GUERRA ALL’ISIS?/ Sapelli: colpire l’Arabia Saudita, ciò che tutti vorrebbero ma non osano

- Giulio Sapelli

Sono tante le guerre in corso nei territori del Medio Oriente e dell’Africa. GIULIO SAPELLI ci aiuta a capire le mosse dei contendenti e i possibili sviluppi di questo risiko

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Che tipo di guerra sia in corso nel plesso territoriale che va dal confine turco con la Siria e l’Iraq, giù giù sino alla Libia, passando per l’Egitto e giungendo sino all’Arabia Saudita, per poi proseguire sfiorando l’Algeria e giungere al Fezzan e di lì al Mali e al Centro Africa, con il suo ribollire di aggregazioni umane etnico-tribali che si dipanano sino al Sudan e allo Yemen, con il cuore gonfio di petrolio in una Nigeria dimidiata e divisa tra animisti, cattolici e musulmani, che tipo di guerra sia questa, ebbene per capirlo occorre rileggere Von Clausewitz. Ma nell’edizione originale tedesca in cui si legge che la guerra è la continuazione della politica frammischiata con altri mezzi, ossia unita alla politica in modo assai meno lineare di quanto agli spiriti semplici appaia.

Sono tante le guerre. Cominciamo dalla Turchia che combatte non l’Isis ma i curdi e per far ciò giunge a calpestare i principi della Nato, impedendo, quando essa confligge con la sua guerra, di far partire gli aerei Usa dalle sue basi. L’importante è che i curdi turchi non imitino quelli siriani che hanno raggiunto — nella disgregazione militare e statuale siriana — una loro solida autonomia civile e militare. 

In Siria la guerra inizia dall’Arabia Saudita contro la linea di continuità possibile che si è instaurata dallo stretto di Hormuz, e quindi dall’Iran, su su attraversando l’Iraq divenuto sciita grazie all’infausta distruzione del regime di Saddam Hussein che assicurava il dominio saudita su una maggioranza sciita costretta alla guerra per dieci anni contro l’Iran. Poi gli Usa scelsero di far cadere Saddam e di distruggerne esercito e polizia, ponendo le basi per il reclutamento di massa pro-Isis da parte dei sauditi, che così scelsero il disordine invece che un ordine precario, visto che la guerra per distruggere l’Iran era stata perduta. 

Intanto era l’Egitto che gli Usa dovevano far cadere per consolidare l’alleanza con i sauditi, ma le Primavere arabe sfuggirono loro di mano e i Fratelli musulmani e i salafiti si dimostrarono per quel che erano: una minaccia per gli stati arabi medesimi che appunto stati erano divenuti, Egitto in testa. Di qui il contrordine e la giravolta completa: alleanza con i militari sunniti, in primo luogo neo-imperiali egiziani, e l’avvicinamento all’Iran da parte Usa senza neppure negoziarne l’inizio con Israele e la stessa Arabia Saudita.

Ed ecco allora che la situazione diviene esplosiva. I russi eredi di Ponomariov e Gromyko, grandi esperti di Medio Oriente e di diplomacy a livello kissingeriano, scendono in campo e fanno tutto l’opposto degli Usa. Ossia scelgono i nemici giusti e cercano di ricreare statualità e non di distruggerla. Tutto l’opposto della politica di Obama. 

Statualità in Siria vuol dire difendere gli alawiti e quindi per ora Assad, poi un suo consanguineo! Vuol dire colpire l’Isis anche dal Mar Caspio con missili a lunga gittata che segnano il ritorno alla politica dell’equilibrio del terrore e quindi del confronto di potenze. E il terrore si dirige contro l’Isis con i bombardamenti dal cielo e la copertura dell’avanzata via terra delle truppe iraniane. Tutto il contrario di quel che fanno gli Usa e i loro alleati, in primis i francesi, che pure per via terra combattono, ma, guarda caso, solo in Centro Africa, perché solo lì è la loro guerra e non altrove.

Ecco che la politica e la guerra “s’inframmischiano” con altri mezzi, ossia con le politiche nazionali di potenza. Ma seguirle vuol dire colpire l’Arabia Saudita economicamente e militarmente se non cessa di finanziare, armare e proteggere, come fa la Turchia, Isis e compagni.

Scelta difficile e dolorosa che ogni intelligence suggerisce ai suoi capi che non l’ascoltano. Tuttavia non c è momento migliore di oggi, quando l’arma del petrolio si spunta per eccesso di produzione e crolla di prezzo. L’Occidente non ritrova se stesso se non si riprende il controllo del mondo civilizzato su quello che civilizzato non è. Ma fare questo vuol dire sfidare montagne di ignoranza e di stupidità senza fine.

I cretini non vincono le guerre, ma certo rendono più difficile la vittoria. I pacifisti preparano la fine (militare) del mondo.

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