UCRAINA/ Sigov: il nemico del Majdan non è la Russia, ma l’Unione Sovietica

KOSTANTIN SIGOV, intellettuale docente dell’Accademia Moghiliana di Kiev, è stato protagonista del Majdan. Una esperienza potente di liberazione che sta cambiando l’Ucraina. E la Russia

26.08.2014 - int. Constantin Sigov
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Un’esperienza di libertà che non si è conclusa, ma che tenta tenacemente di sbocciare. Questa, secondo l’intellettuale ucraino Kostantin Sigov, l’eredità di piazza Majdan, che consegna a tutti gli ucraini una responsabilità in questi giorni di grande tribolazione. Una responsabilità di unità e fratellanza culturale, anche se nelle differenze con il popolo e la tradizione russa, il compito di vivere la propria fede con umiltà e nell’unità. In Ucraina come in Russia, il problema è fare esperienza della liberazione, attraverso la comunione. “Nessun paese d’Europa può vantarsi di non essere mai caduto per un certo periodo in potere delle tenebre”, dice, “ma poi viene il momento della liberazione”. “Io so che a Mosca si cerca di raccogliere le forze perché la società abbia la forza di superare i fantasmi del post fascismo e giungere alla liberazione”. Come in Ucraina.

Cosa ci può dire oggi dell’esperienza sul Majdan?

Ci sono andato per la prima volta con mia moglie il 1° dicembre. Era domenica, e quel giorno abbiamo capito che per il nostro paese cominciava una nuova storia. Una settimana dopo, l’8 dicembre, era la festa di San Clemente papa e proprio quel giorno è stata organizzata la cappella: un sacerdote greco-cattolico mio amico mi ha telefonato invitandomi a pregare insieme per il dono della pace e della libertà, perché potessimo veramente celebrare quel giorno in comunione e questo portasse la liberazione. Già allora, all’inizio di dicembre, ci ha sorpreso l’altissimo numero di volontari, una vera ondata. Abbiamo visto la generazione di quelli che erano studenti durante la rivoluzione arancione nel 2004, che dieci anni dopo, ormai trentenne, con straordinaria buona volontà e decisione ha promosso un vero movimento di volontariato, che era indispensabile per far sì che migliaia di persone, in pieno inverno, potessero continuare a stare insieme sulla piazza. Perché la gente potesse comunicare l’uno all’altro la fiducia, la simpatia, la solidarietà, bisognava poter passare di mano in mano cose concrete come un te bollente, un panino. C’erano un grande rispetto, cordialità, attenzione reciproca. Venire sulla piazza aiutava a vincere la paura. È stata una manifestazione importantissima della realtà della società civile, di quella società civile che il periodo sovietico non era riuscito a soffocare. C’erano state almeno tre generazioni per le quali la libertà era essenziale. È stato importante che questo incontro con la libertà civile reale in Ucraina non si sia mai interrotto per 23 anni, noi non abbiamo avuto la prima né la seconda guerra cecena, né il conflitto con la Georgia.

Non vede nell’immediato futuro il rischio della ricaduta nell’apatia: non pensa che, allontanandosi nel tempo l’esperienza del Majdan, la gente abbandonerà l’impegno politico e civile?

Forse in un lontano futuro, quando il paese avrà raggiunto la stabilità della vita democratica, ma ora come ora c’è un fortissimo desiderio di riforme per superare le conseguenze presenti nello spazio post sovietico; c’è una generazione ben consapevole che la semplice fedeltà a chi ha dato la propria vita sul Majdan ed oggi in altri punti del paese, richiede una purificazione. Molti dicono che in ogni piccolo gesto in cui noi rifiutiamo l’imbroglio, la falsità, la corruzione, noi facciamo memoria di chi ha dato la vita, lá dove veniamo meno a questo noi tradiamo questa memoria.

Io penso che nei prossimi mesi la forza di questa memoria sarà cruciale, anche se bisogna lavorare perché diventi un fenomeno generalizzato nella società. Bisogna testimoniare questa coscienza senza ipocrisia ai nostri connazionali che erano lontani dal Majdan per vari motivi. Ora il problema è l’attenzione alla dignità della singola persona, alla crescita, della società civile, e alla realtà storica, perché da questa realtà, dal suo significato riconosciuto dipende la nostra libertà.

 

I giovani che erano pronti a difendere la libertà e la dignità in piazza, sono pronti a combattere questa guerra?

