CRISTIANI PERSEGUITATI/ Jeanbart (vescovo di Aleppo): la religione non c’entra

“Dio non vuole la guerra, ma ci ha fatto talmente liberi da essere in grado di farla”. Così vede la Siria mons. JEAN-CLEMENT JEANBART, arcivescovo di Aleppo

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Immagine di archivio

La settimana di preghiera per l’unità dei cristiani è stata conclusa a Monreale da due importanti momenti di riflessione e preghiera, fortemente voluti dall’Arcivescovo mons. Michele Pennisi, volti ad approfondire il tema della pace. Il primo attraverso la testimonianza dell’Arcivescovo Metropolita di Aleppo S.E. Mons. Jean-Clément Jeanbart. La Siria, infatti, è oggi una terra insanguinata, in cui cristiani e altre minoranze religiose sono perseguitati a causa della loro fede dal fondamentalismo del sedicente Stato islamico dell’Iraq e della Grande Siria (Isis). Il secondo: una tavola rotonda con l’arcivescovo di Aleppo, il rabbino capo di Sicilia e l’imam della grande moschea di Roma sul tema “Libertà religiosa, via per la pace”, preceduta dal gesto simbolico della piantumazione di un albero di ulivo, simbolo della pace. A margine dell’iniziativa abbiamo rivolto a Mons. Jean-Clément Jeanbart alcune domande.

Eccellenza, qual è oggi la situazione in Siria, ad Aleppo, per la popolazione e per i cristiani in particolare?

Per rispondere a questa domanda devo prima brevemente spiegare come si viveva in Siria fino a prima della guerra. Aleppo è la più antica città del mondo e Damasco la più antica capitale del mondo. Per secoli vi hanno pacificamente convissuto non solo gli appartenenti alle tre religioni monoteiste, ma fino a 15 culture, etnie e popoli diversi. La Siria è sempre stata un mosaico di popoli ed il governo riusciva a garantire a tutti una discreta libertà di espressione e delle condizioni economiche accettabili. La Siria ed Aleppo sono state da sempre la porta di scambio tra oriente ed occidente e questo ne ha fatto uno Stato aperto agli scambi commerciali e allo sviluppo economico. Certo c’erano ricchi e poveri, ma nessuno viveva in miseria.

Ed oggi con la guerra cosa è cambiato?

Molto, forse tutto. Mancano le condizioni minime per vivere, sia per la sussistenza quotidiana (acqua, gas, energia elettrica, cibo a sufficienza) sia per i necessari scambi con gli altri popoli (infrastrutture, mezzi di trasporto, ecc.). La guerra ha portato miseria per tutti, oltre che moltissimi morti nella popolazione civile. Mi chiedo ancora: perché?

Lo dica lei.

Tutto è iniziato con la speranza, che anche noi all’inizio abbiamo condiviso, che si potesse migliorare il tasso di democrazia del Paese, perché comunque vivevamo in un regime semi dittatoriale, in cui il potere era concentrato nelle mani del presidente. Ma queste speranze sono andate ben presto deluse. Il presidente ha tentato prima una mediazione per allargare gli spazi di democrazia, ma evidentemente non era quello che volevano le forze di opposizione.

E cosa è accaduto?

In Siria si sono concentrati molti, tanti interessi sia delle potenze economiche occidentali (Francia, Inghilterra, America, ecc.) che orientali, quelle legate all’islam, o almeno ad un modo particolare di concepire l’islam. Vi sono poi gli interessi di Israele, della Turchia, che vagheggia un ritorno all’impero ottomano, seppur in chiave moderna, degli Emirati arabi, per via del gasdotto che la dovrebbe attraversare, ecc. Una situazione complessa in cui i cristiani rappresentano una sorta di spina nel fianco.

 

E perché?

Perché i cristiani sono gli unici che hanno un certo tipo di rapporto con l’occidente e sono in grado di svelare il grande imbroglio che sta sotto a questa guerra e i tanti interessi che si vogliono tutelare.

 

Quindi non c’entra la guerra di religione?

La religione c’entra solo perché alcuni hanno tentato di coprire gli interessi economici con quelli presunti religiosi. Questo non corrisponde alla realtà. Io ho rapporti con tantissimi esponenti religiosi, anche autorevoli, dell’islam. Nessuno è convinto che in nome di Dio si possa uccidere. E’ la violenza di pochi che prevale sulla volontà alla pace di molti.

 

E come si fa a fare il Vescovo in queste condizioni così difficili?

Devo ammettere in tutta franchezza che all’inizio della guerra ho avuto la tentazione di rimanere passivo in attesa di giorni migliori. Il Signore mi ha poi concesso all’età di 71 anni l’entusiasmo di una nuova giovinezza. Sono rimasto e rimango con più ardore e voglia di aiutare di prima.

 

E come si fa ad aiutare una popolazione così stremata?

Abbiamo messo in campo alcune iniziative umanitarie per sostenere la popolazione nei bisogni primari, quali il costo dell’energia, dei generi alimentari e dell’educazione. In particolare abbiamo fatto di tutto per non far chiudere le scuola cattoliche che esistevano e abbiamo istituito specifiche borse di studio. Io mi tengo in contatto con il popolo attraverso lettere periodiche a loro indirizzate che pubblico nel nostro settimanale per sostenerne la speranza e l’impegno a resistere.

 

E com’è la sua vita quotidiana?

Ho avuto saccheggiata la Curia in cui vivevo ed abitavo e sono stato sottomesso a ricatti. Adesso di notte sto in un luogo più protetto e di giorno torno nel vecchio palazzo vescovile che si trova proprio sulla linea del confine. E finora è andato tutto bene. Anche per prendere l’aereo a Beirut e venire in Italia ho dovuto fare più di sette ore di auto per evitare l’autostrada che è in mano ai cecchini. Ma non ho dubbi: il mio posto è tra la mia gente.

 

Cosa si attende dal futuro?

Attendiamo con speranza che finisca la guerra e ci stiamo preparando a questo momento, creando le risorse umane necessarie per la ricostruzione. Ad esempio abbiamo aperto delle scuole professionali legate all’edilizia perché sarà certamente il settore economico che ripartirà per primo.

 

Come immagina il futuro della Siria?

Come era prima: un mosaico di popoli e religioni in grado di vivere e convivere in pace. Dio non vuole la guerra, ma ci ha fatto talmente liberi da essere in grado di farla. Ha consentito anche a Giuda di tradirlo; anche a Pietro è stata data questa possibilità, ma l’ha usata meglio. Dobbiamo saper mettere a frutto questa libertà anche noi oggi. Sono venuto fino qui in una Regione in cui nei secoli hanno pacificamente vissuto cristiani, ebrei e islamici proprio per chiedere di sostenere il nostro sforzo e contribuire con la mia testimonianza a che la pace possa prevalere anche in occidente, ove i recenti fatti di Parigi insegnano che vivete anche voi rischi significativi.

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