COSA C’E’ DIETRO GLI ATTENTATI A PARIGI E BATACLAN/ Jean: la crisi dell’Isis in Siria e Iraq

- int. Carlo Jean

Francia di nuovo sotto attacco, in un modo che nessuno osava immaginare: sette attacchi terroristici simultanei nella città di Parigi, 128 morti. Il commento di CARLO JEAN

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Francia sconvolta, di nuovo sotto attacco, in un modo che nessuno osava immaginare: sette attentati terroristici nella città di Parigi. Un centinaio di persone sono state uccise dai terroristi nel teatro Bataclan; 40 allo Stade de France, mentre era in corso l’amichevole Francia-Germania, a causa di tre esplosioni, di cui una innescata da un attentatore suicida. Altri attacchi, uno a colpi di Kalashnikov davanti a un ristorante del X Arrondissement, e l’altro in Rue de Charonne, nell’XI Arrondissement, hanno causato altre vittime e diversi feriti. Sparavano inneggiando ad Allah, hanno raccontato dei testimoni.
“Lascia esterrefatti come i governi occidentali non abbiano subito realizzato che l’offensiva anti-Isis in Iraq e Siria avrebbe avuto come conseguenza immediata un aumento repentino degli attentati in Europa e negli Stati Uniti” dice a ilsussidiario.net il generale Carlo Jean poco dopo mezzanotte, mentre arriva la notizia che Hollande ha decretato la chiusura delle frontiere e lo stato di emergenza.
Il sussidiario aveva raggiunto Jean già nel pomeriggio di ieri, per un commento — che riportiamo al termine di questo ultimo aggiornamento — agli ultimi eventi bellici nel quadrante di Siria e Iraq, in particolare la presa di Sinjar da parte delle forze curde con il supporto dell’aviazione americana. “L’Isis oggi è in grosse difficoltà nelle sue zone chiave e per mantenere il prestigio che gli procura reclutamenti e finanziamenti aumenterà le azioni all’esterno del califfato”. E ancora: “Non è da escludere il pericolo di attentati in Europa, perché l’Isis bisogno di atti eclatanti per mantenere il prestigio agli occhi dei tanti fanatici che lo sostengono in tutto il mondo”.

Generale Jean, una previsione che si è rivelata drammaticamente esatta nel giro di poche ore.
Era chiaro, anche se non vogliamo crederlo. Per mantenere alto il suo profilo comunicativo, lo stato islamico doveva fare attentati sui corpi deboli, in particolare in Europa.

E la Francia è un corpo debole?
Sì. Infatti è impossibile, in uno stato democratico e così aperto, proteggere tutti gli obiettivi. Nel momento in cui ne proteggi uno, ne lasci sguarniti altri.

Ma perché ancora la Francia?
Perché verosimilmente in Francia i terroristi sono meglio organizzati. E quindi possono agire subito, quando vogliono. In Italia, per esempio, il controllo è maggiore.

Il Viminale ha innalzato il livello di sicurezza.
Certo, certo. Ma siamo un paese più sicuro anche perché c’è una parte del paese che è in mano alla criminalità organizzata, in cui i terroristi oggi, come le Brigate rosse ieri, non hanno o non hanno avuto spazio. 

A Parigi la situazione è drammatica, il tipo di attacco e il numero di vittime sono senza precedenti. Un’azione che richiama quella di Charlie Hebdo del gennaio scorso, solo molto più in grande.
Il terrorismo è terrorismo. Generalmente lo stato islamico era più orientato sui regimi arabi che non sul nemico esterno, come al Qaeda, ma quando si volge al nemico esterno usa le stesse tecniche e tattiche.

Adesso secondo lei cosa si dovrebbe fare? 

Vuole che glielo dica? Contrattaccare, bombardare immediatamente e senza remore.

Ma l’attacco è avvenuto all’interno di uno stato europeo. Bombardare dove?
E’ evidente: occorre bombardare massicciamente lo stato islamico, subito. 

Siamo ridotti a questo?
Lo dice la storia militare. Se non ci piace la seconda parola, tratteniamo almeno la lezione della prima. Occorre ripristinare il concetto proprio di von Clausewitz di punto culminante della vittoria, quando il rapporto di forze iniziale si rovescia e diviene favorevole al contrattacco. 

In altri termini?
Fare più paura dei terroristi. Non è possibile parlare di pace senza parlare di guerra, questa è la realtà. Ma ciò che davvero lascia esterrefatti, è come i governi occidentali non abbiano subito realizzato che l’offensiva anti-Isis in Iraq e Siria avrebbe avuto come conseguenza immediata un aumento repentino degli attentati in Europa e negli Stati Uniti. Non capire queste cose vuol dire ormai essere fuori da ogni cultura strategica.

