IL CASO/ Dietro al neo califfato si cela lo sbandamento dell’Islam

- Paolo Branca

Il ritorno del califfato islamico porta con sé domande e anche paure: PAOLO BRANCA affronta l’argomento e spiega perché in realtà è lo sfacelo dell’islam

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Il sedicente califfo Abu Bakr al Baghdadi (Infophoto)

“Alcuni che conoscono in maniera insufficiente l’islam pensano di prenderne le difese sostenendo che non lascia nulla d’indefinito (…) intendendo con ciò che in qualsiasi epoca non ci sia altro da fare che applicarlo, ottenendo come esito l’instaurazione di uno stato islamico senza bisogno di alcun nuovo sforzo interpretativo, di alcuna nuova riflessione, di alcun nuovo rapporto coi testi. La verità è invece che la perfezione di questa religione sta proprio nel fatto che essa lascia varie questioni indefinite, a proposito delle quali c’è spazio per la flessibilità e la razionalità, cioè per il ruolo della Comunità e dello sforzo interpretativo”. 

Parole non di un modernista musulmano, sviato da nefasti influssi occidentali, ma di Rachid el-Ghannouchi, leader di al-Nahda, partito tutt’altro che laico uscito vittorioso in Tunisia dopo la cacciata di Ben Ali. Qualcuno potrebbe liquidare la faccenda constatando che c’è un ennesimo uomo politico che predica bene, ma razzola male. 

Le cose non sono tuttavia così semplici… la galassia dei gruppi islamici radicali condivide infatti molti ‘nemici’ comuni contro cui mobilitarsi, ma è assai meno omogenea quando si tratta di definire quale sistema di governo dovrebbe essere instaurato dopo aver conquistato il potere. Fino a ieri la nostalgia del ritorno al Califfato (abolito de iure da Kemal Atatürk poco meno di un secolo fa, ma de facto defunto già molto prima) pareva una chimera o una pia illusione, simile a ciò che potrebbe rappresentare per noi la restaurazione del Sacro Romano Impero. 

Ecco invece materializzarsi, proprio fra Siria e Iraq che furono sedi delle due grandi dinastie califfali degli Omayyadi (fino al 750 d.C.) e degli Abbasidi (fino al 1258 d.C.), un velleitario Emiro dei Credenti in carne e ossa, al quale non solo gli arabi, ma tutti i musulmani sunniti del mondo (il 90% di oltre un miliardo e mezzo di persone), dovrebbero in teoria rispetto e obbedienza. 

La potenza paradigmatica di questo mai tramontato mito in realtà non si riallaccia alle pur grandiose imprese delle suddette dinastie, quanto all’aureo e arcaico periodo della trentina d’anni in cui regnarono, più come capi di una confederazione tribale che come imperatori, i primi 4 vicari (è questo il significato del termine ‘califfo’) che succedettero al Profeta come reggitori delle sorti terrene della nascente Umma musulmana. Si tratta di figure patriarcali poste a modello per ogni credente e specialmente per i futuri prìncipi, ma solo uno di essi morì di morte naturale e a causa della successione tra il terzo e il quarto si produsse una spaccatura insanabile fra sunniti e sciiti, inaugurando tensioni relative alla legittimità del potere politico che in buona sostanza non sono mai state appianate nel successivi 14 secoli.

Mentre si discuteva e si combatteva tra chi accettava un califfo come tale purché fosse della tribù del Profeta e chi invece pretendeva che appartenesse alla sua più ristretta cerchia familiare, la storia e soprattutto la geografia imponevano indifferenti il passaggio del potere nelle mani di vere e proprie dinastie ereditarie (i primi 4 califfi erano stati invece elettivi) che non a caso stabilirono la loro capitale prima a Damasco e poi a Baghdad, lasciando definitivamente alla decentrata Penisola Araba un ruolo soltanto religioso, come sede delle città sante di Mecca e Medina. 

Ma meno di un secolo durò il dominio omayyade, troppo legato alla supremazia dell’etnia araba ormai minoritaria all’interno di un vasto impero multietnico, e la più lunga vicenda degli Abbasidi era destinata a tramontare cinque secoli dopo sotto l’urto devastante delle invasioni mongoliche. Già molto prima della loro caduta, tuttavia, i califfi di Baghdad avevano dovuto fare i conti sia con loro diretti concorrenti (vari potenti anti-califfi, quali i discendenti degli Omayyadi spodestati e rifugiatisi in Andalusia, o i Fatimidi sciiti del Cairo) sia coi signori della guerra di ceppo turco (detti non a caso sultani, ossia detentori del potere effettivo) che da pretoriani divennero rapidamente custodi se non carcerieri del califfo di turno.

E’ proprio durante questa lunga agonia dell’istituzione califfale che dotti e giuristi musulmani posero l’accento sul rispetto della shari’a (legge islamica, peraltro mai codificata) affinché la debolezza e la frammentazione del potere non compromettessero almeno la sopravvivenza del culto e di alcune norme basilari dell’islam. Con grande pragmatismo riconobbero i sovrani locali che si avvicendavano come legittimi, anche quando non sarebbe stato possibile ricollegarli in nessun modo alla discendenza del Profeta (come nel caso degli Ottomani), favorendo la trasformazione della (teorica) teocrazia islamica in una sorta di cesaropapismo che si prolunga fino ai ministeri degli affari religiosi degli stati nazionali moderni, sorti circa un secolo fa con lo smembramento dell’Impero ottomano, alla fine della I guerra mondiale. 

Specie in periodi di torbidi e di disorientamento sono state innumerevoli le figure che hanno preteso di assumere il ruolo di restauratori dell’autentico califfato, fino a proclamarsi novelli profeti o addirittura assumendo titoli messianici. Un’infinita altalena fra quietismo e ribellione in cui la fede è stata svilita sempre di più come instumentum regni tanto da parte dei regimi in carica quanto dai loro oppositori. 

Non è quindi tanto il bizzarro ed effimero neo-califfo al-Baghdadi a preoccuparci, ultimo avatar di una poco dignitosa neverending story, quanto la massa dell’iceberg che resta nascosta sotto il livello di acque tempestose. La comprensibile preferenza per un capo credente ancora troppo spesso e con esiti devastanti finisce per agevolare una malsana non distinzione tra religione e politica, favorendo la pretesa da parte di chi si impadronisce del potere di esercitarlo in nome di Dio o addirittura di anatemizzare chi gli rifiuta obbedienza, essendo quasi sempre ripagato della stessa moneta. Un islam, in definitiva, che ci ostiniamo a ritenere soprattutto ‘un’ pericolo per gli altri, mentre è costantemente e sempre più ‘in’ pericolo, principalmente ai danni degli stessi musulmani.

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