Penso che, tranne rare eccezioni, quelli che conosco non vogliono combattere. Quello a cui la gente piuttosto partecipa attivamente è l’accoglienza di centinaia di migliaia di profughi. Questo lo so per esperienza. Ad esempio Arsenij Finderman, ha organizzato un centro di raccolta e aiuto, che coordina la distribuzione di indumenti, cibo, alloggio, lavoro, medicinali e cure per i profughi. Poi ci vorrà un immenso lavoro di ricostruzione di case, strade, comunicazioni, c’è la volontà di far questo, quella di combattere no. Tutti i miei conoscenti oggi ospitano profughi. Tutti dicono però che la prima necessità è fermare gli scontri.

 

Su cosa si fonda oggi la vostra speranza per la vita quotidiana e per il futuro politico dell’Ucraina?

Péguy diceva che la speranza è una fanciulla che, a dispetto di tutto il male che sappiamo esistere nel mondo, si alza ogni mattina fermamente convinta che oggi andrà meglio. Io conosco questa fanciulla. Io, i miei figli, conosciamo delle persone in cui c’è la sicura certezza che l’uomo è fatto per la letizia, e che questa letizia va condivisa. Conosciamo esempi concreti di testimoni che portano in sé questo principio della speranza, nonostante le cose terribili che oggi ci troviamo di fronte. Inoltre, c’è comunque l’assenza reale di qualsiasi revanchismo o aggressività, c’è la coscienza che la forza della società civile che si è manifestata quest’anno cerca di ricostituire tutte le forme della convivenza civile, e si tratta di una forza immensa che non è più possibile soffocare. Si è creata una tale allergia verso i sistemi post sovietici che in Ucraina non c’è nostalgia del passato sovietico, della passata grandezza della superpotenza. L’Ucraina è già oggi un paese europeo, abbiamo stretto tanti legami con gli altri paesi che, a prescindere dalle decisioni formali che verranno prese dopo la firma dell’associazione alla UE, comunque il futuro dell’Ucraina ormai è legato ai fondamentali valori europei. È la prosecuzione della millenaria tradizione kievliana: l’immagine della Vergine orante è sempre stata materialmente presente sul Majdan, è stata il fulcro, la spina dorsale di questa cultura; e questa spina dorsale non è mai stata spezzata. Perciò penso che ci siano i motivi di speranza, ma che c’è anche un grande dolore per il prezzo enorme che ci tocca pagare per questo. In alcuni momenti abbiamo visto la trasfigurazione, quando si è rivelata una luce inaspettata, ma noi sappiamo che il momento della trasfigurazione precede di poco il Golgota, la passione; e noi lo vediamo in quello che sta accadendo in Ucraina orientale.

 

C’è un posto per la Russia in questo cammino?

Certamente. Infatti non è un caso che le cose migliori che sono state scritte sulla Santa Sofia di Kiev appartengano al geniale storico della cultura russo Sergej Averincev. Tutti, fino a Vladivostok hanno il compito di continuare la parte migliore della cultura russa, quella di Pasternak, Mandelstam, Averincev, Sedakova. Fino a che sia risollevata la dignità di ogni singola persona, di ogni città, di ogni regione, per superare la spaventosa sproporzione che esiste oggi tra la capitale e il resto del paese. Perché tutti un abbiano accesso reale al meglio che può offrire il paese. È veramente un appello alla nostra e vostra libertà, alla dignità di ogni persona, per la quale è impossibile tornare all’Unione Sovietica bis.

 

Quale compito ci aspetta allora?

Esattamente il 25 agosto di 70 anni fa veniva liberata Parigi, che per quattro anni è stata occupata. Oggi pochi ricordano che la città che per secoli era stata considerata il cuore dell’Europa, è stata occupata per quattro anni. Nessun paese d’Europa può vantarsi di non essere mai caduto per un certo periodo in potere delle tenebre, come si dice nella Bibbia. Il potere delle tenebre può impadronirsi di qualsiasi paese, anche del più amante della libertà, ma poi viene il momento della liberazione, e sono necessarie grandi forze per trovare degli uomini che, invece di pretendere al ruolo di nuovi De Gaulle, con umiltà e in misura delle proprie forze sappiano partecipare alla liberazione da ogni forma di violenza e dalla libido dominandi. Io so che a Mosca si cerca di raccogliere le forze perché la società abbia la forza di superare i fantasmi del post fascismo e giungere alla liberazione. La liberazione che si è realizzata in Italia e in Francia, noi tutti insieme possiamo sperare che avvenga anche nello spazio post sovietico. Questo è il lavoro che aspetta tutti gli europei, e non riguarda solo un eroico passato ma è il nostro presente. Se noi capiremo che riguarda il presente potremo dare un senso alla nostra opera.

 

(Marta Dell’Asta)

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