TERRORE A PARIGI / Dai video su Facebook alla realtà: il male è qui. E adesso?

- Paolo Vites

Dai video su Facebook gli attentati di Parigi sembrano dar vita a una scena tragicomica piena di pregiudizi. Ma cosa vuol dire concretamente trovarsi faccia a faccia con il male?

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Immagine di archivio

Non è Bruce Willis, non è Hollywood. E’ la periferia sud di Parigi e qui si muore davvero. Qualcuno, sui social network, il giorno dopo la strage al supermercato ebraico, fa dell’ironia: sembrano le sturmtruppen, le caricature a fumetti dei soldati nazisti, un famoso cartone degli anni ’70. Guardateli come si accartocciano per salire su un dislivello erboso come se ai piedi avessero dei mocassini.

L’ironia riguarda un filmato dove i reparti speciali della sicurezza francese arrivano nei pressi del locale dove si trova il terrorista con gli ostaggi e si gettano sotto a un muretto. Sì, sono immagini che in realtà fanno davvero sorridere: dove sono i superuomini bardati da robocop che ci aspettiamo di vedere in queste occasioni? Sembrano piuttosto dei bambini che si nascondono impauriti. Hanno paura, e fanno bene ad averla. Non è Hollywood, questa è Parigi dove si sta consumando una battaglia della Terza guerra mondiale in corso.

Anche un noto politico italiano si è permesso di fare ironia su questi robocop che sotto le maschere di guerra sono probabilmente dei ragazzini, con un post su Twitter che sinceramente poteva evitarsi, ironizzando sugli agenti francesi e sul fatto che “adesso non si andrà più a Parigi tranquillamente”. Poterselo permettere, intanto, di andarci a Parigi, non è da tutti oggigiorno, forse lo è da politici…

Il secondo filmato è quello dell’irruzione nel locale dove si trova il terrorista con gli ostaggi. Niente di più diverso da quanto decenni di cinema americano ci abbiano fatto ingoiare. I militari aprono la porta titubanti, si infilano dentro uno a uno mentre si comincia a sparare. Visti da dietro, sembrano quasi dei tremebondi soldatini di piombo, se non fosse per quelle divise imponenti sembrerebbero dei vecchietti che si spintonano per entrare nel vagone della metropolitana. Fanno anche tenerezza: si proteggono tra di loro ammucchiandosi uno sull’altro, mentre il terrorista viene loro incontro e viene fortunatamente freddato. Non è Hollywood, qui si muore davvero. Poi gli ostaggi che si infilano nella confusione e scappano fuori correndo, terrorizzati.

Anche qui diverso da quanto abbiamo visto nei film: i poliziotti li ignorano del tutto, non c’è nessuno che stenda una mano o un braccio per rassicurarli e calmarli. Qua, in questi istanti ripresi dalle telecamere, c’è una sola cosa che vale per tutti: l’orrore e il terrore. Non è Hollywood, qua hanno paura tutti e per davvero. Nel locale il terrorista potrebbe aver lasciato delle bombe che potrebbero esplodere. Fanno bene gli ostaggi a correre furiosamente verso la salvezza, fanno bene i poliziotti a muoversi attaccati uno all’altro per proteggersi e pensare solo a loro stessi. Queste immagini ci hanno dato la misura di quello che è successo veramente a Parigi. Una paura gigantesca ha steso il suo manto tenebroso sopra la ex città delle luci, la ville lumiére che difficilmente da oggi sarà ancora quella.

Tutti hanno avuto paura, il terrore si è impossessato di tutti, anche dei poliziotti, che alla fine in qualche modo, seppur sanguinoso, hanno vinto. Ma di che paura si tratta? Si è rivelato qualcosa di nuovo in questa battaglia di Parigi. I terroristi nella loro capacità infinita di portare il male, non erano certo quelli che sgozzano e stuprano donne e bambini in Siria e in Iraq. Al poliziotto steso sul marciapiede che chiede se verrà ucciso, il terrorista risponde quasi amichevolmente e rispettosamente prima di freddarlo: ok, chief, ok capo. Quando i due fratelli autori della strage a Charlie Hebdo arrivano durante la loro fuga al capannone industriale dove si nasconderanno per alcune ore, incontrano un passante. Questi non sa chi sono, pensa sia una esercitazione dei reparti speciali della polizia francese.  In un momento surreale, terroristi assassini e un cittadino si incrociano. Il terrorista, pare, gli porge la mano e lo rassicura: Monsieur, dice, noi non uccidiamo i civili. E se ne va. Non è Hollywood.

Quello che abbiamo visto in questi giorni non è il terrorista psicopatico cocainomane e squilibrato che ci fa vedere il cinema. Sono due bei ragazzi, di buone maniere, anche la fidanzata di quello di Parigi è diversa dai cliché, il volto buono e docile di una ragazzina come tante. E’ gente come noi. Ecco la differenza. Siamo noi proiettati in un’altra dimensione, il male giustificato come bene. Nonostante i loro modi gentili, queste persone hanno portato lo stesso elevato grado di orrore. Dunque?

E’ successo qualcosa a Parigi in queste giornate di sangue, qualcosa su cui occorrerà meditare e cercare spiegazioni Qualcosa di inedito, nel suo orrore. Un’amica su Facebook in queste giornate ha scritto: il male esiste da sempre e sempre esisterà ma noi abbiamo il libero arbitrio e possiamo scegliere. Quello che l’orrore di Parigi sembra invece dirci è che il male e il bene non si distinguono più, qualcosa o qualcuno ha mischiato le carte, confuso i fattori, negato l’evidenza. Non sappiamo più da che parte voltarci e capire l’ordine dei fattori, come i soldatini francesi nascosti sotto al muro. Il male è penetrato fino alle nostre case che credevamo sicure nella nostra opulenta tracotanza occidentale. Il male è qui. E adesso?

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