SCOZIA INDIPENDENTE/ Identità e kilt oppure questioni di petrolio?

- Silvia Ballabio

E’ imminente (18 settembre) il referendum per l’indipendenza della Scozia. Londra ha giocato tutte le carte, compreso l’appello della regina. Ma “chi” può votare? SILVIA BALLABIO

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Regina Elisabetta (Fonte Infophoto)

The United Kingdom è nato con l’Act of Union del 1707; il Kingdom of Scotland, o meglio il suo Parlamento,  che aveva cercato di aprirsi al mercato internazionale del tempo (l’impero coloniale) senza molto successo, scelse l’unione con il Kingdom of England. Ma ancora oggi un abitante della Scozia o dell’Inghilterra può parlare dell’Hadrian’s Wall come di un possibile confine fra le due regioni di una sola Union, ed essere compreso.

Con l’imminente referendum del 18 settembre, attraverso una consultazione democratica, il pendolo della storia potrebbe oscillare in senso opposto. Lo Yes Party, Scozia indipendente, ha sopravanzato nei polls il Better Together (“Meglio assieme“, “uniti”) su Yougov nei polls relativi a quanto gli abitanti di Inghilterra e Galles pensano rispetto all’esito del referendum (i polls relativi agli scozzesi li vedevano già convinti della vittoria dello Yes Party). Il dibattito prosegue da tempo sulla stampa inglese; il Sunday Times, che ha pubblicato il sondaggio relativo al sorpasso dello Yes Party, e lo Scottish Times se ne occupano, il Guardian dedica al referendum un’apposita sezione aperta ai commenti. Il dibattito non sembra mancare e dopo l’annuncio del “sorpasso” degli Yes nei polls le reazioni sono state immediate; esaurito l’arsenale in ambito economico da entrambe le parti, sono giunte le promesse di una maggiore devolution, la visita di Cameron stesso al Parlamento scozzese, e anche l’annuncio (tempestivo o in perfetto tempismo?) di un secondo Royal baby (!), quasi a simboleggiare quanto la Scozia perderebbe, oltre alla Bbc, la moneta nazionale, la libera circolazione al border (senza passaporto), l’Unione Europea, tutto da ridiscutere in una nuova sovranità della Scozia agli scozzesi. Come dice il motto dello Yes Party, “Scotland’s future in Scotland’s hands“, “Il futuro della Scozia nelle mani della Scozia”, certamente nelle mani di quanti potranno votare il 18 settembre.

Chi voterà? Gli scozzesi, questa etnia miracolosamente sopravvissuta a tre secoli di integrazione nel e del mondo anglosassone ed anche anglofono? Chi si dichiarerà scozzese per un innato desiderio di libertà? No, voterà chi risiede in Scozia, sostanzialmente tutti coloro che hanno diritto di voto attualmente per il Parlamento scozzese e le autorità locali. Possono votare per il referendum, compresi in questo caso i 16 e 17enni, previa registrazione presso l’ufficio elettorale locale e purché siano residenti in Scozia, i cittadini britannici, quelli del Commonwealth, della Repubblica d’Irlanda e altri paesi dell’Unione Europea, membri della Camera dei Lords purché residenti in Scozia, e anche personale della Corona o delle Forze Armate purché registrati per votare in Scozia.

La residenza darà la possibilità della scelta dell’indipendenza, un criterio di appartenenza territoriale che può apparire, e spesso è, irrilevante nel mondo della globalizzazione, dei “cittadini del mondo”: ma il residente in Scozia può ancora attingere ad un senso di identità scozzese così forte da farlo percepire tanto distinto da un francese e da un inglese quanto da un gallese, e farlo definire uno “scozzese”?

Il dibattito in corso sembrerebbe essere più orientato alle ragioni della convenienza di questa scelta, in termini di benessere possibile, più che alla riconquista della “perduta libertà” del 1707. Ieri, in un’intervista a Repubblica, Alex Salmond, il leader del movimento indipendentista, parla di una “opportunità storica di costruire un paese più prospero”,  perché “non è una questione di identità etnica, bensi di democrazia”. E si dichiara fiducioso sulla possibilità di accordi del nuovo stato sovrano sia con l’Unione Europea (mettendo sul piatto il 60 per cento delle riserve petrolifere europee, sotto il suolo della Scozia) che con Londra, con cui stabilire un’unione monetaria attraverso “un civile negoziato fra le parti”.

Il referendum secessionista in Ucraina ha visto una percentuale di votanti superiori al 75 per cento, in totale controtendenza rispetto al dilagare del low voter turnout, la percentuale di quanti effettivamente votano rispetto agli aventi diritto, uno dei problemi della democrazia moderna e della sua reale rappresentatività. La secessione in Ucraina ha riempito le urne, l’indipendenza della Scozia farà lo stesso?

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