VOLONTARIE RAPITE/ L’ex cooperante: Greta e Vanessa sole, cosa ci facevano lì?

- int. Matteo Ragni

MATTEO RAGNI (ex cooperante di Avsi) commenta il rapimento in Siria delle due giovani volontarie italiane, che non sarebbero dovuto essere lì: “come ci sono arrivate?” 

marzullo_vanessa_r439
Vanessa Marzullo, una delle due ragazze rapite (Immagine d'archivio)

Sono sei anni che Matteo Ragni è rientrato in Italia – insieme alla moglie – dopo altrettanti in missione, in veste di cooperante Avsi, in Kosovo e Libano. Ma la voce non mente: quella fiamma giovanile che a vent’anni lo spinse a fare la sua piccola parte nell’emergenza umanitaria nei Balcani, non è spenta, anzi. Lo abbiamo contattato per farci raccontare la sua esperienza e commentare con lui il rapimento delle due volontarie italiane, sequestrate in Siria – nei pressi di Aleppo – da un gruppo armato. Vanessa Marzullo (20 anni) e Greta Ramelli (21), che proprio come Matteo è nata e cresciuta tra Comerio a Gavirate in proviancia di Varese. Vanessa e Greta, sostenitrici dei ribelli siriani, erano lì dal 28 luglio per seguire un progetto umanitario nel settore sanitario e idrico. E con quella voce Matteo, ripercorrendo le tappe della sua esperienze da cooperante professionista, non si spiega come due ragazze sole siano riuscite a penetrare in territorio siriano – praticamente off limits – in un momento come questo. Ma cosa ha reso così diverse l’esperienza di Matteo e di Greta di Gavirate, pur accomunate da un forte desiderio di aiutare il prossimo, e cosa ha impedito a questo amore per gli altri di diventare per Matteo intriso di ideologia e strumento di lotta politica?

Prima di parlare delle due volontarie italiani sequestrate, ci racconta il suo percorso personale: come si incanala, nella pratica, il “desiderio di aiutare”?

La mia esperienze personale è di aver avuto la fortuna di conoscere un insegnate delle superiori che, vedendomi soffrire incastrato in Università, con scarsi risultati e un fegato enorme per la fatica e le delusioni, mi ha dato la spinta. Non mi interessava quello che studiavo, non era quello che volevo fare: mi importava andare via (anche più banalmente da casa), seguire l’ideale di voler salvare il mondo. E lì parto come volontario…

E dove è andato?

Ho iniziato a vent’anni in Kosovo – dove sono rimasto per due anni per seguire progetti di sviluppo – subito dopo l’emergenza umanitaria. Poi son tornato in Italia per qualche mese, mi sono sposato e praticamente come continuazione del viaggio di nozze io e mia moglie siamo andati in Libano, terra stupenda e complicata. Ci siamo rimasti tre anni e lì, a migliaia di chilometri da casa, abbiamo iniziato la nostra vita matrimoniale. Mia moglie dice sempre che sa andare da Beirut a Damasco, ma non da Varese a Bergamo.

E Avsi?

Ho avuto una seconda fortuna: trovare un’organizzazione come l’Avsi, che mi ha formato professionalmente come cooperante (che è un lavoro). Dallo scrivere i report a utilizzare un inglese che non sia quello scolastico, dall’interfacciarsi con le istituzioni a imparare ad affrontare la fatica, il dolore e la morte. È un mestiere che ha delle regole e delle dinamiche. Per questo quando ho letto che le due ragazze italiane rapite in Siria – al di là della loro età, che è più o meno la stessa alla quale ho iniziato io – erano lì da sole, per di più in questo determinato momento, mi son chiesto chi possa averle mandate, come abbiamo fatto a finirci. Attualmente è complicato entrare in territorio siriano per gli stessi giornalisti.

Diverso è se parti con dietro un’ideologia…

In questo caso giudichi subito chi ti trovi di fronte, chi stai aiutando o chi devi aiutare. O ancora, chi merita o meno il tuo soccorso. In Libano, per esempio, c’erano diverse organizzazioni che aiutavano solo i villaggi cristiani o solo i villaggi musulmani.

Ma quella spinta che lei sentiva a vent’anni, che avrà continuato a sentire anche dopo e che penso ci sia ancora, come si concilia oggi nella sua quotidianità?

Sono fortunato perché faccio un lavoro grazie al quale viaggio ancora molto anche in Paesi non fortunatissimi. Quindi un po’ di quel desiderio – difficilmente spiegabile a parole – riesco ad appagarlo. Sono nato e cresciuto in una famiglia lombarda normalissima, ultimo di cinque figli: mi ricordo che in quinta elementare volevo andare in Argentina…a far che cosa non lo so! Sono nato così, e ho riscontrato questa cosa in molti di quelli che ho conosciuto in giro.

E ora è cambiato qualcosa?

Oggi sento ancora forte il desiderio di vedere il mondo con degli occhi diversi rispetto a quelli della tv, cercando di curiosare il più possibile. Ma bisogna avere, oltre alla curiosità, la preparazione e gli strumenti, le lenti giuste. Le mie esperienze, per di più condivise con mia moglie, sono ricordi vivi. E guardo sempre con grande nostalgia chi riesce a dedicare le sue ferie e il suo tempo magari a una piccola organizzazione perché sente forte la volontà di condividere.

 

(Fabio Franchini)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori