HAITI 5 ANNI DOPO/ “Una frattura che ha cambiato per sempre la nostra vita”

- Fiammetta Cappellini

12 gennaio. 5 anni fa. Un terremoto devastante investe Haiti, con epicentro non lontano da Port-au-Prince. 230mila i morti accertati. FIAMMETTA CAPPELLINI (Avsi) era ed è sul posto

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Haitiani in coda per l'acqua, a tre mesi dal terremoto del 2010 (Infophoto)

HAITI — 12 gennaio. 5 anni fa. 

Ti svegli al mattino e questo anniversario ti piomba addosso, pesante dei suoi ricordi, pesante del dolore di quei giorni, del senso di oppressione, di impotenza, di annichilimento che ti ha schiacciato allora, che ci ha schiacciati tutti allora.

Era un giorno di inizio settimana, un martedì, eravamo appena tornati dalle vacanze di Natale, l’anno era appena iniziato, pieno di speranze e di attese. Era una settimana tranquilla, quella che ci aspettava: gli inizi di un nuovo anno sono spesso a carburazione lenta. E lenta era stata anche la giornata in ufficio. Un po’ di amministrazione, qualche riunione, nulla di particolarmente importante. Era quasi ora di chiudere l’ufficio e andare a casa.

Guardavo l’ora, come la guardo adesso. “Pochi minuti e si chiude”, ho pensato.

Invece, pochi minuti e la mia vita, la nostra vita è cambiata, cambiata per sempre. E mai più niente è stato come prima.

Tanti amici di allora dicono di avere un ricordo vago di quegli attimi, come dei terribili giorni che sono seguiti.

Io invece ne ho un ricordo preciso, precisissimo, come se fosse ieri, come se fosse adesso. Come se in questo stesso momento potesse accadere di nuovo, tutto come allora.

Ricordo con precisione l’incredulità, il nostro essere attoniti di fronte alla catastrofe. Poi il dolore straziante delle ore a seguire, quando le reali dimensioni della tragedia sono apparse di ora in ora in modo più evidente. E poi ricordo i giorni dell’immensa fatica, fatica di restare vivi, di svegliarsi ogni giorno, di trascinarsi avanti, ancora un giorno, mettere a poco a poco della distanza tra noi e la tragedia. Ci sembrava impossibile che stesse capitando davvero, ci sembrava impossibile tanto dolore, tanta disperazione, la morte attorno a noi, gli amici, i parenti, i colleghi, tutte quelle persone che abbiamo perso in un attimo, il nostro mondo interamente sconvolto, distrutto, sradicato da una manciata di secondi.

Dopo, la nostra vita non è stata più la stessa. Abbiamo duramente lavorato per portare aiuto, per ricostruire, per riconquistare la vita poco a poco. 

Gli anni sono passati, le ferite si sono poco a poco rimarginate: gli edifici ricostruiti, le scuole riaperte, i bambini sono tornati a giocare. Si, gli anni sono passati, cinque anni. Eppure nulla è mai tornato ad essere come prima. La vita non ha mai ripreso il suo corso. I giorni del terremoto sono una frattura, una frattura netta nella vita di ciascuno. C’è un “prima” e c’è un “dopo”. E quella frattura è ciò che cambia irrimediabilmente il nostro modo di guardare la vita, ciò che cambia il senso di tutto quanto. 

Oggi Haiti ha ripreso a vivere. Abbiamo lavorato tanto per questo, ma soprattutto hanno lavorato tanto gli haitiani. Non si sono arresi mai, si sono rialzati subito, con quella luce determinata e caparbia negli occhi che solo loro sanno avere, quella luce che tante volte abbiamo pensato essere irragionevole, quasi irrazionale. Forse lo è: forse è irrazionale pensare di rialzarsi di fronte a una tragedia così grande. Eppure questo Paese lo ha fatto. Si sono rialzati, hanno insegnato ai loro bambini che quello che avevano “ieri” non conta più, conta solo quello che c’è “oggi”, e per quello bisogna vivere. Da loro abbiamo imparato a non guardare indietro, a guardare solo avanti, e non troppo lontano, un passo alla volta. 

E così, un passo alla volta, abbiamo fatto, insieme, tanta strada. 

C’è chi fa i bilanci con i numeri di persone a cui abbiamo dato da mangiare e da bere, curato ferite, con i numeri dei bambini rimasti soli che abbiamo preso in braccio — quanti che erano! C’è chi conta le scuole che abbiamo ricostruito, anche nei quartieri più difficili e meno accessibili, i bambini che abbiamo accompagnato, i centri nutrizionali aperti e i bambini letteralmente strappati alla fame, in questi cinque anni. 

C’è chi li ha contati e ha detto che sono 40mila solo quelli che noi di Avsi abbiamo accompagnato.

Ma non sono questi numeri che ci dicono il lavoro che abbiamo fatto. 

Oggi andiamo nei nostri centri e li vediamo, quei bambini, che giocano. I bambini sono tornati a giocare. Questi sono i cinque anni passati dalla tragedia e finalmente i bambini sono tornati a giocare.

Non sappiamo se si ricordano di quei giorni e in fondo al cuore speriamo tanto di no. Ma che si ricordino o meno, ciò che conta è che tutto il nostro lavoro e tutta la nostra fatica, di oggi e di allora, siano serviti a farli tornare a giocare.

Ci piacerebbe pensare che questo è un punto di arrivo, ma sappiamo che non è così: molto resta da fare, c’è bisogno ancora quasi di tutto, e soprattutto c’è bisogno che il mondo non si dimentichi di questa tragedia e che ora dia un futuro a questi bambini, che si possa dare dignità alla loro vita, perché il domani valga la pena di essere vissuto. Gli haitiani ci credono in modo irrimediabile, con quella cocciuta testardaggine irragionevole che li caratterizza: guardano questa loro povera terra martoriata e ferita, che rinasce a poco a poco, e pensano che il futuro valga la pena di essere vissuto. E noi speriamo tanto che abbiano ragione e che il domani continui ad essere, passo a passo, poco a poco, un giorno migliore.

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