(Di seguito l’intervista realizzata nel pomeriggio di ieri, ndr)

L’attacco congiunto di forze aeree americane e delle forze di terra dei peshmerga curdi ha ottenuto un risultato finalmente importante nella sanguinosa guerra contro lo stato islamico. Lo sottolinea a ilsussidiario.net Carlo Jean, spiegando che “la liberazione della città di Sinjar significa aver spezzato in due la via di rifornimento che collegava fino a oggi i territori occupati dall’Isis in Siria e Iraq. Adesso per l’Isis diventa tutto più difficile”. Lo ha sottolineato anche il presidente americano Obama, dicendo che gli Stati Uniti “hanno fermato l’avanzata dell’Isis in Iraq”. A questo punto i più ottimisti parlano di un passo decisivo verso la liberazione di Mosul. Secondo Carlo Jean però questi successi seppur importanti comportano il rischio di attentati terroristici in Europa: “Lo abbiamo già visto nel Sinai e nelle scorse ore a Beirut: per mantenere alto il suo prestigio e continuare a convincere nuovi miliziani e ottenere finanziamenti, l’Isis punterà adesso a gesti eclatanti in Europa”.

Obama ha rivendicato di aver fermato l’avanzata dell’Isis in Iraq: dal punto di vista militare e strategico cosa significa concretamente?
I bombardamenti americani e l’attacco di terra dei curdi hanno ottenuto la liberazione della città di Sinjar, cosa che significa interrompere di fatto la comunicazione tra Mosul in Iraq e Raqqa in Siria, quella via di rifornimento logistico che ha permesso fino a oggi il travaso di forze dalla Siria all’Iraq e viceversa.

Dunque finalmente si è ottenuta una vittoria significativa nella guerra allo stato islamico, è così?
Assolutamente sì. Adesso l’Isis non può più utilizzare questo grosso asse di comunicazione. Dovrà ricorrere a strade secondarie oppure a sud risalendo la valle dell’Eufrate, ma questo significa una grossa difficoltà nei rifornimenti. E’ stato un obiettivo molto importante dal punto di vista strategico.

In questa offensiva non era però presente l’esercito iracheno, come mai? 

Non era necessario, sul terreno c’erano i curdi con il sostegno di forze speciali americane che ormai sono presenti in Iraq anche a terra oltre che con l’uso dell’aviazione. L’obbiettivo era comunque militarmente limitato, quello di spezzare l’asse dell’Isis, ed è stato ottenuto.

Obama ha anche ammesso di non essere ancora riuscito a “decapitare i vertici dell’Isis”.
In realtà l’Isis ha già perso parecchi comandanti, almeno un terzo di loro sono stati eliminati.

L’altro obiettivo giudicato fondamentale è ora quello di bloccare l’afflusso di stranieri allo stato islamico. In pratica che significa?
L’unico modo che hanno per entrare nello stato islamico è passare dalla Turchia, significa che gli americani hanno sicuramente stretto accordi con Ankara. L’Isis ha un effettivo di circa 25/30mila uomini, che sono indispensabili per mantenere l’occupazione nelle zone controllate, ma ne perde circa un migliaio al mese.

L’intervento russo in Siria invece che risultati sta portando?
L’intervento russo in Siria ha raddrizzato abbastanza la sorte delle forze di Assad creando le condizioni per un negoziato a cui partecipino le forze governative e i gruppi ribelli non estremisti. I russi infatti bombardano soprattutto gli insorti sunniti più che lo stato islamico. Indebolendo gli altri insorti creano le condizioni per un negoziato.

L’annuncio dell’uccisione del boia dell’Isis, Jihadi John, sembra avere più un effetto propagandistico, all’Isis non mancano certo i boia, non crede?
L’Isis oggi è in grosse difficoltà nelle sue zone chiave e per mantenere il prestigio che gli procura reclutamenti e finanziamenti aumenterà le azioni all’esterno del califfato.

Come fatto a Beirut nelle scorse ore?
Non è da escludere il pericolo di attentati in Europa, perché l’Isis bisogno di atti eclatanti per mantenere il prestigio agli occhi dei tanti fanatici che lo sostengono in tutto il mondo. Quello che è successo a Beirut così come l’attentato all’aereo russo nel Sinai dimostra questa nuova attività terroristica fuori della Siria e dell’Iraq.

Il Libano potrà essere coinvolto militarmente dopo la strage dell’altro giorno?
Lo è già. Ci sono le milizie di Hezbollah che combattono da sempre in Siria e i sunniti che appoggiano gli insorti sunniti e sicuramente sono un tramite per il rifornimento di armi da parte di paesi come Qatar, Arabia Saudita e Emirati arabi.

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