviamente se ne comprese subito la difficoltà, bisognava essere d’accordo almeno sui temi più importanti, come l’Europa unita. Ben presto ci si è accorti che il bene della nazione è finito nell’ambizione di pochi. Ma dopo qualche anno gli ucraini sono tornati a credere di nuovo nel cambiamento. Sebbene ci sia un sufficiente supporto nel mondo, c’è poco dialogo.

Cosa vuole dire?

Non salveremo la situazione dalla guerra ad Est. Ho sempre creduto nel dialogo e negli accordi, ma le sanzioni e le dichiarazioni non portano a nulla. Ci sono bisogni specifici e mi auguro che l’Unione Europea possa impegnarsi attivamente in un aiuto all’Ucraina, dove ci sono molte persone meravigliose e patrioti che si battono per il futuro della nazione. Ma hanno necessità di essere aiutati.

Cosa prevede per l’immediato futuro? Stiamo entrando in una fase di nuova guerra fredda?

Credo fermamente che sia possibile elaborare una soluzione in grado sia di soddisfare la situazione specifica, sia di fornire una risposta ai problemi contemporanei. Intendo non solo l’Ucraina, ma altri problemi e “campi minati”. Le sfide nel mondo di oggi sono tante. Il pericolo arriva quando si vogliono spingere a tutti i costi le proprie esigenze, le richieste e gli interessi. La mancanza di dialogo e la volontà di compromesso sono i motivi che in ogni momento rivelano i rischi. In questo caso, la minaccia di conflitti – locali e internazionali – è purtroppo palpabile. Tuttavia, mi auguro che sempre più persone siano in grado di superare le divisioni, evitando così il pericolo di altri conflitti sanguinari. Proprio come 30 anni fa, il mondo ancora una volta ha bisogno di solidarietà.

Lei che ne era alla guida, si aspettava che il movimento di Solidarnosc potesse diventare così importante per la Polonia e per l’Europa intera?

La lotta contro il sistema comunista che era alla base del movimento di Solidarnosc non poteva supporre di essere in grado di attrarre non solo lavoratori e sindacalisti, ma anche la massa della società polacca. Nel breve tempo dalla sua nascita, Solidarnosc incontrò il consenso di 10 milioni di persone! Poco dopo, si scoprì che saremmo stati la forza trainante della trasformazione polacca e dei cambiamenti in questa parte d’Europa e del mondo. Solidarnosc partiva dalle esigenze ordinarie dei lavoratori e degli uomini, e ha trasformato il modo di lottare per cambiare la realtà, oltre che l’idea di libertà, di dignità e di democrazia. Eravamo diventati la chiamata universale allo “spezzare le catene”, abbiamo unito gruppi sociali diversi e nazioni diverse.

 

Nonostante le grandi difficoltà, riusciste a puntare sul dialogo e il cambiamento avvenne in modo pacifico. Solidarnosc può essere ancora un modello oggi?

Certo. Ricordiamo che l’idea di solidarietà in modo molto semplice è la convinzione che se non si può portare da soli un certo peso, si chiede aiuto agli altri. Sono convinto che questo modo di agire possa essere una soluzione per molti problemi che si verificano a vari livelli – locale, nazionale e anche mondiale. Nel mondo di oggi, ogni giorno ci troviamo di fronte a grandi sfide alle quali siamo raramente in grado di far fronte in maniera isolata. Pertanto, la cooperazione, la collaborazione e, soprattutto, l’aiuto reciproco, devono essere un elemento essenziale del nostro agire.

 

Oggi l’anti-europeismo è molto diffuso, ma in pochi sanno che l’Unione Europea è figlia di un ideale di pace nato dopo il secondo conflitto mondiale in un secolo dilaniato dalle guerre e dagli orrori. In che misura ha ancora senso oggi un’Europa unita?

