SIRIA/ Obama “corre” alla guerra (forse) per sedersi al tavolo della pace

- int. Gian Micalessin

Per GIAN MICALESSIN, Obama si trova nel suo ultimo anno di mandato e difficilmente avrà il coraggio di imbarcarsi in una guerra che i cittadini americani non vogliono e non capiscono

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Barack Obama (Infophoto)

Il segretario americano alla Difesa, Ashton Carter, ha annunciato di fronte al Congresso un nuovo piano per intervenire in modo più massiccio in Siria e Iraq contro l’Isis. Nei progetti del Pentagono c’è l’intensificazione delle incursioni aeree, bombardamenti più pesanti e un maggior numero di aerei. Ma anche l’invio delle forze speciali americane sul terreno con un ruolo di coordinamento nei confronti dei 5mila ribelli siriani e del curdi dell’Ypg (Unità di protezione popolare). Per Gian Micalessin, inviato di guerra de Il Giornale, “la Russia dopo l’intervento militare prepara una soluzione politica da ricercare attraverso i negoziati di Vienna. Obama sa che se vuole contare qualcosa deve impegnarsi di più sul terreno, ma ci penserà su due volte prima di buttarsi in una nuova guerra nel suo ultimo anno di mandato”.

Che cosa è cambiato in Siria e Iraq per convincere Obama a discutere un piano d’intervento?

Obama si è reso conto per la prima volta che la mancanza di strategia dimostrata finora dagli Usa non porta da nessuna parte. Il piano di Ashton Carter è una risposta all’inerzia che dura ormai dal luglio 2014 e che ha prodotto ben pochi risultati. A fronte di migliaia di raid Usa, assistiamo a una progressiva espansione dello stato islamico.

Perché la Casa Bianca se ne è resa conto solo adesso?

A spingere Obama a cercare una via d’uscita dal pantano irakeno è l’entrata in scena di Putin. La determinazione con cui la Russia sta portando a termine i bombardamenti in Siria ha cambiato le carte in tavola. Tutto ciò sta dimostrando la capacità e l’affidabilità di Mosca come alleato: non a caso Siria, Iraq e Iran guardano sempre più a Putin. Ma soprattutto sta mettendo in fortissima crisi la tesi politica degli Usa in base a cui Bashar Assad deve lasciare e si deve arrivare a un governo formato dall’opposizione armata.

Sono bastati i bombardamenti russi a cambiare lo scenario?

Il punto è che la Russia ha affiancato all’offensiva militare una vigorosa iniziativa politica. Non a caso a Vienna la prossima settimana si aprono i primi veri negoziati sul futuro politico della Siria, cui parteciperà per la prima volta anche l’Iran. E’ una vera e propria “rivoluzione copernicana”, con un totale spiazzamento di Qatar e Arabia Saudita che sembravano fin qui i veri strateghi dell’immagine internazionale del conflitto siriano.

Come sta evolvendo la situazione sul terreno?

Mosca sta colpendo dal cielo anche quei gruppi jihadisti che sono stati addestrati dagli Stati Uniti per fare cadere Assad. L’America si trova così a essere priva di quei punti di riferimento che erano fondamentali per condurre la sua strategia politica. A fine settembre la caduta di Assad era molto probabile: bastava che i gruppi jihadisti contrari al regime riuscissero a rompere i collegamenti tra Damasco e Latakia e il gioco era fatto. Nell’arco di un mese Mosca ha ribaltato la situazione. Ora l’obiettivo principale è portare a un negoziato politico che consenta di determinare il futuro della Siria.

I nuovi piani militari di Obama facilitano o rendono più difficoltosa questa soluzione politica?

Se il piano fosse attuato l’America potrebbe giocare un ruolo sul terreno che per il momento non ha. Ho Chi Minh diceva che non si può discutere nei negoziati quello che non si è conquistato sui campi di battaglia. Gli Usa, di fronte a una presenza così massiccia e determinata della Russia, stanno incominciando a considerare che cosa fare. Tra le ipotesi c’è un intervento più deciso in Iraq, magari rompendo il tabù dell’utilizzo delle truppe di terra, nonché operazioni delle forze speciali in Siria per giocare un ruolo nella lotta contro l’Isis.

 

Quali possono essere le conseguenze di questo cambio di strategia nei rapporti con la Turchia?

I rapporti con la Turchia sono di nuovo a un bivio. Gli Usa avevano ottenuto l’utilizzo della base di Incirlik, garantendo in cambio ai turchi la possibilità di operare contro i curdi. Ora invece Obama sta dicendo definitivamente no alla pretesa turca di creare una no fly zone in Siria, che per Erdogan era il pretesto perfetto per mettervi il suo zampino e riuscire a esercitare un controllo effettivo con la scusa di proteggere i civili. L’entrata in gioco della Russia manda completamente in fumo questa possibilità. L’asse tra Turchia e Stati Uniti di conseguenza si sfalderà. L’America non può dimenticare che Ankara finora ha appoggiato lo stato islamico fornendogli armi e garantendo libero transito sul suo territorio ai combattenti islamisti.

 

La fase di approvazione del nuovo piano deve ancora iniziare. Alla fine sarà attuato o resterà sulla carta?

Rispetto alla sua attuazione c’è un grosso ma. Obama si trova nell’ultimo anno di mandato, in cui nessun presidente si assumerebbe la responsabilità di lasciare una guerra aperta al suo successore. E’ l’anno in cui un presidente si preoccupa soprattutto di quanto scriveranno gli storici su di lui, e se questo mandato finisse con altri soldati americani morti in una guerra che i cittadini Usa non vogliono e non capiscono, per Obama potrebbe essere difficile consegnarsi alla storia.

 

(Pietro Vernizzi)

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