RIVOLUZIONE FRANCESE/ Se la grandeur di Hollande è solo un’utopia

- Gianluigi Da Rold

Per GIANLUIGI DA ROLD, Hollande sa di essere uno dei presidenti più impopolari della storia di Francia e deve convincere un’Europa imbelle e quasi intronata e la stessa indifferenza di Obama

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Europei in Francia (Infophoto)

Grande coreografia e toni forti. L’intenso minuto di silenzio, con il Parlamento che attende in piedi l’entrata del presidente. Poi il discorso e alla fine la Marsigliese, cantata per rivendicare, quasi urlare in modo liberatorio, un’identità più che per onorare l’inno nazionale nato con la Rivoluzione dell’89. Il Presidente francese, Francois Hollande, sceglie Versailles per parlare al Parlamento, sceglie la reggia da cui il popolo parigino scacciò i Borboni. Apre con una frase drammatica Hollande: “La Francia è in guerra”. Il 2015 è l’anno orribile della Francia, dalla strage di gennaio, da Charlie Hebdo fino alla carneficina del 13 novembre. Hollande specifica che non si tratta di una “guerra di civiltà”, ma solo “perché questi assassini non ne rappresentano nessuna. Sono vigliacchi che hanno sparato sulla folla disarmata”.

Mantenendo un tono alto e solenne, Hollande traccia le linee della guerra allo stato islamico, al terrorismo islamista. Gli arerei francesi hanno già triplicato i raid contro le postazioni dell’Isis, anche su Raqqa, la capitale del califfato, ma li intensificheranno ancora. La portaerei Charles De Gaulle è partita per il Mediterraneo orientale. E senza tanti preamboli, Hollande chiede la collaborazione di tutta l’Europa, di tutta la Comunità Europea in base all’articolo 42 del Trattato, che prevede l’aiuto degli Stati membri al partner aggredito. E qui arriva una delle prime prove di autentica coesione europea. C’è di più. Questa volta Hollande chiede anche una coalizione internazionale, dove anche gli Stati Uniti di Barack Obama e la Russia di Vladimir Putin devono esserci e partecipare.

Ma non c’è solo la strategia bellica nel discorso di Hollande. La Francia in ginocchio reagisce attraverso le parole solenni del presidente: “Abbiamo superato prove peggiori. La Repubblica francese ha superato ben altre prove, ma è ancora qui, viva. Chi ha tentato di sconfiggerci in passato non ci è riuscito”. E con orgoglio Hollande aggiunge: “Il popolo francese non si rassegna, si rialza ogni volta”. E poi sottolinea che la Repubblica francese “è la patria dei diritti dell’uomo”. Per far fronte all’Isis, Hollande chiede anche alla Francia di sacrificare la sua storica tolleranza. L’attuale stato di emergenza sarà prorogato per tre mesi e sullo stato d’emergenza, il Presidente propone una modifica della Costituzione francese. Dice Hollande: “Abbiamo bisogno di “un regime costituzionale in grado di gestire la lotta a questo nemico”. Aggiunge: “Abbiamo bisogno di controlli coordinati e sistematici alle frontiere”. Il presidente non evita il delicato discorso delle “cellule dormienti”, le storie che arrivano dalle banlieues parigine dei figli di migranti che sono diventati francesi, gli integrati, apparentemente, di seconda e terza generazione che hanno ucciso altri francesi. Hollande a questo punto precisa: “Dobbiamo essere certi di poter togliere la nazionalità a cittadini condannati per terrorismo anche se sono francesi”. Se si osserva bene, dimenticando per un attimo il dramma che sta vivendo la Francia in questo momento, il discorso di questo Presidente è fermo, ma non ricorda la “grandeur” di altri tempi.

Hollande cerca di rispondere al nemico che gli è penetrato in casa, che colpisce il suo Paese con crudeltà inaudita, rifacendosi a una intensificazione dell’azione militare e a una “stretta” di controllo di polizia all’interno del Paese. Ma chiede aiuto, ha bisogno di aiuto, di sostegno internazionale. Pur usando tutta la sua abilità oratoria, Hollande si rende conto che un’azione veramente incisiva contro lo stato islamico passa attraverso una coalizione internazionale e una autentica unità europea.

E’ su questo punto che Hollande dovrà giocare le sue carte e riportare la Francia al rango di grande potenza politica. In questi giorni, dopo la carneficina di Parigi, sono riemerse tutte le assurdità di questa Europa, che dovrebbe essere unita e che non solo non ha una “intelligence” comune, non ha neppure una collaborazione tra le “intelligence” dei Paesi membri. E’ possibile che solamente in questi giorni si è finalmente parlato dell’ambiguità della posizione turca? E del ruolo enigmatico, anche nei finanziamenti, dell’Arabia Saudita e degli Emirati? Come è possibile che si mantengano ancora le sanzioni contro la Russia e si trascuri un’unità operativa a livello internazionale contro un nemico comune? Hollande sa benissimo di essere uno dei presidenti più impopolari della storia di Francia.

Dietro all’apparente coesione politica nazionale, in Francia c’è chi come Nicolas Sarkozy invoca il “pugno duro”, pensando alle prossime elezioni. E c’è soprattutto un popolo smarrito, sempre più attratto dai discorsi e dalla linea di Marine Le Pen. Il presidente francese può giocarsi in questa tragica partita tutte le carte che gli sono rimaste. Ma, per far questo, deve convincere un’Europa imbelle e quasi intronata. Deve fare breccia nella solidarietà commossa, ma “indifferente” nei fatti, di Barack Obama. Che anche ieri ha ripetuto: “Non ci saranno soldati americani sul terreno”. Di fronte a un simile quadro politico internazionale il generale De Gaulle avrebbe commentato le proposte di Hollande come “Vaste programme”.

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