L’Europa unita oggi risponde ai cambiamenti della tecnologia e della globalizzazione. Non dimentichiamo che fino a non molti anni fa vivevamo l’epoca della divisione e del conflitto, per fortuna ormai passata alla storia. In un tale stato di cose, dobbiamo concentrarci sul futuro, ed è saggio affrontare insieme i problemi per trovare le soluzioni. Questa crescente e maggiore unità tra le nazioni europee è un processo nettamente positivo. Eppure, tuttavia, rimane una questione aperta.

 

A cosa allude?

Su quali basi si costruisce un’Europa unita? Non possiamo dimenticare che, oltre allo sviluppo economico e politico, deve esserci anche una base spirituale, e mi riferisco al patrimonio culturale del nostro continente. Solo allora saremo più tranquilli sul futuro degli Stati Uniti d’Europa, che così saranno in grado di affrontare le sfide del mondo globale. Lo stato attuale da solo fa fatica a gestire queste sfide.

 

Può spiegare meglio questa importante questione?

Intendo dire che l’Europa e il mondo dovrebbero basarsi su valori concordati; abbiamo bisogno di un “decalogo” di comandamenti laici che siano accettati da tutti. Questo può aiutarci a risolvere difficili questioni la cui soluzione è nell’interesse di tutti. Oggi ci chiediamo come il mondo deve essere costruito in questa nuova era, di quale democrazia e globalizzazione abbiamo bisogno, quali valori universali costituiscono un punto di riferimento permanente per la nuova Europa e per il nuovo mondo. Abbiamo bisogno di definire e adottare una legge suprema comune che può permettere alle nazioni e alle religioni di condividere le differenze con rispetto e con amichevole cooperazione. Poi, su base universale, bisogna riuscire a costruire una comunità sostenibile e sicura. Senza tutto questo, sia l’Europa che il mondo stesso hanno difficoltà a mantenersi nella loro forma attuale.

 

Quali possono essere oggi gli attori del cambiamento?

Il dialogo è necessario ad ogni livello. L’impegno al dialogo dovrebbe riguardare ciascuno di noi. Anche se io non sono più un politico attivo, sono impegnato nella ricerca di soluzioni per l’Europa e per il mondo. A seconda del livello – locale, nazionale o internazionale – il dialogo deve riguardare funzionari di governo locale e leader mondiali. Se è sufficientemente intenso, può portare a cambiamenti specifici ed importanti.

 

Se, durante l’esperienza di Solidarnosc, il cambiamento passò attraverso un sindacato, il lavoro è davvero “categoria fondamentale dell’umano”, come affermato da Giovanni Paolo II nellaLaborem Exercens da cui il movimento polacco prese ispirazione. Quanto è chiara oggi, in particolare ai giovani, l’importanza del lavoro?

Il lavoro, o meglio la mancanza di esso, è oggi il principale problema della nostra società. Alcuni anni fa in Argentina, e più recentemente in Spagna e in Grecia, hanno protestato soprattutto i giovani che non avevano un lavoro, e quindi non vedevano alcuna prospettiva per se stessi. Quando avevo 20 anni, in Polonia il lavoro era un passaggio obbligato: le persone ricevevano il lavoro “ex officio”, cosa e quale occupazione facessero era una questione secondaria. Questo sistema poi si è compromesso, ma ci aveva dato l’illusione di una relativa stabilità. Ognuno di noi ha bisogno di stabilità, ma oggi non è più così. La gente davvero si deve preoccupare se ha i soldi per soddisfare i suoi bisogni di base. Senza dubbio, la base della vita umana è il lavoro, che è importante per fornire stabilità e consentire all’uomo di sviluppare i suoi talenti. Il lavoro dà inizio allo sviluppo della comunità, della civiltà, dello stato e dei continenti, ma sopratutto il lavoro dà inizio anche alla sicurezza e alla pace. Eppure oggi, in un’Europa in cui 6 milioni di giovani sono senza lavoro, senza opportunità e senza speranza, è davvero difficile immaginare il futuro che ci attende. Dobbiamo fare di tutto per creare posti di lavoro. E poi, che la Provvidenza ci assista…

 

(Giuseppe Sabella – ha collaborato Tatiana Salek)

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